Iniziai a fotografare nel 2008. Comprai la prima macchina fotografica per riprendere componenti di una bicicletta per un business che avevo lanciato insieme a un mio amico americano. Partì tutto da lì. Presi a fotografare sport e scene di strada. Quell’anno mi recai a Londra per fotografare la maratona e, il giorno prima della gara, mi trovai a vagare per le strade della città: trovai una ragazza che mendicava accovacciata davanti alla serratura di un negozio e da lontano le feci alcune foto col teleobiettivo. Lei se ne accorse e si infuriò. Iniziò a urlare così forte che un passante mi guardò male e rimasi imbarazzatissimo: la prima reazione sarebbe stata quella di voltarmi e scappare il più velocemente possibile, ma per qualche strana ragione rimasi lì. Invece, mi avvicinai alla ragazza e le chiesi scusa. Ne venne fuori una lunga e profonda conversazione che mutò radicalmente la mia percezione su come una fotografia doveva essere realizzata.
Lee Jeffries

Un episodio apparentemente uguale a tanti altri, simile a tante esperienze vissute da molti (incauti) fotografi della domenica serve a una persona con una spiccata sensibilità – probabilmente dormiente – a risvegliare un desiderio latente di contatto umano. In breve, Lee Jeffries, allora un trentacinquenne di Manchester, intraprende un percorso intimo che lo porta a conoscere la pietà, la misericordia e l’umiltà utilizzando il mezzo fotografico come fosse una bussola.
Inizia a scattare fotografie per puro hobby ma scopre presto di avere un talento tutto particolare nel ritrarre i poveri dell’Occidente: i barboni, i senza dimora, gli emarginati, i tossicodipendenti delle grosse periferie metropolitane diventano i soggetti delle sue fotografie e le mete dei suoi nuovi viaggi, quando ha modo di andare in vacanza.


È il suo modo di approcciare queste persone, la sua capacità di metterle a loro agio, la sua partecipazione emotiva che li eleva a protagonisti, la sua visionaria sobrietà che rende queste persone autentici personaggi, straordinari modelli per una giornata o poco più. Nei loro ritratti si leggono la loro storia, le emozioni, la rabbia come su un libro.
Su un piano puramente fotografico, le capacità non comuni da parte di Jeffries di osservare i soggetti diventano drammaticamente tangibili nell’uso di un bianco e nero opportunamente elaborato e, in talune – memorabili – circostanze, tendente a un low-key che esalta le tonalità scure e i neri dell’immagine, declinati in tutte le possibili sfumature.

In questo particolare contesto, le ombre e i neri non sono (soltanto) i toni di un colore, ma diventano espressione di stati d’animo, un ritratto della perdita della speranza, una tragica esplorazione di uno spaesamento che accarezza stati di pura follia. Lo sguardo di Jeffries, pur se profondo, non è mai invasivo e ci restituisce soggetti che sorridono, fumano, che fissano l’obiettivo o che sono voltati provocatoriamente di lato, con occhi carichi di invidia, pena, distacco, rancore.
Non a caso, gli occhi – molti con cataratte – dei bisognosi sono chiaramente un motivo ricorrente nelle immagini di Jeffries perchè al loro interno è possibile trovare tracce di storie di disadattamento, violenza, sofferenza, esclusione.
E la prospettiva del fotografo, che spesso indugia su primi, o primissimi, piani è molto attenta a ritrarre ciò che dietro questi occhi si nasconde.


«Io fotografo le emozioni della gente», racconta in modo semplice l’artista inglese. In realtà, Jeffries, la cui fotografia sembra un prodotto in bilico tra pura ritrattistica, street, reportage e fine art, sviluppa uno stile proprio e ora decisamente riconoscibile che gli offre spesso un ventaglio di possibilità nel momento in cui ha modo di disporre del suo soggetto.
Oltre alla perspicacia nel rendere l’intensità di uno sguardo, il fotografo inglese riesce a raccontare il vissuto dei suoi poveri eroi attraverso una serie di dettagli che acquisiscono sempre notevole impatto scenico.
In più situazioni i volti rimangono incorniciati o raffigurati dentro montature di occhiali parossistiche, che da sole ci raccontano di esistenze di degrado, di incuria, di stenti: le prospettive attraverso cui l’occhio del fotografo ritrae i poveri con occhiali sono sempre opportunamente calcolate in modo da giocare con le disarmonie che questi contrasti vengono a creare. Jeffries è inoltre assai attento anche al linguaggio muto delle mani dei suoi soggetti.


Al pari delle espressioni degli occhi, le posizioni delle mani dei senzatetto dell’Occidente raccontano di paure, di ricerca di calore, della necessità di sostenti, dell’esposizione alle intemperie: in altre situazioni, invece, custodiscono siringhe o pipe per il crack che ci proiettano in dimensioni di perdita totale.
È facile immaginare che, oltre al resto, scattare fotografie in quelle situazioni esponga il fotografo a rischi non disprezzabili.
In realtà, dopo tutta una serie di valutazioni iniziali, ci si rende conto che il fulcro delle immagini di Jeffries è la bellezza, una bellezza che si potrebbe definire straziante, forse anche intollerabile.
Poche volte infatti ci capita di vedere immagini in cui si manifesta un contrasto così tanto stridente tra significato e significante ed è proprio l’abisso tra il vissuto doloroso del soggetto ritratto, in rapporto al gesto estetizzante che lo incornicia, a rendere uniche queste testimonianze di compassione.
Perchè, se andate a chiedere a Lee Jeffries di spiegarvi come riesce a scattare foto così drammatiche e amare vi risponderà con disarmante semplicità: «Il fatto è che i miei soggetti sono persone. Persone normali come tu ed io. Non credere sia difficile stabilire un rapporto con loro più di quanto non lo sia con il tuo vicino di casa. Non devi far nient’altro che essere garbato, comprensivo e magari offrir loro un piccolo aiuto».

About The Author