Il termine vetusto di artista, che solitamente etichetta chi si dedica alla pittura, alla scultura o ad altre forme espressive di sperimentazione, non è né maschile né femminile. Con questa ovvia constatazione mi chiedo se l’artista uomo e l’artista donna abbiano sensibilità così differenti da essere facilmente decodificate da un osservatore. Fortunatamente, da qualche decennio pare proprio che non si avverta la necessità di quote rosa a Documenta di Kassel o alla Biennale di Venezia.

Dal secondo dopoguerra ad oggi, il gentil sesso ha saputo farsi apprezzare da critica e collezionismo per l’alta qualità delle composizioni e per la geniale inventiva. Alcune artiste sono da considerarsi di primaria grandezza: per decenni, Carla Accardi è stata la vera sacerdotessa della ricerca astratta, lasciando al palo il marito Antonio Sanfilippo e i suoi volonterosi compagni di viaggio Giulio Turcato e Piero Dorazio; in costante competizione con il segno e il colore è stata la pittrice romana Giosetta Fioroni, dalla espressività lirica delicata, sempre in bilico tra figurazione ed astrazione; fra le artiste concettuali di valore va ricordata la ricerca della Dadamaino di Milano, negli anni Settanta; e ancora Carol Rama, nata a Torino nel 1918, vincitrice del Primo Premio alla Biennale di Venezia nel 2003, diviso alla pari con Michelangelo Pistoletto.

Dal dopoguerra ad oggi, non è stata certo una competizione fra il sesso forte e quello debole, ma tra artisti dai mondi poetici diversi nella ricerca e nella sperimentazione, accomunati solo dalla magistrale originalità del linguaggio come costante riflesso della complessità del nostro tempo. È dunque azzardato giudicare una composizione

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pittorica o plastica da questo punto di vista: la pittura di Emma Ciardi, importante artista veneta dell’Ottocento, così come la complessa ricerca concettuale di Gina Pane, vissuta e morta a Parigi nel 1990, non esprimono vibrazioni che si possano definire femminili, ma porgono esclusivamente messaggi d’alto livello poetico, in assoluta concordanza con la qualità e la complessità dei loro colleghi contemporanei.

E poi, a ben guardare, le delicate trasparenze delle marine di Virgilio Guidi, che cosa avrebbero di così maschile? In realtà si può sostenere che, se mai, è l’intingolo della tavolozza ad essere, se possibile, femminile nel delicato chiarismo dei lombardi Angelo Del Bon e Umberto Lilloni. Al contrario, sono del tutto maschili le vigorose campiture tonali nei paesaggi di campagna di Daphne Maugham, moglie di Felice Casorati, o i costrutti plastici di Antonietta Raphaël, moglie di Mario Mafai. È bene quindi respingere un canone che è del tutto irrilevante per svolgere una corretta analisi critica. Tuttavia, se guardiamo al passato, è interessante constatare che sia nel primo che nel secondo Novecento, in Germania e in Italia, non si trovano quasi pittrici che abbiano fatto propri i canoni del Realismo Socialista; due sole sono le eccezioni, Käthe Kollwitz e Lia Pasqualino Noto. La seconda è stata compagna per lunghi anni di Renato Guttuso, e credeva anche lei che l’arte dovesse contribuire ad animare la coscienza rivoluzionaria delle masse. Ma Guttuso la lasciò per accasarsi con l’aristocratica Mimise, che poi si fece elegantemente da parte per lasciare il posto alla contessa Marta Marzotto.

E chi si ricorda più di Lia Noto? A suo tempo è stata ignorata dalle pubblicazioni d’arte sociale a firma di critici militanti quali Raffaele De Grada, Antonio del Guercio, Mario De Micheli. Per parte mia, ho avuto un piacevole sussulto quando mi è apparso nella Galleria d’Arte Moderna di Palermo il bel ritratto di un giovane dall’aspetto semplice, e ho capito dalla firma sulla tela che si trattava di un’opera della ex compagna di Guttuso. Era un’artista impegnata, sapiente, talentuosa, molto attenta a captare la nobiltà d’animo della gente della sua Sicilia, e certamente meritevole di essere riscoperta.

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Paolo Levi
Critico d’arte, giornalista, saggista

Ha scritto per le riviste Capital, Bell’Italia, Architectural Digest, Europeo, Mondo, e con quotidiani come Il Sole 24 Ore e  La Repubblica. Dal 1969 dirige, prima per la Giulio Bolaffi Editore e, in seguito, per la Giorgio Mondadori Il Catalogo Nazionale d’Arte Moderna. Dal 2010 è direttore della rivista Effetto Arte.

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