Il Leviatano – Botta e Risposta col direttore di Effetto Arte

a cura di Barbara Zucchi

 

Paolo Levi non fa prigionieri. Sin quando non avrà un minimo pentimento lo prenderò alla sprovvista per ottenere da domande “normali” risposte infami.

 

BZ: Qual è l’opera più demenziale che ha visto nel corso della sua professione di critico d’arte ?

 

PL: Ero proprio agli inizi ed ero felice di visitare gli studi dei pittori. Oltre a curare il “ Bolaffi” mi stavo facendo le ossa scrivendo recensioni sul quotidiano “ L’Avanti !” di Torino. Feci un errore che non avrei più ripetuto a livello professionale. Quello di accettare l’invito di un pittore sconvolgente che viveva in una soffitta adibita anche ad atelier. Era inverno. Il pittore, sui 50 anni di età, essendo alla vigilia di una personale in città, voleve un giudizio, anche per capire quale sarebbe stato il mio eventuale commento sul giornale. Aveva appena iniziato ad espormi sul cavalletto, con atteggiamento superbo, le sue ricerche estetiche che mi venne, immediata, una nausea, in crescendo. Ero imbarazzato, avevo freddo, avvertivo brividi, anche se la stufa a legna era attivata. Era un demente che aveva costruito opere a collage, assommando riproduzioni di particolari da Schiele, Picasso, Bacon e Kline come sfondo. Appena terminata la sfilata degli orrori, mi sono sentito chiedere un parere spassionato. L’ho guardato con occhi disperati. Non sapevo cosa si rispondesse in casi così imprevedibili. Sono uscito sul pianerottolo senza rispondere. Mi ero fatto sette piani in salita, ma non avrei mai pensato di rifarmeli in discesa con sforzi di vomito, eroicamente controllati.

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