Su questo numero di Effetto Arte non mi è possibile trascurare una scadenza commemorativa così importante come i settanta anni dalla Liberazione. Butto giù questo editoriale nel giorno non casuale del 25 aprile. Nel 1945 avevo dieci anni e mi porto appresso molti ricordi di quei giorni. Ma non sono io l’argomento principale, e qui annoto solo che un decennio dopo sono stato coinvolto come iniziale osservatore dell’arte, e impegnato in una scrittura allargata anche al teatro.

I miei coetanei che si dedicavano alla pittura, erano divisi tra i figurativi e quelli del tutto convertiti alla ricerca informale. Già in quel tempo, ero attratto da entrambe le sperimentazioni visive. Ero soprattuttto sedotto, per motivi forse sentimentali, dal Realismo Sociale. Amavo i quadri che illustravano le scene della Resistenza.

Prediligevo i dipinti di Renato Guttuso. Ho conservato religiosamente la riproduzione dei suoi disegni dedicati ai Martiri delle Fosse Ardeatine. Si tratta di un volume – il titolo era Gott mit uns – realizzato dal maestro siciliano alcuni anni dopo il tragico evento. Non intendo spendere parole retoriche sulla guerra, la cui memoria è fatta di sangue, non solo di partigiani fucilati e impiccati, ma di tutte le persone rimaste anonime, perite nelle città, sotto le bombe. A volte mi chiedo: quanti bambini sono morti sotto le macerie?

Ma poi scopro che Renato Guttuso e i suoi compagni di cordata, dopo la guerra, anziché ricordare, o meglio, interpretare realisticamente come simbolico avvertimento quei morti innocenti, hanno privilegiato tematiche inneggianti all’occupazione delle terre o alla retorica del sudore in fabbrica. Tematiche soprattutto ambite dalla borghesia impegnata a sinistra, formata da intellettuali che pure anni prima avevano privilegiato le tele di soggetti fascisti di Mario Sironi, Ardengo Soffici, Ottone Rosai, Ubaldo Oppi. A questo punto sento il dovere di ricordare due diversi momenti della Resistenza, quella disarmata dell’antifascismo clandestino, che ha inizio con l’uccisione di Giacomo Matteotti e che coinvolse fino all’8 settembre del 1943 operai e di intellettuali, e quella armata della lotta di Liberazione.

In questo festoso anniversario mi chiedo, e non è certo la prima volta, quali siano stati gli artisti che, a rischio personale, si siano impegnati clandestinamente alla Resistenza Disarmata.

Ebbene, andando a scartabellare tra le varie biografie di pittori e di scultori, scopro solo due nomi: quello di Aligi Sassu, condannato nel 1935 dal Tribunale Speciale di Fossano per la sua attività antifascista. Scarcerato, dipinse nel 1944 la scena raccapricciante a cui aveva assistito della massa dei corpi di partigiani fucilati in piazzale Loreto. L’altro artista arrestato e finito al confino è stato Carlo Levi. Nella Resistenza Armata il numero di artisti partigiani si allarga a Emilio Vedova, che militò nelle formazioni del Veneto, Mattia Moreni in Romagna, Ernesto Treccani e il giovane scultore Andrea Cascella in quelle della Lombardia.

È stato proprio lui a raccontarmi, negli anni Settanta, che mentre stava ripulendo Via Brera dai cecchini fascisti, a un certo punto s’imbatté in Mario Sironi, in fuga con la pistola in mano.

Sironi, sin dal primo decennio del secolo, si era imposto a critica e collezionismo per la sua eccezionale personalità creativa. Divenuto famoso, aveva aderito per fede, con anima e corpo, al fascismo, ma non per tornaconto personale, e d’altronde non fece mai del male a nessuno.

Andrea Cascella lo riconobbe subito e, preso da pietà, comprendendo che avrebbe fatto una brutta fine, lo salvò nascondendolo sotto un androne, in attesa che si facesse sera. Ma per giungere a una piena glorificazione della Resistenza in pittura e in scultura, dobbiamo attendere l’immediato dopoguerra, e la comoda scelta della maggior parte dei pittori figurativi che capirono subito da che parte tirava il vento.

E qui notiamo che la maggior parte dei docenti presso le Accademie di Belle Arti italiane, che erano stati fascisti della prima ora e avevano indossato la camicia nera durante le riunioni di docenza, aderirono al Partito Comunista Italiano, sia con tanto di tessera, che come utili idioti.

Così, tra gli anni Cinquanta e Sessanta, abbiamo avuto i Festival dell’Unità rigurgitanti di dipinti, disegni, litografie e tragiche rappresentazioni della Resistenza armata, per mano di pittori e scultori che in vita loro non avevano mai sparato un colpo. Un bell’esempio di coerenza etica e professionale.

About The Author

Paolo Levi
Critico d’arte, giornalista, saggista

Ha scritto per le riviste Capital, Bell’Italia, Architectural Digest, Europeo, Mondo, e con quotidiani come Il Sole 24 Ore e  La Repubblica. Dal 1969 dirige, prima per la Giulio Bolaffi Editore e, in seguito, per la Giorgio Mondadori Il Catalogo Nazionale d’Arte Moderna. Dal 2010 è direttore della rivista Effetto Arte.