Abbracciata dalla cerchia delle montagne che si stagliano da un non lontano orizzonte, quasi a proteggerla, la Reggia di Venaria si offre allo sguardo del visitatore con il suo duplice aspetto: castello seicentesco, candido di stucchi e sinuoso nelle linee, e maniero settecentesco, dove il mattone spoglio e severo diviene caldo e morbido quando i raggi del sole lo accarezzano. La frattura non potrebbe essere più netta, e tale è stata lasciata ben visibile dall’imponente intervento che ha interessato la delizia sabauda a partire dal 1999: 250.000 mq. di superficie sono stati oggetto del più grande progetto nazionale ed europeo di restauro, con una spesa che si aggira intorno ai 280 milioni di euro; là, dove secoli di abbandono e incuria l’avevano resa res nullius, sono rinati sugli antichi tracciati, che ricordano quelli di Versailles, parterre all’italiana, viali, allee, boschetti, siepi, pergolati, vasche e fontane. Recita un antico proverbio piemontese:

Chi a l’à vedù Turin e nen la Venaria, l’á cunusú la mare e nen la fia (Chi ha visto Torino e non la Venaria ha visto la madre e non ha visto la figlia)

a significare la grande freschezza e grazia della residenza destinata ai piaceri della caccia, che il duca di Savoia Carlo Emanuele II commissionò nel 1658 ad Amedeo di Castellamonte, architetto di corte, in quella zona detta vauda che indicava la striscia tra la pianura e una foresta folta di alberi e ricca di selvaggina. In pochi decenni sorse il borgo, la cui pianta aveva la forma del Collare dell’Annunziata, la massima onorificenza sabauda, e che conduceva alla Reggia attraverso la via Maestra; la Reggia comprendeva due corti, i cui ciottoli bianchi e neri disegnavano il nodo dinastico dei Savoia e aveva come nucleo centrale il Salone di Diana. A sud si trovavano le scuderie, i canili, e a ovest la citroniera, il parco alto dei cervi e, in affaccio al borgo, la cappella di S. Rocco e la torre dell’orologio, a scandire il tempo indicato dal potere; oltre le mura di cinta i giardini – il parco basso – con i parterre all’italiana e sullo sfondo il tempio di Diana. Pochi gli anni di fasti di corte e di delizie venatorie, e solo in parte compiuta l’opera, prima che le armate di Francia dilagassero, distruggendo parzialmente gli edifici e facendo terra bruciata dei giardini.

L’architetto e urbanista Michelangelo Garove rinnovò il progetto, su commissione del nuovo duca Vittorio Amedeo II, prendendo a modello la coeva reggia di Versailles, e realizzando la stupefacente Galleria di Diana, punto di esibizione della corte e di collegamento fra il palazzo e le scuderie. Fu tuttavia Filippo Juvarra a dare alla Reggia l’aspetto che vediamo oggi. Nel 1716, egli iniziò il rifacimento di quella che era ormai assurta al rango di residenza reale. Egli operò su alcuni elementi fondamentali della pianta, creando un’unica corte aperta al borgo; collocando a sud est delle zone di servizio alla caccia la scuderia grande o citroniera (in realtà assolveva a entrambe le funzioni); edificando la cappella regia dedicata a Sant’Uberto e trasformando la galleria, riprogettata fra il 1716 e il 1718, in grandioso teatro di luce. Fu quindi smantellato l’antico tempio di Diana, in vista di un ripristino dei giardini che prevedeva percorsi d’acqua e prospettive a imitazione dei giardini francesi; alcune colonne del tempio vennero riutilizzate per la Cappella di Sant’Uberto, mentre i marmi decorarono gli interni della Reggia. Benedetto Alfieri, succeduto a Juvarra come progettista, avviò la costruzione della manica a L tra la chiesa e il padiglione verso il borgo, il nuovo Belvedere e la piccola galleria che collega la chiesa alla citroniera. Tanto impegno profuso e tanta valentia di artisti non fermarono il degrado che nuovi e più devastanti eventi bellici imposero alla Reggia.

Le armate di Napoleone si accamparono nei saloni, salmerie e cariaggi distrussero le siepi di bosso, i viali di tigli, le pergole fiorite di rose, le quinte di carpini; ma quando cessarono i venti di guerra, la dinastia sabauda non fu finanziariamente in grado di ripristinare e mantenere quella gran fabbrica, e il passatempo della caccia si spostò nella palazzina di Stupinigi. Rimase, tuttavia, sempre vivace l’attività agricola in quello che oggi è il parco regionale della Mandria che, all’epoca in cui la reggia era viva e abitata, costituiva parte integrante della zona venatoria, ospitando gli allevamenti dei cavalli reali, mandrie di bovini e aziende di produzione agricola. Per breve tempo Vittorio Emanuele II ne fece il suo ritiro privato, quasi da gentiluomo borghese, per incontrare Rosa Vercellana, sua moglie morganatica. Sul finire dell’Ottocento, una grande parte del parco fu venduta alla famiglia Medici del Vascello, che la mantenne sino al 1976, anno in cui il complesso fu acquisito dalla Regione Piemonte; e per la Reggia fu l’inizio di un faticoso cammino per uscire dallo uno stato di incuria, cui solo lo strenuo impegno di un gruppo di volontari si oppose, sino a sventare, negli anni della grande espansione urbana, la demolizione della Reggia per far posto a un nuovo quartiere residenziale. E la progettualità, come i sogni, non si ferma: vicinissima è la ricorrenza dei 150 anni dell’Unità d’Italia e ancora la Reggia, dichiarata patrimonio dell’umanità, farà da scenario ai fasti celebrativi ospitando tre fra le mostre più significative dell’anniversario; così, nel parco basso, oltre la grande allea e la peschiera rosea di ninfee, nascerà il potager royal: 10 ettari di colture, giochi d’acqua e verdi gallerie di ortaggi e frutta per la gioia degli occhi e della gola, fedeli all’antica tradizione sabauda di coniugare l’utile al dilettevole.

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