Ho la certezza, originata dal mio personale ottimismo, che l’avanguardia d’arte contemporanea non abbia ancora vinto, e che non vincerà mai, la guerra condotta nei confronti dell’arte di tradizione, benché utilizzi notevoli risorse economiche e di comunicazione, e anche utilizzando in modo sapiente un’editoria che sa come si coinvolge il gusto del collezionismo. È una specie di guerra dei trent’anni, un’interminabile diatriba legata alla presunta verità di cosa sia la vera arte, e se ci sia ancora posto per coloro che con coerenza privilegiano l’arte della tavolozza, mentre il regno concettuale dell’arte comportamentale, della land art, della video art, e delle installazioni, secondo gli esegeti, dovrebbero sostituire l’antica nobiltà della scultura.

Le ultime leve delle neo avanguardie sono per lo più formate da giovani eredi di Dada, adepti in buona fede che hanno fatto propri i mantra inquietanti di chi li ha preceduti negli anni Settanta del secolo scorso. Sono gli epigoni dell’Arte Povera o della sperimentazione concettuale che ha avuto come leaders in prima fila Beuys e Christo. Ma il Sessantotto, e la sua contestazione, è lui ad essere ormai defunto.Mi trovo, quindi, quanto mai soddisfatto, e tutt’altro che stupito, per la notevole partecipazione di pittori e di scultori italiani e stranieri alla Prima Biennale Internazionale d’Arte che si tiene a Palermo, proprio in questo inizio di gennaio. Mi piace sottolineare che

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questo evento, ricco di presenze giunte da ogni angolo d’Italia e dall’estero, lo dobbiamo a Pietro e Sandro Serradifalco, editori di questo nostro bimestrale e operatori culturali quanto mai determinati in tutti i loro progetti rivolti agli artisti contemporanei di tradizione. Gli artisti rispondono quindi al loro appello in modo eclatante, con ricerche di sapiente fantasia, sia in pittura che in scultura. Sono libere espressività di artisti ai quali non è mai prestata sufficiente attenzione; ai quali non è mai stato dato accesso presso gli spazi espositivi pubblici italiani, quelli che contano. In questo contesto della Biennale di Palermo, essi hanno finalmente l’occasione di essere apprezzati per le loro qualità.

E’ una realtà, questa, che doveva essere rivelata; è un forte gesto conoscitivo di cui personalmente avverto la necessità anche morale. Da cosa sono accomunati gli artisti presenti alla Prima Biennale Internazionale d’Arte di Palermo? Viene da rispondere, da una raison ardente, per usare un’espressione di Rimbaud, quando si riferiva all’anima inquieta di chi crea. Da questo popolo di artisti e da una città, dove l’arte ha un cuore antico, giunge chiaro il messaggio che si tratta di una ragione fatta di veemenza creativa, di accesa passione o di passione sostenuta dalle convinzioni della ragione. Sono artisti di tradizione che guardano con convinzione e attenzione ai linguaggi figurativi e informali internazionali venuti alla ribalta nel secondo dopoguerra, quando, inevitabilmente, andarono in crisi i valori e i contenuti irripetibili della fine Ottocento e dei primi tre decenni del Novecento.

Sono poeti della materia che vivono il presente, interrogandosi, come erano portati a farlo i maestri iniziatici del passato, come Cézanne e Picasso, sui rapporti tra l’equilibrio della forma, la composizione cromatica e l’utopia dello spazio; di conseguenza, si è accolti da un mondo espressivo fortemente variegato, che va dai contenuti emblematici, ai messaggi poetici sovente fuori dal tempo e dalla storia. È questa una rara occasione di affrontare un evento fatto di immagini stimolanti, e di prendere atto della ricchezza di tanti talenti, di tanti artisti che trasmettono coincidenze visive intriganti, inaspettate divergenze, improvvise emozioni, intuizioni del tutto veritiere. È, infine, lo specchio sfaccettato di tante anime alla ricerca di una propria verità, che rivelano, smentendo mirabilmente chi ne ha decretato la morte, come l’arte attuale di tradizione sia ancora ben vitale e fertile.

About The Author

Paolo Levi
Critico d’arte, giornalista, saggista

Ha scritto per le riviste Capital, Bell’Italia, Architectural Digest, Europeo, Mondo, e con quotidiani come Il Sole 24 Ore e  La Repubblica. Dal 1969 dirige, prima per la Giulio Bolaffi Editore e, in seguito, per la Giorgio Mondadori Il Catalogo Nazionale d’Arte Moderna. Dal 2010 è direttore della rivista Effetto Arte.

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