di Ennio Pouchard

Gli artisti di tutti i tempi, nella scelta dei soggetti per le loro opere, hanno privilegiato dapprima il sacro e la gloria, seguiti da bellezza, potenza, forza morale e fisica (quest’ultima esasperata fino alla violenza). Il fascino della natura l’hanno percepito poi, quasi assieme al mistero, e molto più tardi sono arrivati agli argomenti sociali e alla satira; solo nel ventesimo secolo al filosofare sull’essenza dell’arte stessa. Al sapere scientifico, inclusa la medicina, si può dire da sempre, seppure saltuariamente.

All’Antico Regno egizio, III-II millennio a.C., per esempio, appartiene l’affresco scoperto nel Mastaba, edificato nella necropoli di Saqqara, a Sud del Cairo, come sepolcro del gran vizir Ankhmahor (VI dinastia) raffigurate due presunti chirurghi, visti seduti di profilo; manipolano uno il piede e l’altro la mano di due pazienti e per questo il monumento è stato catalogato come Tomba del medico; …salvo che (ipotesi dissacratoria) la scena non rappresenti i più modesti impegni di pedicure e manicure.

Inequivocabile invece è il tema del dipinto sul fondo di una kylix da vino dell’Alte Museum di Berlino, celebre in quanto considerata una dei due soli lavori noti di Sosías, iniziatore tra i più influenti della pittura vascolare greca con figure rosse, che con lui raggiunge l’apice qualitativo. Vi si vede Achille che fascia con una benda bianca il braccio sinistro di Patroclo, quale prova dell’amicizia tra i due, dove però trionfa l’autorevolezza del primo. Sui loro profili compare per la prima volta nella storia l’occhio “scorciato”: un’intuizione per noi istintiva, che all’epoca deve avere stupito come, ai nostri tempi, certi eccessi delle avanguardie.

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Evidenzia la radicale diversità formale tra l’ideale di purezza ellenica e il pragmatismo dei costumi romani l’affresco pompeiano che ritrae Enea ferito, cui viene tolta la punta di freccia infitta in una coscia. Nell’episodio, tratto dal libro XII dell’Eneide virgiliana, chi compie l’operazione è Japix, figlio di Jaso, che grazie alla benevolenza di Apollo diventa àugure, musico e medico. L’eroe sta ritto all’impiedi; guarda lontano, quasi a mostrare la consapevolezza dell’avvenire cui è destinato. Con una mano si appoggia alla lancia, con l’altra stringe a sé il piccolo Ascanio piangente. Completano la scena due militi armati e Venere, che – materna e non visibile agli astanti – scende in volo portando magiche erbe curative. Dei secoli delle invasioni barbariche, a causa dell’ininterrotto alternarsi di contaminazioni culturali estreme, rimane una povertà di tracce figurative che praticamente si protrae fino alla comparsa, in un Medio Evo ormai avanzato, degli scriptoria di monaci che miniano “Atlanti anatomici” con ricostruzioni degli organi interni e dei sistemi di vasi sanguigni o muscolari decisamente fantasiose e ingenue, tuttavia non prive di fascino.

Accadde tuttavia che in prossimità del XII secolo, i monaci cominciassero a lasciare i loro chiostri per esercitare in giro la professione medica, e ciò li espose a un triplo pericolo: oro, donne, e ambizione, che la Chiesa non tardò a reprimere. Negli studi attuali, comunque, si tende a superare l’immagine diffusa di una medicina (detta ancora “arte fisica”) priva di sapere scientifico, mista a magia e superstizione. Realisticamente efficaci, invece, per quanto pittoricamente grezze e – si potrebbe dire – quasi espressionistiche, sono certe immagini prodotte in seguito, verosimilmente fatte da pittori di strada per pubblicizzare la versatilità di medici-barbieri itineranti. Una di esse mostra tre operazioni chirurgiche fatte al vivo e piuttosto azzardate, considerando i mezzi primitivi disponibili: emorroidi, polipi nasali e cataratta.

Non è facile immaginare un “come” quest’ultima potesse essere effettuata, eppure quelle immagini ci dicono che di tali interventi quanto meno si parlava, forse sotto l’influsso – anche solo per sentito dire – di quanto avveniva nella Scuola di Medicina Salernitana, qualificata come “antiqua” già nell’anno 846. Dove – meraviglia! – quelle medesime cure chirurgiche si potevano praticare senza far soffrire il paziente. Viene da lì, infatti, il libro Post Mundi Fabricam – Chirurgia magistri Rogerii, ossia del luminare della scienza medica Ruggiero da Frugardo, o Rogerius Salernitanus (XII secolo), una delle cui miniature illustrava un’anestesia con “spongia somnifera”.

Quel volume continuò a essere consultato, in Italia e di là delle Alpi fino a quando, nel 1316, uscì a Bologna il libro Anathomia del medico Mondino de’ Liuzzi (1275 – 1326): docente in quell’università e primo anatomista impegnato in dissezioni del corpo umano, sperimentate nel terzo secolo a.C. dal greco Erofilo, abbandonate già dai suoi immediati successori. Le illustrazioni sono ancora approssimative, ma le sue descrizioni anatomiche di una pubblica dissezione danno inizio a una successione di trattati anatomici e chirurgici nei quali la medicina deve reinventarsi come disciplina empirica e proto-scientifica. Immagini del suo lavoro vengono pubblicate nel 1491 da Giovanni da Ketham.

La consuetudine del libro scritto da medici e illustrato da artisti è infranta da Leonardo da Vinci, che seziona e studia cadaveri non in nome di conoscenze che ancora non si definiscono scientifiche, ma per approfondire le proprie nozioni sulla “meravigliosa macchina umana”; senza decorazioni, perché l’armonia è parte integrante della loro struttura. Le salme che ha a disposizione pare siano poche: secondo alcune ricerche recenti, non più di cinque o sei. Sufficienti, tuttavia – quando già nel 1482 le dissezioni nell’università di Tubinga erano state autorizzate da Papa Sisto IV, indicando l’approvazione della Chiesa verso tale pratica -, per ricavarne, negli anni 1485-95, 1506-09 e 1510-13, innumerevoli magistrali tavole anatomiche.

Non riesce a pubblicarle, passano in eredità al suo allievo più fedele, Francesco Melzi, tra le cui braccia si spegne, che da esse ricava il materiale per pubblicare il Trattato della Pittura; disperse dai familiari alla sua morte, sono recuperate in buona parte nel secolo seguente da Lord Arundel, nel corso dei suoi viaggi in Europa, ed entrano infine nella Windsor Royal Library, tra i tesori della Corona britannica. La prima pubblicazione su di esse, intitolata Fogli anatomici di Windsor, è tentata a fine Ottocento da Theodoro Sabachnikoff (“Fedor” nella Russia natia) presso l’editore parigino Rouveyre, che lo truffa pubblicando il volume incompleto, provocandogli così una crisi talmente profonda da portarlo a prematura fine.

È di nuovo un medico-anatomista di poco posteriore, Jacopo Berengario da Carpi (1466-1530), “Maestro nello Studio di Bologna” – la cui cultura umanistica gli era stata data da Aldo Manuzio, tutore in quegli anni di Alberto III Pio, Principe di Carpi – che pubblicò nel 1521, presso l’editore Girolamo Benedetti, i Commentaria cum amplissimis additionibus super Anathomia Mundini una cum textu ejusdem in pristinum & verum nitorem redacto, riprendendo i temi sviluppati dal sunnominato Mondino de’ Luzzi, cui seguì il più pratico e scorrevole Isagogae Breves. Numerose le illustrazioni, ma con scarsa aderenza alla realtà.

Precise, particolareggiate e proporzionate, in posture classiche che ricordano antiche statue e ambientate in paesaggi rinascimentali sono invece quelle realizzate forse da Tiziano o da uno dei suoi aiuti per i De Humani corporis fabrica Libri septem, pubblicati a Venezia nel 1543, del belga fiammingo Andreas van Wesel (1514-1564), scholae medicorum Patauinae explicator, cioè professore, noto in Italia come Andrea Vesalio e considerato il fondatore della moderna anatomia; nel frontespizio lo si vede al centro di un teatro anatomico monumentale e affollato all’inverosimile, mentre con disinvolto distacco effettua una delle sue autopsie, mirate sempre ad approfondire la ricerca per il progresso della medicina; ed eseguite, nel corso delle sue lezioni universitarie, spiegandone i passi in latino, lingua che padroneggiava alla pari del greco e dell’ebraico. La prima ebbe luogo il giorno dopo aver conseguito il richiesto dottorato di quella scuola; aveva appena compiuto ventitré anni.

Era scontato che i cadaveri da dissezionare, in quei tempi, fossero di anonimi criminali giustiziati o di suicidi, ma pure di ebrei e semplicemente di forestieri, la cui disponibilità garantiva loro ben venti messe da requiem e una sepoltura cristiana. Il primo di cui si conosce l’identità fu il “famigerato” (così si esprimono le cronache di allora) Adrian Adrianeszoon, impiccato ad Amsterdam nel 1632, sul quale, nell’universalmente famoso quadro di Rembrandt, dipinto subito dopo, il dottor Nicolaes Tulp, titolare della locale cattedra di anatomia, tiene la sua lezione; è già intervenuto sull’avambraccio sinistro e, professoralmente imperturbabile, col cappello in testa, spiega le funzioni dei tendini, afferrandoli con una pinza mentre con l’altra mano sembra che mimi il movimento delle dita azionate dai tendini stessi.

Straordinario il contrasto con gli atteggiamenti dei sette maturi astanti, che esprimono meraviglia e curiosità, o quasi l’incapacità di guardare. Del secolo successivo è la caricatura inglese, di cui Wiliam Hogarth è l’esponente più autorevole, con svariati esempi che mettono in burla terapeuti dall’espressione piuttosto preoccupata (e preoccupante per il paziente). Sul tono del grottesco sono invece le sculture del bavarese Franz Xavier Messerschmidt (1736-1784) che, avviato a una carriera artistica promettente, con la nomina a professore aggiunto nella scuola di medicina a Vienna, non arrivò alla cattedra per sopraggiunte manifestazioni psicotiche.

Vivendo isolato, con il fratello, a Bratislava, produsse più di sessanta busti di marmo e di piombo, le cui espressioni, attribuite lungamente a interessi di fisiognomica, furono studiate con cognizione di causa solo una sessantina di anni fa da uno storico dell’arte austriaco, in base a testimonianze scritte degli atteggiamenti psicopatici dell’artista. Parve così che le smorfie indecifrabili delle opere avessero finalità apotropaiche, poiché riproducevano gli atteggiamenti dell’autore nei momenti in cui, di fronte allo specchio, si pizzicava per esorcizzare le persecuzioni di uno spiritello maligno invidioso delle sue doti artistiche.

Il realismo ottocentesco ha prodotto immagini dell’ambiente medico visto, da un lato, sotto l’aspetto della massima efficienza, incentrata sul prestigio dello scienziato, e dall’altro, della sofferta impotenza di chi invece passa la vita a curare povera gente: così il primo, nella Clinica Agnew (1889) dell’americano Thomas Eakins (1844-1916), dove il chirurgo titolare della clinica guida con austera compostezza un anestesista, che dosa i vapori di etere, e il giovane chirurgo che opera un tumore al seno, cui si contrappone la figura del medico, in The doctor (1887) di Luke Fildes (1843-1927, pittore e illustratore dell’Inghilterra vittoriana), ammutolita di fronte a un bambino morente su un giaciglio improvvisato con due sedie, in una casa tanto misera da non poter disporre di altro.

Il secolo nuovo, epoca di tecnologie galoppanti, offre alla scienza medica un’infinità di mezzi nuovi, compresi quelli che con assoluto rigore ne documentano i passi, a volte producendo immagini d’imprevedibile bellezza, e quindi non è più richiesta la collaborazione di illustratori. L’infermità fisica, sul versante della malattia e delle indagini anatomiche, continuerà comunque a essere un tema trattato dagli artisti: negli anni Venti, in giorni di tensioni sociali senza precedenti, gli esponenti della Neue Sachlichkeit (Nuova Oggettività), e in particolare Otto Dix, raffigureranno i mutilati di guerra crudamente caricaturati come atto di denuncia. Non per dileggio, ma quale presa di posizione contro il disinteresse nei loro riguardi sia da parte della classe politica, sia del pubblico (e soprattutto dei ricchi), tinto a volte di manifesto disprezzo.

In netto contrasto è invece la poetica lucidamente e ludicamente erotica di Hans Bellmer, pittore incluso dai nazisti nella serie degli “artisti degenerati” per la sessualità esasperata delle sue Bambole in grandezza naturale. La formosa protagonista della sua Rose ouverte la nuit (1934), dipinta ritta su uno sfondo di linee armoniosamente ondulanti, tiene aperto con le mani il proprio ventre, quasi che i lembi di tessuto adiposo fossero due tendine, scrutandosi con curiosità gli organi interni. All’estremo opposto si trova, quale espressione autobiografica di un martirio patito a causa di un grave incidente, a causa del quale l’avevano costretta in una specie di busto-gabbia, l’autoritratto a mezza figura La colonna rotta di Frida Kahlo (1944), che fa pensare a una vera e propria tortura.

Alla forte empatia di tale caso si contrapponeva nel 1961 il pensiero freddo di Giulio Turcato, con tele intitolate Tranquillanti, prodotte fissando negli impasti cromatici del quadro pastiglie di sedativo, distribuite in rigoroso ordine geometrico; non uno svilimento del male o del rimedio, ma l’espressione di ironia di un intellettuale militante rivolta a sistemi fai-da-te sempre più diffusi, a beneficio delle industrie farmaceutiche. Qualcosa di concettualmente analogo ma sfacciatamente gonfiato farà mezzo secolo più tardi Damien Hirst, capofila dei cosiddetti Young British Artists, con le sue scaffalature stipate di medicinali, installazioni vendute poi in serie a prezzi astronomici.

Scombussola la struttura logica di quanto si è detto fin qui il caso unico dell’anatomopatologo tedesco Gunther von Hagens, che ha esteso le proprie funzioni professionali fino a coniugarle a quelle di un artista-curatore-promotore-imprenditore onnisciente. Scelta quale materia prima per la sua opera il cadavere reale, preventivamente “scorticato”, lo sottopone a un processo, lentissimo e dispendioso (per essere completato può richiedere mile e cinquecento ore di lavoro per un anno) definito “plastinazione”, da lui inventato nel 1994, che consiste nel sostituire i liquidi fisiologici con polimeri di silicone, per rendere le sostanze putrescibili asettiche e plasmabili, inodori nonché con i colori vividi e inalterati. I corpi così trattati (appartenuti a donatori consenzienti) vengono atteggiati in positure modellate sul vissuto, per poi lasciarli irrigidire permanentemente, e compongono la mostra body worlds (i mondi del corpo), che ha girato il mondo, stupefacendo (o impressionando, sconcertando, sbalordendo) – finora – oltre quaranta milioni di visitatori, ovviamente paganti.

George Bernard Shaw, in uno dei suoi aforismi, disse che, considerata l’irrefrenabile tendenza dei nostri tempi ad approfondire la conoscenza in campi sempre più ristretti, sia logico concludere che non dovrebbe essere lontano il momento in cui l’uomo riuscirà a sapere tutto… su nulla. Von Hagens sembra smentirlo, poiché, come per un desiderio di ritorno all’antico, continua a perseguire una sapienza tendente all’universale; che sia lui sulla strada giusta?

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