Lorenzo Lotto, genio tra i massimi del nostro Rinascimento, non ebbe successo nella Venezia dov’era nato nel 1480, perché il più giovane Tiziano attirava a sé le preferenze che contavano; forse, però, inadatta alla Venezia libertina del tempo poteva essere la sua pur splendida pittura piena di fantasia, ma casta e ignara delle allusioni sensuali cui il collega cadorino dava versioni di sapiente lievità. Sia l’uno o l’altro il motivo che lo spinse ad affrontare la vita errabonda tra Treviso, le Marche, Roma e Bergamo, con ripetuti ritorni nella città natia, sta di fatto che egli scelse di finire i suoi anni da oblato nella Santa Casa di Loreto, offrendo quale proprio servigio opere da chiesa, l’ultima delle quali è La Presentazione al tempio, tela più spoglia che austera nella composizione, tanto che diversi studiosi la considerano incompleta, qua e là incerta per lo stato fisico del pittore, ma ancora spregiudicatamente moderna nell’invenzione metafisica dell’altare retto da piedi umani.

È proprio il carattere di modernità che lo storico Giovanni Villa evidenzia nella mostra da lui ideata e curata per le Scuderie del Quirinale che, posta sotto l’alto patronato del presidente Giorgio Napolitano, è l’evento principale della primavera romana; una rassegna ricchissima, e la più completa fra quante l’hanno preceduta, con oltre sessanta opere, caratterizzata dalla presenza di grandi pale d’altare, i cui spostamenti dalle rispettive sedi è di per sé un avvenimento irripetibile, e di opere dalle quali i conservatori delle collezioni cui appartengono – da quelle reali inglesi di Hampton Court al Metropolitan di New York – sono gelosamente restii a staccarsi per prestiti. Di tale modernità, un aspetto saliente è l’insieme dei modi diversi di organizzare il gioco degli sguardi tra i protagonisti delle opere, ma anche quelli rivolti da solo uno di essi verso chi guarda il dipinto.

Le scoperte per il visitatore attento possono continuare se osserva con attenzione la serie dei ritratti, perché vari di essi sono stati riattribuiti a Lotto dopo che, nel corso dei secoli, erano transitati ad altri grandi maestri, da Hans Holbein (per l’influsso nordico non di rado presente) a Jacopo de’ Barbari, Giorgione, Tiziano, Correggio; perciò non certamente sottovalutati. Perché, ancora, passando da una collezione all’altra, i personaggi effigiati cambiavano nome o piombavano nell’anonimato, ed è ancora in corso il loro riconoscimento. Perché, infine, dai restauri compiuti per quest’occasione, si rivedono dipinti i cui colori in precedenza erano inimmaginabili, con luci e ombre prima nascoste, e particolari indistinguibili sotto la cupezza delle vernici antiche; o ai quali, come per il Polittico di Recanati, si riconosce il merito di un salvataggio quasi in extremis dai tarli che lo infestavano. Qui il discorso potrebbe spostarsi alla politica di gestione degli organismi pubblici preposti alla tutela dei tesori d’arte, che costituiscono l’unica fonte di ricchezza certa del nostro paese, ma è un tema troppo complesso, che richiederebbe una trattazione a parte.

Per la storia, la morte appartata di Lotto, circa settantasettenne, fece svanire ogni ricordo di lui, finché, nel 1895, Bernard Berenson pubblicò a New York e Londra la monografia Lorenzo Lotto. An Essay in Constructive Art Criticism. Altri contributi fondamentali per la sua rinascita gli vennero da Pietro Zampetti, con la mostra monografica del 1953 al Palazzo Ducale a Venezia, e con la pubblicazione, nel 1969, del Libro di spese diverse compilato dal pittore a partire dal 1538, trovato nel 1892, poi smarrito e fortunosamente riscoperto. Altri documenti autografi rinvenuti e pubblicati, mostre e convegni provvidero a dare il dovuto riconoscimento alla sua inquieta modernità. Riprendendo l’argomento delle scoperte, ma da un altro punto di vista, quello del messaggio criptico nascosto nell’opera, incontriamo il caso piuttosto noto del Ritratto di Lucina Brembati, nel quale il nome della gentildonna appartenente a una delle famiglie più potenti di Bergamo è rivelato con le lettere C I scritte in caratteri maiuscoli sulla falce di luna alta nel cielo. Chi è pratico di rebus pensa immediatamente che tale “C I dentro la luna” non può essere letta che Lu-CI-na. Anche questa, come le altre considerazioni fin qui esposte, può far capire che il lavoro preparatorio della mostra è stato, per tutti gli studiosi coinvolti, un viaggio in un territorio ancora da esplorare, e sempre con buone probabilità di nuove scoperte.

 

About The Author

Ennio Pouchard
Critico d'Arte

Vive e lavora a Treviso. Critico d’arte, collabora a giornali e periodici, ed è curatore di esposizioni d’arte contemporanea. È autore di grafica d’arte e si è anche affermato con lavori di poesia visiva, esposti in Italia e all’estero.

Leave a Reply

Your email address will not be published.