La marchesa Luisa Casati Stampa fece della sua vita un’opera d’arte ad ogni costo, anche servendosi dei migliori artisti e degli intellettuali dell’epoca. Icona dimenticata di un lusso sfrenato ed eccentrico, una mostra affascinante le rende omaggio a Palazzo Fortuny a Venezia. Fino all’8 marzo 2015.

Occhi grandi, alta, flessuosa, forse non bella secondo un’estetica tradizionale, ma irresistibilmente attraente, Luisa Amman era nata a Milano il 23 gennaio del 1881, figlia secondogenita di un industriale tessile ricchissimo, austriaco di famiglia ebrea, fatto conte da re Umberto I. A quindici anni, orfana di madre e di padre, si trovò erede di una fortuna immensa e trascorse gli anni seguenti – privilegiata sì ma isolata – nella città natia, appassionandosi alle storie di donne leggendarie – la contessa di Castiglione, l’imperatrice Sissi, Cristina di Belgioioso – sulle quali non tardò a modellare la propria personalità. Diciannovenne, sposò il marchese Camillo Casati Stampa di Soncino, con il quale condivideva la passione per la caccia e per gli incontri di società nell’ambiente dell’aristocrazia internazionale a Milano, Roma e Londra.
Narcisista all’eccesso, declinò presto il ruolo di moglie e di madre di un’unica figlia -che mise prestissimo in collegio a Londra – per fare di sé una femme fatale, icona di un’epoca che col suo fascino inquietante avrebbe sbalordito e ammaliato poeti, artisti, costumisti, coreografi e letterati.


A Venezia, in Palazzo Fortuny, la mostra “La Divina Marchesa. Arte e vita di Luisa Casati dalla Belle Époque agli anni folli” tratta per la prima volta la sua vicenda. Ideata dalla direttrice del museo, Daniela Ferretti, curata da Gioia Mori e Fabio Benzi presenta più di cento opere, tra dipinti, sculture, disegni, gioielli, fotografie, abiti e documenti, in prestito da collezioni private e da musei internazionali.
IL VATE E LA MARCHESA

A Milano, nel 1903, la nobildonna incontrò Gabriele D’Annunzio e l’iniziale amicizia si trasformò presto in una relazione che fece scandalo. Forse fu la vicinanza del vate a ravvivare nella marchesa un fuoco latente, ad alimentare il desiderio e la determinazione di diventare celebre. Agli appuntamenti mondani cominciò ad adottare abbigliamenti curiosi, e già nel 1904, al Palace Hotel di St. Moritz, per una festa di beneficenza si vestì “alla Pompadour”. Era solo l’inizio. Per D’Annunzio, che la chiamava “Coré” (alludendo a Kóre, dea degli inferi), era la “distruttrice della mediocrità” che lo aveva stregato. I loro incontri erano fatti di eccessi, dediti entrambi all’uso di droghe e all’occultismo. Fu in particolare Venezia il teatro dei loro appuntamenti, troppo rari per il poeta che lamentò in vari scritti la lontananza della donna, diventata il suo romanzo vivente; la reclamava al Vittoriale, ma lei non accettò l’invito prima del 1923. Nel gran teatro della sua vita, Gabriele, dopotutto, non fu che uno dei tanti attori.

IL FASTO VENEZIANO

Nel 1910 si stabilì a Venezia in palazzo Venier dei Leoni (dimora dal 1948 di Peggy Guggenheim e, alla sua morte, convertito nell’attuale museo), albergando nel giardino corvi albini, pappagalli, pavoni, levrieri e ghepardi. Rivitalizzata dalle novità delle Biennali d’Arte ai Giardini di Castello, la città era per lei un contesto ideale; vi incrociava artisti, musicisti e scrittori, e lì entrò subito in frequentazione con Sergej Djagilev, mitico fondatore dei Ballets Russes. I suoi favolistici costumi le furono fonte ispiratrice per i travestimenti, arricchiti da estrosi gioielli, con cui si esibiva nelle sue feste, create con scenografie ad hoc e improvvisando performances davanti a un’aristocrazia internazionale, costretta a superare l’impatto delle vasche di cristallo che, tra gli arredi delle sale, ospitavano i suoi serpenti e del ghepardo che la accompagnava (adeguatamente acquietato da oppiacei).
Quel ghepardo che teneva al guinzaglio (collare di brillanti) passeggiando per piazza San Marco, accompagnata da servitori con la pelle colorata da pigmenti di nero e illuminata da tossici spruzzi dorati. Era una tra le tante stranezze, come quella di presentarsi in società con un pitone al collo, a mo’ di sciarpa, creando panico tra gli astanti.
Luisa Casati voleva stupire con il suo stile di vita e di fatto alimentò in crescendo le cronache del “bel mondo”, da Parigi a New York. La sua era una vita frenetica, con tanto sperpero di denaro nell’andirivieni da Venezia a St. Moritz e soprattutto a Parigi, dove si accompagnava all’amico, dandy e omosessuale, Robert de Montesquiou – per Marcel Proust il miglior critico d’arte di quei tempi – legato a D’Annunzio da intesa “d’âme et d’esprit”, i soli – afferma la curatrice Gioia Mori – a conoscerla veramente.

MUSA E COMMITTENTE

Collezionista d’arte per intuito, si fece mecenate in virtù del culto di se stessa; e la rassegna restituisce la sua immagine in tele, disegni e sculture di artisti già famosi e di quelli che con istinto da talent scout andò scoprendo.
Nel tempo la ritrassero ripetutamente Giovanni Boldini, Kees van Dongen (con il quale ebbe una lunga relazione), il pittore e costumista americano Joseph Paget-Fredericks, e soprattutto Alberto Martini, del quale sono esposti due enormi pastelli: uno la raffigura nei panni di capo indiano, ritto su uno sperone del Grand Canyon, e l’altro in quelli di Cesare Borgia, in pomposa tenuta da condottiero.

Pur di sconcertare arrivò a comparire con i capelli colorati d’arancione, il viso ricoperto da un macabro bianco gessoso, le labbra rosso fuoco, gli occhi luttuosamente bistrati e le pupille dilatate con la belladonna, come la si vede nel ritratto di Augustus Edwin John, amante e poi amico fedele, e in diversi altri. Luisa Casati ha assunto l’immagine di donne di differente natura: fatale, torbida, voluttuosa, crudele, tenebrosa, seducente o misteriosa. Opere emblematiche di tali trasformazioni costellano l’esposizione veneziana: in una foto, scattata da Mariano Fortuny a Palazzo Venier nel 1913, posa teatralmente con un costume all’orientale impreziosito da gemme, accanto a Boldini; che l’anno dopo, nella Ville Lumière, la ritrae seminuda in un roteare di penne di pavone e sciabolate di pennello (tutt’altra suggestione di quando nel 1908 l’aveva effigiata quale algida dama milanese, dritta all’impiedi con i suoi levrieri).
Quasi quarantenne, spregiudicatamente senza veli, pallida e magra, eretta con un braccio teso a dispiegare uno scialle nero simile a un’ala di pipistrello, il volto meduseo, appare nel ritratto di Romaine Brooks, ipnotica creatura della notte immersa in un’atmosfera irreale.

LA DEDICA DEL MANIFESTO FUTURISTA

Affascinata dall’imprevedibilità dei futuristi, dall’inverno del 1915, a Roma, dove aveva un’altra casa, consolidò l’amicizia con Marinetti, che le dedicò il manifesto “La danza” futurista, pubblicato l’8 luglio 1917 su “L’Italia futurista” e la introdusse a Giacomo Balla.
Questi, a sua volta, portò all’Esposizione nazionale futurista di Milano, nel 1919, la scultura dal titolo La marchesa con gli occhi di mica e il cuore di legno; e l’8 febbraio 1920, in prima pagina di “Roma Futurista”, fece pubblicare un secondo busto scultoreo che aveva realizzato per lei. L’anno dopo usciva L’alcova d’acciaio – Romanzo vissuto scritto da Marinetti, con il capitolo La marchesa Casati e i balli futuristi.
Intanto Luisa si faceva ritrarre da Natalia Goncharova e da John Epstein a Roma, dal “suo” Augustus John a Parigi, da Fortunato Depero e Romaine Brooks a Capri e a Venezia da van Dongen.
Il 1922 fu un anno che la vide grande protagonista di eventi internazionali: con un trionfo al ballo del Grand Prix all’Opéra di Parigi, abbigliata addirittura da “Sole”; con i ritratti di Man Ray, Epstein, Boldini, John, Bakst, de Blaas, pubblicati in “Vanity Fair”; e in interi paragrafi del romanzo Peter Whiffle. His Life and Works di Carl van Vechten, fresco di stampa, che parlavano delle sue feste a Ca’ Venier.

DAL PALAIS DU RÊVE ALLA STANZETTA DI LONDRA

I debiti la costrinsero a vendere le case di Roma e Milano, nonché parte delle azioni dell’azienda di famiglia, per trasferirsi nel 1923 a Parigi, acquistando il Palais Rose a Vésinet, ribattezzato Palais du Rêve, appartenuto a Montesquiou che era mancato poco prima.
Con i suoi sensazionali look, inventanti per lei anche da Paul Poiret, Léon Bakst ed Erté, la marchesa continuò a strabiliare fin oltre oceano, dove compì un viaggio a New York, Palm Beach e San Francisco riempiendo i quotidiani americani con le sue stravaganze. Altri dieci anni di sperperi e si trovò costretta a vendere tutto; ma, ancora indomita esibizionista, Man Ray la fotografa nel 1935 in versione “Sissi dipinta da Winterhalter”, al ballo Beaumont ispirato a noti dipinti e sculture.
Non si sa quando abbandonò Parigi, però un contratto d’affitto rivela che nel 1938 risiedeva a Londra, in un piccolo appartamento a Mayfair. Qui vivevano la figlia – alla quale lei sopravvisse – che l’aiutò, rifiutando però di incontrarla, e l’affezionato Augustus John, che le fu accanto fino alla fine.
Quindici gli indirizzi da lei cambiati prima di finire in una sola stanza, in povertà, vestita sempre con una vecchia pelliccia di leopardo sdrucita e tenuta insieme da spille di porcellana.
Il “bel mondo” l’aveva abbandonata, ma in quegli stessi anni Tennesse Williams delineava la sua figura in alcuni personaggi di Man Bring This Up Road, Jack Kerouac le dedicava tre poesie in San Francisco Blues, e a lei s’ispirava Maurice Druon per la protagonista del suo romanzo La Volupté d’être.
Il primo giugno del 1957, dopo una seduta spiritica, un ictus la portò via. Ad accompagnarla al cimitero di Brompton, a Kensington, solo pochi amici e la nipote Moorea. Sulla lapide un epitaffio che riporta un verso dell’Antonio e Cleopatra di Shakespeare: «L’età non può avvizzirla, né l’abitudine rendere stantia la sua infinta varietà».

ESSERE UN’OPERA D’ARTE

Camaleontica “musa sfuggente” della Belle Époque, non smise mai di voler fare di sé un’opera d’arte.
Fece, però, solo tendenza, con la cappa nera di taffetà, con l’abito Delphos disegnato da Fortuny, con la pantera che avrebbe ispirato un famoso gioiello di Cartier. Le testimonianze delle sue provocazioni evocano un determinato ambiente aristocratico e facoltoso del tempo e quel certo milieu artistico che lì aveva accesso; ma il suo nome non è mai entrato nell’immaginario collettivo.
Dopo quarant’anni di oblio, a rievocarla sono stati fotografi di riviste patinate, “travestendo” da marchesa Casati attrici e modelle, e gli stilisti John Galliano (nel 1998) e Karl Lagerfeld (nel 2010), proponendo a maisons d’haute couture un’intera collezione con le sue mises, destinate a un pubblico elitario.
Sul fronte dell’arte, infine, Luisa Amman-Casati merita una considerazione che fino a ora non avrebbe avuto alcuna base per essere formulata: in lei si può vedere un’interprete ante-litteram di happening, performance, gestualità, body art, arte comportamentale – facendo un nome tra tutti, quello di Marina Abramovich – o arrivando anche a paragonare i tanti suoi ritratti ai narcisistici autoscatti di Cindy Sherman. Per approfondire tale riflessione è preferibile tuttavia rimandare il lettore agli ottimi saggi del catalogo della mostra veneziana, che ricostruiscono con tessere concentrate sulla figura della “Divina Marchesa” il mosaico di un ambiente sociale, artistico e letterario che ha segnato un’epoca.

La Divina Marchesa. Arte e vita di Luisa Casati dalla Belle Époque agli anni folli
Venezia, Palazzo Fortuny, San Marco 3958 Campo San Beneto
Fino all’8 Marzo 2015
(orario 10-18, chiuso il martedì)
Coprodotta da Fondazione Musei Civici di Venezia
e da 24ORE Cultura
Info: +39 041 0988107
www.visitmuve.it

About The Author

Elsa Dezuanni
Storica dell'Arte

Vive e lavora a Treviso. Storica dell’arte, ha pubblicato vari studi su Lorenzo Lotto. Da diversi anni è curatrice di cataloghi e mostre d'arte contemporanea presso musei civici. Giornalista, scrive di critica d'arte in riviste di settore e quotidiani.