Vincent van Gogh era un genio o era un pazzo?

In realtà era probabilmente un disgraziato, capace di fare della sua esistenza, prima ancora che della pittura, un’opera d’arte. Drammatica: van Gogh che si taglia un orecchio per portarlo a una prostituta, che cerca di uccidere il suo caro amico Gauguin, van Gogh il disturbato mentale ricoverato in manicomio, e l’illusione di una pace ritrovata nelle campagne di Auvers, che sfocerà nel suicidio.

Forse, il suo tormento va ricercato nel legame contraddittorio con la ricerca della “normalità”.

Pazzo non era per la verità, Van Gogh – questo ci ribadisce Giordano Bruno Guerri nel suo libro “Follia? Vita di Vincent van Gogh”: era piuttosto un uomo disperato e rabbioso, che non era stato baciato dalla fortuna. Figlio di un pastore protestante olandese, destinato a fare il sacerdote o il mercante d’arte, come il fratello Theo, di aspetto poco gradevole, evitato dalle donne e tormentato dalla carenza di affetto, dopo una parentesi fallimentare in cui vuole diventare prete e finisce nelle miniere di carbone del Belgio, Vincent decide di dedicarsi esclusivamente alla pittura. Si reca in Francia dove incontra Paul Gauguin, col quale instaura un rapporto quasi amoroso, di grande ammirazione (non ricambiata) da parte di Vincent per l’amico, che sfocerà in dramma quando Gauguin gli sottrarrà la prostituta preferita. Di Vincent bambino si sa poco. Leggeva parecchio e non stava volentieri con gli altri bambini, che lo prendevano in giro per i capelli rossi e per un’aria da vecchio che aveva fin da piccolo.

Di se stesso, Vincent scriveva: “Cosa sono io agli occhi della gran parte della gente? Una nullità, un uomo eccentrico e sgradevole, qualcuno che non ha posizione sociale né ne avrà mai una. In breve, l’infimo degli infimi. Ebbene, anche se ciò fosse vero, vorrei sempre che le mie opere mostrassero quello che c’è nel cuore di questo eccentrico, di questo nessuno”.

Van Gogh amava con compassione l’umanità, nonostante venisse deriso e umiliato dai tanti che lo ritenevano solamente un povero malato di mente dalle velleitarie aspirazioni artistiche.

Combattuto fra i desideri dell’uomo mediocre e l’aspirazione mistica per l’universo e l’infinito, van Gogh dovette scegliere, come spesso accade alle persone dotate e sensibili, tra la genialità e le mediazioni di una vita modesta.

Anche l’essere rinchiuso in un manicomio, a patto di poter continuare a dipingere indisturbato, era per lui accettabile. La sua fascinazione verso una vita “normale” era rivolta verso i “respinti dagli uomini di Chiesa”.

Da qui, la sua predilezione per i poveri e le prostitute: “Spesso, quando vagavo per le strade solo e abbandonato, malaticcio e triste, senza un soldo in tasca, le guardavo e invidiavo gli uomini che potevano andare con loro. E mi sembrava che quelle donne mi fossero sorelle.”

Van Gogh sfidò la società, la cultura del tempo e la stessa mano che lo sfamava, quella di Theo, che ricattava psicologicamente grazie a una straordinaria capacità di autocommiserazione.

Infatti uno dei temi in cui ci si imbatte più frequentemente leggendo le lettere a Theo è quello dei pagamenti e delle spese quotidiane. L’indigenza è per Vincent la costante compagna di viaggio. Nelle lettere si trovano riferimenti continui all’incertezza del lavoro e alla preoccupazione di sprecare materiale e denaro: “Con altri 20 franchi riuscirò a finire la settimana, ma quelli sono urgenti.” E ancora: “Se tu di tanto in tanto mi mandassi per combinazione un po’ di soldi, se ne avvantaggerebbero i quadri e non io”. Oppure: “Quando si fa il pittore, o si passa per pazzi oppure per ricchi; una tazza di latte ti costa un franco, una pagnotta due, e intanto i quadri non si vendono.”

La sua, più che follia, sembra la mente lucida di un calcolatore che sa dove colpire per trarne vantaggio. L’autocommiserazione, più che la rassegnazione a un’esistenza mediocre, sembra una geniale intuizione per continuare a dipingere indisturbato, scansandosi qualsiasi responsabilità.

Van Gogh si mise nei panni dell’artista all’età di 27 anni, e tutta la sua produzione fu racchiusa nell’arco di dieci anni, precedenti la morte. Produsse oltre 450 opere negli ultimi cinque anni della sua esistenza. Anche se imparò tardi a dipingere, e consapevole di non possedere una tecnica raffinata, attraverso una maniacale dedizione per l’arte riuscì a superare i suoi tanti limiti, non rinunciando mai alla speranza, nonostante vivesse alle spalle di tutti, di diventare un giorno Vincent van Gogh, come si evince in una delle tante lettere indirizzate a suo fratello: ”Mio caro Theo, non posso farci niente se i miei quadri non si vendono. Ma verrà il giorno in cui si vedrà che valgono più del prezzo del colore che ci metto, e della mia stessa vita”.

Oggi Vincent van Gogh, morto suicida all’età di trentasette anni in condizioni di povertà e miseria, può essere considerato il padre della pittura moderna: fece esplodere la forma e il colore, gettò il seme della pittura espressionista e addirittura dell’arte astratta. E una volta apprese le regole dell’Impressionismo, se ne fece innovatore, ponendo le basi dell’Espressionismo, grazie alla sua continua volontà di esasperare l’interpretazione emotiva della realtà.

In vita, si dice che van Gogh vendette una sola opera. Si tratta di Vigneto rosso (1888) oggi al museo Puskin di Mosca, acquistato all’inizio del 1890 da Anne Boch, sorella del giovane pittore Eugène, amico di Vincent. Ma non se ne doleva Vincent, anzi, capiva che non sono le vendite a determinare l’artista.

Scrive al fratello Theo: “La prassi del commercio dell’arte, che fa salire i prezzi quando l’autore è morto, si è conservata tutt’ora”. E aggiunge: “I prezzi più alti di cui si sente parlare, che sono stati pagati per lavori di pittori che sono morti e che in vita non sarebbero stati pagati tanto, questa è una specie di commercio di tulipani, nel quale il pittore che vive ha più svantaggi che vantaggi”.

Pensando alle quotazioni raggiunte dai suoi quadri in asta, la considerazione suona come un’amara profezia sulla cieca fortuna che domina le nostre esistenze, riassunta negli ottantadue milioni e mezzo di dollari per “Il ritratto del Dottor Gachet” in asta da Christie’s a New York, nel maggio del 1990.

Anno dopo anno, mentre il suo spirito si consumava come uno dei paesaggi che dipingeva, divorati da un sole implacabile e feroce, la sua arte – che mostrava la realtà’ di una natura violenta ed egoista – divenne sempre più potente e unica.

I fallimenti della sua vita gli minarono la psiche, fino a farlo internare in manicomio a Saint- Rémy, in Provenza. Qui, lucidissimo, dipingerà a ritmo incessante le sue più grandi opere, come la meravigliosa “Notte stellata”.

Osservando con attenzione il dipinto, alcuni scienziati hanno affermato che Van Gogh era riuscito, 60 anni prima che la teoria venisse scoperta, a rappresentare perfettamente uno dei fenomeni fisici conosciuti più complessi, la “turbolenza fluida”. In “Notte stellata” le pennellate circolari creano un cielo notturno pieno di vortici, di nubi e di mulinelli stellari. 

Il destino segnato da un qualcosa “scritto nelle stelle” è presente già quando, per una macabra coincidenza, Vincent Wilhelm viene alla luce il 30 marzo 1853, lo stesso giorno in cui, l’anno precedente, nasceva morto il primogenito di famiglia, battezzato con lo stesso nome. Il fratello viene seppellito davanti alla chiesa del paese; Vincent avrebbe quindi visto il proprio nome sulla lapide tutte le volte che passava in quel punto. Quella lapide fu un memento mori per il piccolo Vincent, romantico in un secolo romantico: gli toccò prendere confidenza con la morte ancor prima di conoscere la vita.

Il campo di grano con volo di corvi”, ritenuto l’ultima opera di van Gogh, sembra preannunciare il suo dramma. I corvi, veri protagonisti del quadro, volano nerissimi, disordinati; sembra di sentire urlare, mentre cercano una preda. Ma il vero dramma di Vincent non fu la presunta pazzia, né la scelta di una vita a metà, senza famiglia e affetti, quanto il vorticare atroce delle stelle intorno a un cipresso, o nell’oscena materialità di un girasole. ”Appena smise di credere alla bontà dell’universo, anche gli uomini gli apparvero come cose, alberi e animali, e fu allora che cominciò a dipingere”. [G.B. Guerri].

Il suo animo sensibile viveva ormai in simbiosi, artistica ed esistenziale, con l’aspetto brutale della natura.

Con lucidità – che all’epoca degli scritti fu solo delirio di grandezza – van Gogh confidava al fratello, tra alti e bassi, la premonizione del grande artista. Questo bipolarismo fu una delle cause principali del suo tormento: non riuscire a conciliare il furore del genio con un briciolo di normalità. E quando il genio finirà per prevalere, com’era naturale, la sua vita quotidiana ne verrà schiacciata.

Van Gogh porrà fine alla sua sofferenza con un colpo di pistola. Poco prima di uccidersi scrive l’ultima lettera al fratello, non terminandola. Scrive: “nel mio lavoro ci rischio la vita”, poi va in un campo e sopra una buca di letame si spara all’addome.

E’ il 27 luglio 1890. Morirà dopo due giorni di straziante agonia. “L’ho fatto per il bene di tutti”, dice al fratello Theo, quando arriverà a soccorrerlo.

Van Gogh “Si è terminato – come ci spiega Guerri – ma è ancora vivo”. Infatti, la pistola in mano a Vincent fu il pennello con cui terminare il capolavoro, la sua vita.

Antonin Artaud lo ha definito “un suicidato della società”, simbolo dell’umanità dolente incapace di adattarsi a una società che opprime le sensibilità più acute.

Letture consigliate:

Follia? Vita di Vincent Van Gogh” di Giordano Bruno Guerri – Bompiani

Van Gogh Il suicidato della società” di Antonin Artaud – Biblioteca Adelphi

Lettere a Theo” – Guanda

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