Milano è strana. Come si sente dire a volte di certe persone, non è bella ma ha il suo fascino. Milano ha molte età, facce, razze, aspirazioni e delusioni. Ha la personalità sfuggente di una creatura in costante movimento, in continuo mutamento eppure, per certi versi sempre uguale a se stessa.
Una corsa vertiginosa per arrivare all’Esposizione Universale ha caratterizzato l’inizio dell’anno; una volta inaugurato si è presa appena il tempo per assicurarsi che tutto filasse liscio e già l’evento era alle spalle, altri progetti attendono.
La primavera scorsa la città è fiorita di manifesti che pubblicizzavano la Fondazione Prada e le mostre ospitate nei suoi spazi; l’inaugurazione ha seguito di pochi giorni l’apertura dell’Expo 2015, evento che ha incoraggiato l’aumento delle manifestazioni culturali presenti in città rispetto alla media stagionale e quindi in un primo momento ho sottovalutato l’avvento della Fondazione secondogenita di Miuccia Prada e Patrizio Bertelli.
La prima è a Venezia nelle splendide stanze di Ca’ Corner. Eppure quelle locandine che mostravano ora il nuovo edificio, creatura sontuosa di Rem Koolhaas, noto architetto olandese, ora una delle opere esposte alla mostra Serial Classic, dedicata alla statuaria antica, hanno continuato a incuriosirmi. Mondo della moda, architettura moderna e arte antica; una strana attraente formula il cui risultato è stato interessante verificare.

Arrivo in piazzale Isarco, in una tarda domenica mattina di fine estate. Il cielo è cupo di calura e questa zona di Milano mi è sconosciuta; è buffo come, anche in una città piccola, vi siano luoghi in cui non ci si avventura mai e quando poi accade, appaiono quasi esotici.
Il complesso di edifici della Fondazione sorge a ridosso di uno scalo merci della stazione di Porta Romana, intorno nuovi comprensori residenziali e più datate officine artigiane; il progetto ha occupato e resuscitato le spoglie di una defunta distilleria della Società Italiana Spiriti e le forme sono rimaste sobrie e rigorose. Le neonate strutture armonizzano con le vecchie costruzioni di inizio ‘900 ma la vecchia torre ora dorata, qualora qualcuno si dimenticasse di essere a casa di una stilista, che fa parte del corpo centrale, è stata battezzata Haunted House sebbene non siano più gli spiriti alcolici a infestarla ma le visioni di Robert Gober e le malinconie di Louise Bourgeois.

Le opere dei due artisti occupano in maniera permanente i piccoli ambienti, quasi stanze di appartamenti, dei diversi piani e il rapporto tra i lavori e gli spazi contribuisce a instaurare un’intimità con il visitatore e con il paesaggio urbano che si osserva dai finestroni originari.
L’aureo bastione è annesso al cubo di vetro e acciaio che ospita esibizioni temporanee come la preziosa mostra che ha inaugurato quest’ala, dal titolo Serial Classic sulla riproduzione seriale delle opere in antichità appunto. Un’opportunità per spiegare come, al di là delle ragioni politiche o religiose, si pensi alle statue di sovrani o divinità, l’esigenza dell’uomo di possedere, circondarsi e quindi riprodurre la bellezza abbia radici lontane.

Negli spazi denominati Cisterna, la ragione del nome sarà subito evidente a chi la visitasse, Galleria Nord, Galleria Sud e al piano terra del Deposito, la cui costruzione non è ancora completa, sono ospitate le opere della collezione Prada-Bertelli, talvolta affiancate da dipinti e sculture provenienti da musei e altre collezioni private per maggior completezza del percorso artistico.

Per la verità alcune sale della Galleria Sud sono talmente affollate dalle tele di Fontana, Koons e colleghi da renderne veramente difficile la fruizione o come può succedere con qualsiasi forma d’arte, talvolta sono le opere stesse a lasciare perplessi e ad impedire la propria comprensione. Per esempio mi è sfuggito il senso dell’allestimento, e per la verità anche delle opere, della sala nel Deposito in cui sono presenti modelli in scala 1:1 di furgoni e automobili in alcuni casi carbonizzate e rivestite di mozziconi di sigaretta. Un monito a non addormentarsi al volante con la sigaretta accesa?
Comunque sia, se l’arte contemporanea non vi ha conquistato, la Fondazione Prada, che si propone l’ambizioso obiettivo di divenire polo di riferimento culturale e intellettuale per il futuro di Milano, possiede uno spazio cinematografico in cui si tengono cicli di film d’essai; è inoltre possibile andare anche sotto il Cinema, ma lì di nuovo trovereste una complessa installazione artistica permanente dal titolo “Processo Grottesco”, novecentomila sezioni di cartone stratificate a formare la riproduzione di una grotta dell’isola di Maiorca.
Nell’edificio su strada è stata creata un’Accademia dei Bambini, con laboratori e progetti destinati all’infanzia ideata da una neuropsichiatra e la stessa struttura ospita il Bar Luce, prodotto dal genio nostalgico del regista Wes Anderson e ispirato alla Milano che non c’è più di Miracolo a Milano, Rocco e i suoi Fratelli, La vita Agra e persino ai film sulla mala degli anni Settanta.
Il bar ha un ingresso anche sulla strada e se, come si propongono i gestori, dovesse in futuro rimanere aperto sino a tarda notte, come anche la biblioteca, mi piacerebbe tornare tra i tavoli in formica rosa e i flipper, aspettando che qualche personaggio da romanzo di Scerbanenco varchi la soglia lasciando entrare l’odore freddo della nebbia. Vorrebbe dire che Milano ha cambiato nuovamente età, ritrovando la veste di fucina artistica e musa intellettuale che aveva nei tempi andati.

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Diana Orini
Giornalista

Nata nella bassa bergamasca, nell'anno '78 del secolo sbagliato, è laureata in storia dell'arte, e si occupa in varie forme di giornalismo, arte e comunicazione.