di Ennio Pouchard

Lo scultore del ferro e dell’acciaio Jürgen Knubben è il protagonista della mostra intitolata Verticalissimo, la ventiquattresima che Castel Pergine – fortezza medievale posta a guardia della Valsugana, trasformata in luogo di sereni soggiorni – presenta dal 1991 ogni anno.

Curata dai suoi gestori, Theo Schneider e Verena Neff, con il coordinamento dello scultore Riccardo Cordero, si sviluppa con una trentina di grandi opere disseminate negli esterni e svariate minori negli interni del maestoso complesso, nonché una, alta otto metri, installata per la prima volta a Pergine città, nella centrale Piazza Gavazzi. Nato nel 1955 e tuttora attivo a Rottweil (città imperiale nel Medio Evo, entrata nella Confederazione Elvetica nel 1463 e unita al Baden-Württenberg dopo l’invasione napoleonica del 1803; ma anche luogo d’origine, nel tardo ’800, dei cani Rottweiler), Jürgen Knubben inizia l’attività di scultore nel 1973, studia teologia a Tübingen dal ’77 all’82, si dedica subito dopo alla docenza e nel 1993 diventa direttore del Forum Kunst Rottweil e artista della città di Spaichingen nel 2006.

È poi docente-ospite a Taipei (Taiwan), sviluppa iniziative artistiche per lo stato federale del Baden-Württenberg, ottiene svariati premi e svolge un’intensa attività espositiva internazionale, anche in Italia, partecipando nel 2013 alla Biennale Internazionale di Scultura a Racconigi. Nel catalogo dell’attuale rassegna, Adrienne Braun lo definisce «Scultore come architetto», motivando l’accostamento con i titoli da lui scelti per la più parte delle opere: tutti – ad eccezione della Venere di Botticelli, inserita nel gruppo Comeback (Ritorno), e della Nefertiti nel composito insieme Tête à tête – mutuati dalla terminologia edilizia: Colonne, Piramidi, Pilastri, Case, Torri, Scale.

Dove però, con case prive di aperture, scale impraticabili, piramidi non piramidali…, nessuna di tali definizioni corrisponde ad alcunché di funzionale. Sono comunque parti di un accumulo concepito secondo una visione seriale della scultura, in forme progettate e costruite con rigorosa esattezza, ingentilita dal tepore cromatico conferito dagli agenti atmosferici e dal tempo all’acciaio Corten. Linguaggio e materia Knubben è categorico nel riconoscere la matrice della modularità che caratterizza le sue colonne e piramidi nella Colonna infinita di Constantin Brancusi, eretta a Bucarest nel 1937 quale monumento ai caduti romeni della Guerra Mondiale.

Ma mentre lì i moduli di acciaio inossidabile, uguali e alti un paio di metri, riprendevano studiatamente la forma romboidale usata per i pilastri lignei delle case di campagna del Paese, legando la memoria degli scomparsi alla loro terra, in queste sue Säulen (Colonne), decisamente inferiori nelle dimensioni, le forme, ideate volta per volta più o meno agili, non hanno alcun riferimento simbolico. In sezione, le singole parti sono a pianta triangolare o quadrata, pentagonale, rotonda; i tagli, dall’orizzontale all’obliquo; gli orientamenti, costanti nei vari livelli, o variabili seguendo parametri prefissati; le volumetrie – al fine di dare, in funzione dei livelli, maggiore o minore slancio ascensionale alla scultura – uguali con la distanza dal suolo, calanti in volume fino a metà e poi crescenti, o viceversa.

Ed è un magico respiro dello spazio che tale gioco di forme, di grandezze, di posizioni e di musicali “diminuendo” – “crescendo” e “accelerando” – “rallentando”, ha la capacità, solennemente, di esprimere. Distribuire le sculture nell’ampia distesa di prati, promontori, avvallamenti e rocce sporgenti dentro la cinta muraria è di per sé un’opera di grande impegno; e lo è altresì all’interno, nell’intricato percorso ambientale del castello, per farle interagire con il carattere di quegli spazi.

Ebbene, proprio qui si dimostra come le opere di Knubben abbiano la capacità di creare atmosfere diverse: austera nella Sala delle Armi, misteriosa nella Sala della Rosa e sacrale per le nove Nefertiti uguali nell’antro della Prigione della Goccia. A tale proposito, dopo aver citato i problemi derivanti dall’angustia della via di accesso al castello, Theo Schneider scrive: «…per fortuna esiste un’azienda a Trento che con la sua gru da sessanta metri è in grado di sollevare delle sculture pesanti fino a quattro tonnellate dall’ultima curva oltre alla cinta muraria.

Per fortuna a Pergine lavora un fabbro che rende possibile ciò che è impossibile. Per fortuna ha buoni amici con escavatori stretti e idee geniali. Hanno saldato delle slitte e con un verricello in acciaio hanno spostato degli oggetti artistici che pesavano tonnellate per diversi metri oltre a un muro». Solo per fortuna?

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