Esistono varie tipologie di inviati speciali. C’è l’inviato di guerra, c’è quello sul luogo del delitto, quello all’estero per l’incoronazione di un re o al vernissage di una esposizione. Quella del critico d’arte è – come dire? – una sorta di chiamata. Da più di quaranta anni, faccio l’inviato speciale negli studi degli artisti. Una volta, spesso e non sempre volentieri, andavo a fiuto. Oggi, con internet, ho l’occasione parziale di aggiornarmi prima, e quindi, se voglio, di prendere la fuga.

Ma anche l’incontro più imbarazzante con pittori e scultori che purtroppo non sanno quel che fanno e che dovrebbero scegliere un altro passatempo, si è sempre concluso senza morti né feriti: ho dato solo qualche buon consiglio, che non fa mai male a nessuno. Ho avuto il mio bell’apprendistato negli anni Settanta con il critico d’arte Luigi Carluccio, il consulente di Marella Agnelli per le grandi mostre internazionali allestite nelle sale della Galleria d’Arte Moderna di Torino, e patrocinate dalla Fondazione Agnelli Amici dell’Arte. In quegli anni Carluccio dirigeva il Catalogo Bolaffi d’Arte Moderna, mentre io ne ero il caporedattore. Ci siamo sempre dati del lei, e non ho mai capito perché oggi si sia persa questa usanza educata. Visitavo, su suo consiglio assolutamente autorevole, gli studi dei grandi maestri, sparsi per l’Italia. La sua e la mia ambizione era che il Bolaffi uscisse con opere del tutte inedite, da Burri a Guttuso, da Vedova a Dorazio. Il collezionismo, in quegli anni, considerava l’annuario una sorta di Bibbia, di cui si doveva tenere conto, con le sue quotazioni sempre aggiornate. Molti artisti avevano un ego fortemente dilatato, altri erano piacevoli e disponibili e, nei confronti dei primi, Carluccio mi raccomandava:

Veda di avere incontri e non scontri.

Se un giorno dovessi mettermi a scrivere i ricordi di allora, più che esaltare i nomi dei maestri definitivamente collocati nell’Olimpo italiano dell’arte moderna, metterei sotto i riflettori i tanti pittori che, per ingiuste vicissitudini, non hanno potuto diventare protagonisti della storia dell’arte italiana dalla fine degli anni Sessanta ad oggi. Li ho visti dipingere. A volte l’odore dei colori mi prendeva alla gola, altre volte soffrivo sul registratore che si bloccava sul più bello della conversazione, perché le pile si erano scaricate. Ma ho scoperto durante quelle mie visite, che ogni artista deve essere rispettato e riconosciuto, e non solo per la sua ricerca, ma anche per il suono della sua voce, per i suoi silenzi, per una tela appena segnata da pochi tratti e quasi dimenticata sul cavalletto.

Ci sono personaggi che ho incontrato una sola volta e che avrei voluto incontrare di nuovo, altri con cui mi sono rivisto durante questi anni molte volte, diventandone amico fraterno. Il mestiere di chi si occupa d’arte ha diverse ramificazioni; in realtà il principe della professione è comunque lo storico che fa ricerca, analizza, elabora teorie e sviluppa tesi nel suo laboratorio di cattedratico. Il critico d’arte, al contrario, vive spalla a spalla con il pittore, per rivelare al pubblico la scrittura sottile della sua poetica. E a volte è capitato che qualche storico dell’arte abbia utilizzato le mie intuizioni; in quei casi mi sono riconosciuto come un cameriere che, su un vassoio d’argento, porge allo studioso notizie particolari, interpretazioni scritte a caldo, tessere utili a costruire il puzzle

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rigoroso che prenderà poi forma nella sua mente.

About The Author

Paolo Levi
Critico d’arte, giornalista, saggista

Ha scritto per le riviste Capital, Bell’Italia, Architectural Digest, Europeo, Mondo, e con quotidiani come Il Sole 24 Ore e  La Repubblica. Dal 1969 dirige, prima per la Giulio Bolaffi Editore e, in seguito, per la Giorgio Mondadori Il Catalogo Nazionale d’Arte Moderna. Dal 2010 è direttore della rivista Effetto Arte.

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