di Lea Ficca

Dal 16 marzo al 9 maggio il Maxxi di Roma presenta il lavoro di Francesco Arena “3,24 mq”, con il quale il museo romano vuole rendere omaggio ad Aldo Moro e ricordare il quarantesimo anniversario della sua morte. In occasione dell’evento, abbiamo intervistato l’artista.

 

 

1) Vorrei iniziare dall’installazione 3,24 mq presente attualmente al Maxxi. Quest’opera, come tutti i tuoi lavori, fa riferimento a un episodio storico importante per la nostra memoria collettiva. Ma quanto è presente in questo lavoro della tua memoria personale? Che legame hai con il fatto storico e con il personaggio Moro?

Quello di Moro è un fatto legato alla mia memoria da bambino. Vengo da una famiglia democristiana, a casa era abitudine discutere di politica e nomi come Moro o DC hanno accompagnato la mia infanzia. Da adulto ho voluto ripercorrere questi ricordi rielaborandoli, dando consistenza reale ai nomi che avevo ascoltato e studiando l’influenza che l’episodio ebbe poi sulla politica successiva.

Il lavoro 3,24 mq è nato su invito della galleria Monitor, e il fatto che la galleria fosse a Roma ha sottolineato anche un legame dell’opera con la città: a Roma si trova infatti la casa in cui Aldo Moro fu tenuto prigioniero prima di essere ucciso.

 

2) Tu hai scelto come mezzo espressivo principale la scultura. Come mai non il video o la fotografia, che pure sarebbero media congeniali alle tue tematiche?

Innanzitutto bisogna dire che io provengo da studi classici. In passato ho sperimentato linguaggi diversi come il video, la fotografia e la performance, ma col tempo mi sono reso conto che trovavo questi mezzi troppo dispersivi. Io volevo invece concentrare il mio lavoro, volevo che idee e concetti si racchiudessero nel minor spazio possibile. E c’è poi un discorso di materiali che non è casuale, un materiale viene scelto sempre perché è il più adatto a rappresentare un determinato concetto, e questo è possibile solo attraverso la scultura.

 

3) Proprio i materiali da te usati mi fanno pensare a un accostamento all‘Arte Povera. Tuttavia mi sembra di notare anche un forte legame con l’ambiente circostante e spesso un uso di forme base che mi fanno pensare al Minimalismo. A cosa ti senti più vicino?

Sicuramente nel mio lavoro ci sono dei riferimenti, ma penso che sia un fattore intrinseco a noi italiani, quello di essere condizionati da continui riferimenti del passato, l’Arte Povera, il Minimalismo e non solo, per cui non mi sento più vicino a un movimento in particolare, ma sono ovviamente influenzato dai movimenti artistici precedenti.

 

4) Secondo te è possibile oggi per un artista agire al di fuori della storia, produrre un’arte apolitica?

Penso che ogni opera sia politica nel senso che rappresenta il punto di vista di un uomo, dunque politica intesa come punto di vista. Io non faccio arte politica, nel vero senso della parola. Della storia delle persone, del fatto storico mi interessa vedere come queste persone cambiano, si trasformano da uomo a insieme di concetti, icone.

 

5) Le tue opere guardano sempre alla storia recente. Credi che in futuro la tua attenzione possa volgersi anche ad avvenimenti storici più lontani nel tempo?

In realtà, nonostante io attinga a fatti recenti, come ad esempio quelli legati all’immigrazione, le storie di cui si parla sono antiche. La storia si ripete e alla fine ci si rende conto che i fatti accadono mossi dalle stesse ragioni del passato, nel caso dell’immigrazione, appunto, quelle del viaggio e della speranza, che sono le stesse di oggi.

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