Da anni il Ministero per i Beni Culturali ed Ambientali, sognato e realizzato da Giovanni Spadolini, per salvaguardare e promuovere il vasto patrimonio artistico nazionale e ampliare le raccolte delle Gallerie Nazionali tramite significative acquisizioni, ha le casse vuote. Questa situazione così umiliante è stata risolta grazie al soccorso delle Fondazioni Bancarie, in una partnership salvifica. Per esempio, la città di Torino ha potuto, in questi anni, iniziare e completare i restauri di Villa della Regina, quelli della Palazzina di Stupinigi e della Venaria Reale, grazie agli interventi della Fondazione CRT, della Compagnia di San Paolo, degli Amici dell’Arte in Piemonte, e della Consulta per la Valorizzazione del Beni Culturali di Torino. Se le residenze di proprietà dello Stato, e non solo loro, continueranno a essere salvate dagli interventi di nobili istituzioni private, siamo a un passo dalla privatizzazione.

Un tempo le Fondazioni Bancarie, su segnalazione delle Soprintendenze, rimpinguavano un determinato Museo con una o più opere antiche, acquisendole sul mercato; ma di recente hanno capito che tutto ha un limite, e preferiscono lasciarle in comodato d’uso, per alcuni decenni, alle bisognose raccolte museali. Il Ministero dei Beni Culturali ha comunque un suo bel bilancio, dove le gigantesche voci di spesa sono destinate non ai restauri o alle acquisizioni, ma all’andamento ordinario degli organi centrali e periferici, e agli stipendi di un laborioso esercito di

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dirigenti e funzionari che opera all’interno di oltre 250 enti di varia natura. E chi potrà intervenire sull’Area Archeologica di Pompei, ormai

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abbandonata a se stessa? È di poco tempo fa la notizia che il Colosseo perde letteralmente i pezzi. Ma Diego Della Valle non pare degno di accollarsene i costi di restauro, e la sua offerta di venticinque milioni di euro, davvero meritevole, sta incontrando ostacoli.

Giusta quindi la presa di posizione di Vittorio Sgarbi che, in una lettera aperta al Presidente del Consiglio e al Ministro dei Beni Culturali, denuncia l’intrusione del sindacato, dei tribunali amministrativi e della magistratura ordinaria. Una modesta proposta quindi: per rimediare a una crisi che si direbbe irreversibile, ci sarebbe una strada da percorrere, anche se in Italia suona come un’eresia: cedere una parte dei beni, attualmente sotto l’egida ministeriale, alle Fondazioni Bancarie, o a privati in grado di acquisirli e salvaguardali in un’ottica imprenditoriale, come business turistico, o come rientro di immagine; in questa ottica bisognerebbe cambiare la Legge sulla Notifica del 1929, voluta dal fascismo e aggiornata nel 2004 (DL, del 22 gennaio 2004, n. 42 art 13 e succ.), che rende praticamente impossibile alleggerire gli stracolmi depositi delle Gallerie Nazionali d’arte antica e moderna.

Si tratta di decine di migliaia di pezzi – dipinti, sculture, disegni, incisioni – che potrebbero benissimo essere alienati dopo accurati controlli (non sono tutti dei capolavori) e un’oculata selezione da affidare ovviamente alle Soprintendenze. Ne risulterebbe una liquidità non indifferente per le magre casse del Ministero, e un’ipotesi di questo genere è ben vista dai collezionisti e dagli operatori di mercato. Ma di un’opera d’arte eseguita più di cinquant’anni fa lo Stato Italiano, secondo la Legge di Notifica, ha diritto di prelazione e quindi di bloccarne, anche per molti mesi, la vendita o l’esportazione. Gli addetti ai lavori, più che gridare, preferiscono il sussurro. A nessuno, certo, passa per la mente di vendere l’Autoritratto di Leonardo, esposto in questi giorni alla Reggia di Venaria, o di cedere agli americani la Fontana di Trevi, come nel film di Totò. La legge sulla notifica del 1929 è asfissiante e ce lo ha confermato Giuliana Godio su un numero della nostra rivista:

Se una sola opera, o un’intera collezione privata, è stata notificata, i collezionisti non sono liberi di disporne a piacimento, per cui devono avvisare gli organi preposti di ogni spostamento. Per chi vende senza avvisare il Ministero, è previsto l’arresto da sei mesi a un anno e una multa di 77.500 euro.

Eppure molte opere d’arte antica italiana sono state aggiudicate nelle sale di prestigiose case d’asta internazionali: stampe, dipinti, disegni, attribuiti a Tiziano, Leonardo, Mantegna, Tintoretto, sono stati trattati negli ultimi vent’anni per molti milioni di euro. Sommessamente ritengo che sia poco credibile che questi pezzi siano stati ceduti solo da collezionisti stranieri; evidentemente i modi per aggirare la legge di Notifica si trovano, ed è una ragione in più per rivederla. Teniamoci pure i Grandi Maestri, ma cominciamo a pensare a quelli minori che riempiono i depositi museali, contrassegnati da un bel numero di archivio, e che nessuno vede mai. Il collezionismo privato nazionale e internazionale sarebbe ben felice di acquisire dipinti di sicura attribuzione e provenienza illustre come gli Uffizi o la Galleria Sabauda, e basta sfogliare i cataloghi d’asta per capire che questi nostri artisti sarebbero galline dalle uova d’oro per le asfittiche casse del Ministero dei Beni Culturali. Nel caso poi che qualcuno volesse finalmente discuterne in Parlamento, si possono dare per scontate le reazioni molto negative da parte di molte istituzioni culturali, dalle sovrintendenze alle cattedre universitarie di storia dell’arte, che ostacolerebbero vigorosamente un qualsiasi percorso di aggiornamento della legge. Ma insisto: si tratta di una normativa quanto mai illiberale, e ben diversa da quelle, pur molto serie, in vigore in Inghilterra, Francia e Germania.

About The Author

Paolo Levi
Critico d’arte, giornalista, saggista

Ha scritto per le riviste Capital, Bell’Italia, Architectural Digest, Europeo, Mondo, e con quotidiani come Il Sole 24 Ore e  La Repubblica. Dal 1969 dirige, prima per la Giulio Bolaffi Editore e, in seguito, per la Giorgio Mondadori Il Catalogo Nazionale d’Arte Moderna. Dal 2010 è direttore della rivista Effetto Arte.

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