Amo la Biennale di Venezia. L’ho sempre amata e l’amerò sempre. Ho amato alcuni membri delle sue giurie che assegnavano premi a ragion veduta. Primo fra tutti Giuseppe Marchiori, storico d’arte moderna di grande autorità – lo considero uno dei miei maestri e nella sua Venezia lo chiamavano il Doge – che nel 1958, alla XXIX edizione, ha contribuito all’assegnazione del Primo Premio Internazionale al pittore prima astratto poi surrealista Osvaldo Licini, di Monte Vidon Corrado. E fu un colpo di fortuna per il gallerista di Bergamo Lorenzelli: essendogli arrivata, non si sa come, l’anticipazione della notizia, acquistò all’ignaro maestro, con tutta la sua sagace voracità di mercante e per una cifra irrisoria, tutto il blocco dei dipinti che formavano la personale ai Giardini, presso il Padiglione Italia. Le quotazioni di mercato salirono subito alle stelle, ma Licini non poté godersi la gloria perché venne a morire due mesi dopo.

Amo la Biennale di Venezia che assegnò il Primo Premio Internazionale nel 1964 a Robert Rauschenberg, uno dei principali protagonisti della Pop Art statunitense, fino ad allora del tutto sconosciuto. Essendo i suoi lavori giunti fuori tempo massimo a Venezia, gli venne trovata una prima collocazione presso il consolato americano. I giurati, senza fare tanti complimenti, superarono l’anormalità del luogo espositivo, riportarono le sue opere in gondola nella sede ufficiale della Biennale e gli conferirono la prestigiosa assegnazione. Anche in questo caso il mercato ha avuto la sua parte; anzi, il suo burattinaio, impersonato dal potente gallerista di New York Leo Castelli. Sapeva dare gli ordini e a chi, anche a migliaia di chilometri di distanza. Ho amato la Biennale soprattutto dagli anni Settanta agli anni Ottanta. Ventennio per me memorabile, in cui ho preso appunti sul taccuino come inviato della rivista Bolaffi Arte. All’inaugurazione era interessante ricevere flash di commenti mentre si transitava da un padiglione all’altro. In quel tempo la rivista, diretta da Umberto Allemandi, faceva opinione. Ero quanto mai corteggiato. Tutti sapevano che ogni testimonianza raccolta l’avrei pubblicata. Venivo usato; mi lasciavo usare.

La mia supposta neutralità e la correttezza nel riferire ai lettori piaceva a tutti. Nessuno mai mi chiese: «Levi, questo per favore non riportarlo». Annotavo pareri al veleno. Il più elegante era Giulio Carlo Argan. Mi sono sempre chiesto se era lui a essere contorto, oppure ero io a non capire a chi era diretto il messaggio; il più felino era Maurizio Calvesi; il più diplomatico Giuseppe Marchiori; il più assoluto Renato Barilli; il più gioviale Flavio Caroli. Cercavo di evitare Achille Bonito Oliva, ma lui riusciva sempre a incrociarmi per sentenziare sugli argomenti che gli stavano più a cuore in quel momento. Ma non ricordo quali. Sono trascorsi da allora quattro decenni. La Biennale l’ho visitata ancora, ma senza taccuino. Non conosco più nessuno. Sono tutti giovani, artisti e critici. Dei primi non capisco il rapporto tra forma e contenuto, e dei secondi gli argomenti usati per la loro decodificazione. Andrò alla LV Esposizione, ma solo per godermi il messaggio arcano di Giulio Paolini, definito dagli etichettari come appartenente al comparto concettuale. Egli rappresenta, in verità, tutto quello che desidero capire del passato classico letto in chiave contemporanea; egli non lo interpreta ma lo fissa in una piena, struggente, assoluta libertà; interrogante, ma senza un’unica risposta. La sua, è la solitaria trasposizione del suo museo ideale in immagini asettiche, lontane da qualsiasi emozione, tipiche della solitudine di un artista colto che si rivolge soprattutto al proprio io interiore, in un monologo tormentato sulla visione inesplorata, e nel contempo sempre vera, di un Grande Maestro.

Ha iniziato la sua mirata esplorazione nel 1967 con Ragazzo che guarda Lorenzo Lotto. Questo lavoro sarà presente in Biennale? Mi auguro di sì. Il pubblico colto – colto di sorpresa – si soffermerà, indeciso: «Ma questo lo riconosco!» Chi Lotto o Paolini? Ai posteri l’ardua sentenza. Per quel che mi riguarda amo e amerò sempre il Padiglione Italia, i Giardini; con o senza taccuino. Lo spettacolo continua e io amo il teatro dell’improvvisazione, quello non preparato a tavolino. Anche il mercato dell’arte ha le sue esigenze di apparenza e di appartenenza. È questione di canovaccio: quello messo in scena da Vittorio Sgarbi alla LIV  Esposizione recava il titolo suggestivo L’arte non è cosa nostra. Chissà con chi intendeva prendersela, il solito Vittorio? Mah!

About The Author

Paolo Levi
Critico d’arte, giornalista, saggista

Ha scritto per le riviste Capital, Bell’Italia, Architectural Digest, Europeo, Mondo, e con quotidiani come Il Sole 24 Ore e  La Repubblica. Dal 1969 dirige, prima per la Giulio Bolaffi Editore e, in seguito, per la Giorgio Mondadori Il Catalogo Nazionale d’Arte Moderna. Dal 2010 è direttore della rivista Effetto Arte.

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