Il sarto di Picasso di Luca Masia è un libro d’arte tanto inusuale quanto

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sincero e senza sovrastrutture, paragonabile a un’opera d’arte che, attraverso poche linee essenziali, racchiuda contenuti significativi e sveli l’intensità di una vita. Il romanzo dello scrittore milanese trapiantato a Genova narra ai lettori una storia di lavoro in cambio di lavoro e di opere d’arte in cambio di abiti di alta sartoria, consegnando nel contempo emozioni in cambio di ricordi.

Il libro possiede la stessa forza evocativa della luce del Mediterraneo indagata dagli artisti negli anni e nei luoghi descritti tra le pagine, consegnandoci la memoria di un mondo in cui la condivisione del sentire artistico e del senso della vita permettevano la nascita e la crescita di profonde relazioni umane delle quali oggi si sente ampiamente la mancanza. Il testo, realizzato dopo un lungo periodo di accurata ricerca, narra la storia vera di Michele Sapone, sarto italiano meglio noto come il sarto di Picasso, descrivendone il particolare rapporto con il grande artista. e senza tralasciare le vicende che lo condussero a stringere rapporti di amicizia e rispetto reciproco con molte personalità artistiche del suo tempo, tra le quali Hartung, Giacometti, Campigli, Severini, Magnelli e Mirò.
Al pari di un attento restauratore, Masia ricostruisce il complesso intreccio di situazioni e personalità che gravitarono intorno alla famiglia Sapone, conferendo a un romanzo che parla di momenti e luoghi diversi una dimensione senza tempo.

Lo scrittore inciampa nella storia e nell’arte come i contadini di Bellona compaesani di Sapone, e come loro ne respira e interpreta il soffio vitale. L’atmosfera della Costa Azzurra e del vivace clima intellettuale che la attraversa negli anni del dopoguerra, quando Sapone esegue i suoi capi più celebri – «È un Sapone» sosteneva Picasso indossandoli – viene rievocata attraverso un romanzo di taglio molto personale.
Leggendo si assiste alla nascita di una galleria di memorie, il cui valore portante è il dialogo incessante umano e artistico dei personaggi, piuttosto che le vicende biografiche del protagonista, che sembra sorridere bonario dallo sfondo.
Il lettore scopre subito la particolarità che rese unico il sarto: Sapone non chiese mai denaro in cambio di abiti fatti su misura, bensì opere d’arte, che gli permisero di affinare il suo gusto e di diventare proprietario di una prestigiosa collezione. Si sorride nell’apprendere il fallimento del suo primo apprendistato da barbiere, durante il quale tagliò un orecchio a un contadino, ancora ben lungi dal maneggiare le forbici nel modo in cui lo renderanno celebre.
Ci si stupisce infine del numero elevato di capi che il sarto italiano realizzò per il suo amico Picasso in oltre sedici anni di amicizia: duecento paia di pantaloni, un centinaio di giacche e altrettanti cappotti dalle forme audaci e dai tessuti raffinati.
Di grande interesse è soprattutto la dimensione umana, che svela da un lato la generosità della famiglia Sapone e degli amici più cari, e dall’altra le attitudini degli artisti che li frequentano: l’inquietudine di Giacometti, la precisione di Magnelli, la forza di Picasso, l’eleganza di Borsi. L’autore ricostruisce, anche attraverso la testimonianza diretta della figlia Aïka, la figura di un artigiano che fu molto più che un sarto: un confidente, un amico, un collezionista, ma soprattutto, un artista a sua volta, umano e originale. Quello che se ne ricava è un invito a godere della bellezza dell’arte, a riscoprire come questa possa essere una finestra aperta sul fascino della vita, e come la vita vera possa trovarsi, inaspettatamente, nascosta in una tasca cucita un po’ più in alto.

 

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