Nel dizionario della critica d’arte si trovano parole logorate, fraintese, che hanno perso il loro significato originale, ed entrate spesso a sproposito anche nel parlato comune. Una di queste è Surrealismo che, a ben considerare, viene usato troppo spesso da noi, “informatori d’arte” per facilitare la comprensione di un dipinto, o di una scultura, la cui rappresentazione si oppone, in chiave direi squisitamente eversiva, ai canoni del Realismo e delle voci affini, quali verismo, naturalismo, trompe l’oeil.

Comunque, ritengo superfluo sottolineare che nessun pittore o scultore della realtà ha mai creduto di rappresentare le cose che lo circondano come sono effettivamente. Courbet sapeva assai bene che era un modo rozzo e ingenuo di identificare il reale, tramite la pittura, come vero assoluto, e si sa da sempre che due artisti, di fronte allo stesso modello, lo rappresentano in maniera diversa, tramite quell’operazione essenziale e riduttiva che chiamiamo stile.

Al contrario il termine Surrealismo è tutt’altro che ambiguo, in quanto è solo collocabile al Movimento letterario e artistico fondato ufficialmente a Parigi nell’ottobre del 1924. È stato questo il periodo in cui veniva redatto e pubblicato il Manifeste du Surréalisme dello scrittore André Breton.

In verità, il termine era stato coniato dal poeta Guillaume Apollinaire una decina di anni prima, ma non aveva mai avuto fortuna tra le varie tendenze nella pittura e nella letteratura, in costante rottura con la tradizione dell’Ottocento. Che cos’è, quindi, il Surrealismo secondo Breton?

La risposta che ne fornisce è quanto mai esplicita: «Il Surrealismo corrisponde all’automatismo psichico puro col quale ci si propone di esprimere sia verbalmente, sia per iscritto, sia in qualsiasi altro modo il funzionamento reale del pensiero. È il pensiero che detta, in assenza di qualsiasi controllo esercitato dalla ragione, al di fuori di ogni preoccupazione estetica o morale».

La base filosofica del Surrealismo si basa soprattutto sull’idea di un grado di realtà superiore connessa a certe forme di associazione sino allora trascurate. Per riprendere le parole di Breton, «sull’onnipotenza del sogno, sul gioco disinteressato del pensiero. Tende a liquidare tutti gli altri meccanismi psichici e a sostituirsi a essi nella risoluzione dei principali problemi della vita». Per André Breton padre e padrone del Movimento del Surrealismo, i punti di riferimento in arte erano, ovviamente, Freud, Hegel, Marx, il pensiero esoterico e l’occulto.

In modo speciale, soprattutto nella pittura, l’aspetto onirico rappresentava dunque il protagonista primario dell’opera d’arte. Gli artisti come Max Ernst avvertivano con sicura consapevolezza che i propri sogni, rivelati da segni e colori, rappresentassero lo specchio occulto ma attendibile, del suo inconscio.

Breton con l’esaltazione dell’automatismo psichico in pittura aspira a promuovere la piena libertà interiore, sinonimo di libertà individuale, contro il conformismo collettivo «che rende l’uomo (l’artista) schiavo». A modo suo il Surrealismo per Andrè Breton era una specie di religione.

Gli adepti potevano anche essere cacciati dal Movimento se considerati eretici. Negli anni Trenta erano stati cacciati con ignominia Salvador Dalì e Giorgio de Chirico. Il loro peccato era stato imperdonabile: avevano messo da parte Freud, il sogno e l’automatismo psichico.

Dalì si divertiva a illustrare invenzioni ben eseguite, mentre Giorgio de Chirico era tornato alla razionalità classica del Rinascimento. Proprio per queste motivazioni il termine Surrealismo dovrebbe essere sempre usato, a livello critico, nel rispetto delle linee guida del padre fondatore André Breton.

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