Il racconto dell’Italia che ce l’ha fatta

L’arte, la moda, il design, la tecnologia, l’architettura, il cinema, i media: sono gli anni del secondo dopoguerra, e l’Italia si prepara a risollevarsi dalle macerie del fascismo e del conflitto mondiale per riacquistare dignità e valori, ma anche leggerezza e fiducia.

La mostra “La rinascita. Storie dell’Italia che ce l’ha fatta”, riscopre il nostro grande patrimonio artistico e produttivo, nato tra il 1945 e il 1970 e capace di imprimere al Paese una potente spinta di trasformazione sociale e culturale.

In questo tempo di crisi torna utile ricordare quella contingenza storica:l’estro italiano divenne protagonista nel mondo, sviluppando idee e generando prodotti originali, in ogni settore, che si trasformarono subito in status symbol.

La memoria di quel fervore creativo scava oggi nel passato con rigore analitico: qual è stato, ad esempio, il segreto del successo della macchina da scrivere Lettera Olivetti? Chi ha reso possibile l’affermarsi dello pneumatico Pirelli? Come siamo passati dalla bicicletta alla Vespa e alla Fiat 500? Qual è stata l’evoluzione che ci ha condotto dal “reuccio” Claudio Villa al “molleggiato” Celentano? In quale momento la televisione di Stato è diventata “mamma Rai”?

L’ambiziosa esposizione – il cui progetto è firmato da Davide Rampello – inaugurata a fine giugno, sarà visitabile fino al 3 novembre, in tre distinti palazzi storici del centro di Asti: esplorando la nascita e l’affermazione del Made in Italy si tracciano due obiettivi principali, uno di rappresentarne  bellezza e valore estetico, l’altro di raccontarne la portata storica.

Quattro i percorsi in dialogo tra loro: la Galleria d’opere d’arte a Palazzo Mazzetti, la Comunicazione di Massa e l’Editoria a Palazzo Alfieri, gli arazzi storici di Ugo Scassa nella Casa natale di Vittorio Alfieri, le installazioni multimediali sulla “Rinascita ad Asti” a Palazzo Ottolenghi.

Il visitatore di Palazzo Mazzetti può passeggiare in mezzo ai prodotti che hanno abitato le nostre case, scoprendo le storie che hanno reso possibile il boom italiano: ci sono gli abiti di Capucci e i sandali di Ferragamo, le lampade di Munari, e il design di Alessi, Bialetti e Brionvega, il tostapane “Girmi” e la radio “Cubo” in plastica arancione che oggi si chiama vintage.

Si respira il fermento artistico delle sculture di Pomodoro, dei quadri di Vedova o Fontana, dei décollage di Rotella, mentre echeggiano nelle sale i nomi di Nino Rota, Ennio Morricone, Armando Testa.

Insieme ai pezzi esposti, i dati ISTAT mostrano il contesto in cui sono nati i prodotti artigianali e industriali, nella stessa Italia in cui miseria e  povertà – e le foto dell’archivio del Touring Club Italiano ne sono testimoni – erano ancora ben radicate nel meridione.

A Palazzo Alfieri il percorso inizia con gli spezzoni del grande cinema italiano, anch’esso riflesso nei profondi cambiamenti in atto (passando dal neorealismo di Ladri di biciclette  alla disincantata La dolce vita), e prosegue con i grandi della letteratura: Montale, Moravia, Pasolini, Pavese, Morante, dei quali è possibile ammirarne i ritratti fotografici insieme agli incipit delle loro opere più significative.

Dal racconto letterario alla cronaca , si passa per un corridoio tappezzato di pagine del Corriere della Sera, del Corriere dell’Informazione e della Domenica del Corriere, fino alla cartellonistica della réclame dell’epoca, per poi finire con i mezzi di comunicazione di massa responsabili del cambiamento italiano.

Ed ecco quindi la televisione, rappresentata con una video installazione, e la radio, che prende forma attraverso cinque cabine di taglio tematico: Grandi eventi sportivi, Conquiste e innovazioni tecnologiche, Politica, Spettacoli, Società. Entrando in questi ambienti, e infilandosi le cuffie, ci si ritrova immersi, tra nostalgia e cognizione, nella cronaca radiofonica dei momenti salienti della storia repubblicana.

Nei restanti percorsi espositivi, lo zoom si restringe su Asti. Al piano nobile di Palazzo Alfieri sono esposti i quattordici grandi arazzi dell’Arazzeria Scassa (nata negli anni Sessanta proprio qui), dove l’arte di grandi pittori moderni viene reinterpretata con la forma di tessitura più antica, quella dell’alto liccio. A Palazzo Ottolenghi invece, tredici installazioni raccontano la storia della rinascita astigiana, dal 25 aprile del ‘45 fino al 1968, in un percorso multisensoriale fatto di suoni, parole e immagini: sul filo della memoria, è la magia della musica di Paolo Conte a farne da testimone onirico ed evocativo.

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