Il Leviatano – Botta e Risposta col direttore di Effetto Arte

a cura di Barbara Zucchi

 

Paolo Levi non fa prigionieri. Sin quando non avrà un minimo pentimento lo prenderò alla sprovvista per ottenere da domande “normali” risposte infami.

 

BZ: Dal sciur padrun de li beli braghi bianchi alla bandiera sempre più rosso Ferrari dei difensori dei diritti dei lavoratori, quale ruolo ha giocato l’arte nella diffusione del mito della piazza à la Primo Maggio?

PL: A Chicago, tra l’uno e il tre maggio del 1886, avveniva un massacro di operai, riunitisi in piazza Haymarket per dimostrare contro le eccessive ore di lavoro e chiedere di ottenere più diritti e non essere considerati solo oggetti umani da sfruttare. Chi si diede da fare fu un gruppo di libertari che rispose a pistolettate alla fucileria della polizia. I giovani anarchici furono arrestati, processati ed impiccati, per poi essere in seguito riabilitati. Il quadro quanto mai significativo è di autore ignoto, per ora, ma chiarisce perfettamente come in seguito tutti questi morti, decenni dopo, hanno portato i lavoratori ad avere i loro diritti sindacali con tutti i traguardi nel frattempo raggiunti.
Il Primo Maggio ha sempre avuto uno stretto rapporto anche con l’iconografia pittorica a carattere celebrativo.
Il crollo del Regime Sovietico ha comportato una crisi nel comparto delle forniture di dipinti dedicata a questa tematica. Le Accademie di Belle Arti dell’U.R.S.S, dalla presa del potere di Stalin sino a Gorbaciov hanno sfornato migliaia di dipinti dedicati agli operai alle presse, felici e sorridenti, e ai contadini troneggianti sulle loro macchine agricole a falciare grano. Sul mercato dell’arte europeo ed americano, hanno raggiunto quotazioni incredibili le composizioni dei pittori russi dedicati ai festeggiamenti della Festa del Lavoro. Sono ormai scomparse del tutto le ambite raffigurazioni con Stalin al balcone che saluta con affetto protettivo il popolo gaudioso sulla Piazza Rossa. E’ struggente riflettere sull’importante contributo dei collezionisti occidentali che hanno svuotato a suon di dollari i magazzini delle accademie sovietiche di belle arti, fornendo un impensabile ossigeno all’economia ex- sovietica in ginocchio negli anni della presidenza di Eltsin. Il Realismo Socialista in Italia ha dedicato i suoi omaggi pittorici al Primo Maggio secondo le voglie degli artisti in auge negli anni Cinquanta. Abbiamo avuto casi di censura da parte di Togliatti nei confronti di pittori dediti all’astrattismo legati al P.C.I. Aveva fatto scalpore lo scherno sulla rivista Rinascita del leader comunista, rivolto ai dipinti del “Gruppo Forma I”. Il torto dei loro autori era quello di aver eseguito bandiere ed operai alla Festa del Lavoro in chiave troppo allusiva, non consona a una visione socialista della realtà. In verità, nessun intellettuale borghese radical chic in quella occasione espresse solidarietà nei confronti di pittori come Dorazio e Turcato, ad eccezione del loro collega Renato Guttuso. Certamente, per Palmiro Togliatti il modello perfetto di rappresentazione della lotta di classe in pittura era stato ben svolto nel 1901 da Pellizza da Volpedo, con il dipinto divisionista il “Quarto Stato”, dal messaggio sociale di forte impatto visivo. Icona di patrimonio museale, un po’ come lo sono oggi certi ex- sindacalisti, con tanto di macchina e di autista. Sfilano il Primo Maggio al canto di Bandiera Rossa, scritta nel 1908 dal poeta Camillo Tuzzi, ormai dimenticato, a livello di mantra.