Il Leviatano – Botta e Risposta col direttore di Effetto Arte

a cura di Barbara Zucchi

 

Paolo Levi non fa prigionieri. Sin quando non avrà un minimo pentimento lo prenderò alla sprovvista per ottenere da domande “normali” risposte infami.

 

BZ: Ieri era la Giornata Mondiale contro l’Omofobia, la Bifobia e la Transfobia. A livello internazionale il mondo politico e democratico, non solo a parole, ha deciso di organizzare manifestazioni culturali e spettacolari dedicate al mondo LGBT. Giustamente, anche la Regione Piemonte aderisce a questa doverosa campagna con un manifesto che riprende la Pietà di Michelangelo, scelta così giustificata dall’assessore alle Pari Opportunità del Piemonte, Monica Cerutti: “E’ un’opera d’arte universale che porta un messaggio di compassione sofferenza e amore che sono sentimenti importanti quando si parla di omofobia”.
Secondo lei, la Pietà è un messaggio visivo funzionale alla causa?

PL: Credo opportuno sottolineare che sia quanto mai indispensabile combattere con ogni mezzo la discriminante nei confronti del “diverso”.
In questo caso, dai nazisti vecchi e nuovi, coscienti od incoscienti, sono considerati diversi gli omosessuali, le lesbiche, gli ebrei e anche gli handicappati. Preciso, per la memoria di tutti, che nelle camere a gas sono stati sterminati non solo gli ebrei ma anche gli omosessuali, gli handicappati e, non dimentichiamoci, anche gli zingari: e non fissiamoci sui numeri. Non è detto che tutti i mezzi di comunicazione siano funzionali alla elevazione culturale nei confronti degli omofobi. Non sono assolutamente d’accordo per quello che riguarda l’utilizzo della Pietà. Questi manifesti, che sono visibili nel contesto di Torino e non solo, sono assolutamente inutili poiché chi non ha problemi nei confronti di qualsiasi diverso, anche per il colore della pelle, non ha bisogno di un simile alto messaggio perché è già di casa. Per gli altri, non si dovrebbe essere assolutamente delicati ma tutt’al più prendere in prestito dalla Fondazione Sandro Penna le immagini più rappresentative delle persecuzioni fisiche che nel passato hanno subito coloro che reclamavano i diritti che abbiamo ereditato dalla rivoluzionaria Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo e del Cittadino. Oppure, utilizzare il più discreto quanto micidiale “triangolino rosa” che nei lager marchiava le divise dei prigionieri omosessuali e che nel giardino Meir di Tel Aviv è diventato persino un monumento, a ricordo di tutti i perseguitati dal Nazismo per le loro scelte sessuali.

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