Il Leviatano – Botta e Risposta col direttore di Effetto Arte

a cura di Barbara Zucchi

Paolo Levi non fa prigionieri. Sin quando non avrà un minimo pentimento lo prenderò alla sprovvista per ottenere da domande “normali” risposte infami.

 

BZ: Si è scatenato un putiferio intorno all’ultima serie di opere di Richard Prince, che riguarda la riproduzione di selfie presi dai social e venduti a 100 mila dollari l’uno. Non tanto gli addetti ai lavori quanto parecchi artisti si sono scandalizzati sia perché ritengono che le opere, frutto di un furto – legalmente non lo è, però – non siano “arte” e sia per il prezzo di vendita delle stesse. Possiamo quindi dire che questi scandalizzati dell’ultima ora – visti i trascorsi importanti di Prince, artista già storicizzato e con record d’asta oltre gli otto milioni di dollari – siano degli analfabeti dell’arte con una forte invidia sociale? Che i grandi artisti abbiano sempre copiato è un dato di fatto e il valore dell’opera non si basa sulle ore di lavoro passate a sgobbarci sopra, conta anche l’idea, non trova?

 

PL: Per prima cosa, la problematica degli artisti riguarda la difesa del proprio orticello per motivi semplicemente corporativi. Richard Prince non mi risulta che appartenga a particolari organizzazioni di mercato ma sia un solitario che si difende soltanto in base alla propria intelligenza creativa. Non ho nulla da eccepire sul loro analfabetismo, tanto è vero che sono degli improvvisatori estetici che non conoscono il dramma della loro incompiutezza creativa, e vanno di pari passo con una curiosa genia di critici d’arte contemporanea internazionali che riescono a controllare musei di neo avanguardia e manifestazioni artistiche senza avere alle loro spalle quelle pubblicazioni estremamente importanti e funzionali al proseguimento critico e cronologico della storia dell’arte.
Come diceva Bertolt Brecht: “Viviamo in tempi oscuri”. Talmente oscuri che il tempo in cui viviamo rappresenta il nostro specchio. Per questo motivo, giocare di manicheismo come tante anime belle con la facoltà di decretare ciò che è arte e non è arte significa non comprendere che la crisi è non solo materiale ma anche nei valori estetici, se rapportati a quel Paradiso Perduto della Bellezza che è stato il Rinascimento. Il furto d’immagine e il gioco della sua serialità è stato letto in modo perfetto da Walter Benjamin. Richard Prince è indubbiamente di grande correttezza in quanto ha fatto pagare un’opera 100 mila dollari, un’operazione squisitamente concettuale e assolutamente ripetibile con varianti da altri artisti in futuro; ma la sua dignità creativa ha rivelato al mondo che l’arte può valere dai 100 mila dollari, nel suo caso, sino ai 15 milioni di euro per un Basquiat in asta. Ciò vuol dire che non soltanto l’arte, quella con la “a” maiuscola, non esiste più ma neppure il valore del denaro. Tanto è vero che queste opere contemporanee vengono collezionate dai divi di Hollywood e dalle prime donne delle tv statunitensi a qualsiasi prezzo, non per la loro qualità intrinseca ma come status symbol del loro quotidiano volgare. I neo artisti fanno benissimo a far la corte ai neo ricchi, a differenza di Richard Prince, che ha tutta una storia di sperimentazioni alle spalle e che sa benissimo di non essere né Piero della Francesca né Picasso ma di essere un chroniqueur del proprio tempo.

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