Il Leviatano – Botta e Risposta col direttore di Effetto Arte

a cura di Barbara Zucchi

 

Paolo Levi non fa prigionieri. Sin quando non avrà un minimo pentimento lo prenderò alla sprovvista per ottenere da domande “normali” risposte infami.

BZ: Secondo lei, il peccato più grave del critico d’arte contemporaneo è di sopravvivere all’artista a cui aveva rivolto il proprio interesse?

PL: La domanda in apparenza è provocatoria.
Mi sembra corretto distinguere tra il critico d’arte che tiene d’occhio le sperimentazioni estetiche finalizzate alla realizzazione della morte dell’arte, e la presa di coscienza del critico, come il sottoscritto, che non crede alla morte dell’arte profetizzata da Friedrich Nietzsche. La sopravvivenza in chiave storica per quello che riguarda questi due ruoli la trovo poco probabile. Credo che il top price, come nei casi di Andy Warhol, Piero Manzoni, Wal o Koons, riguardi artisti che passeranno alla storia per le cifre astronomiche che totalizzano alle aste, ma che non potranno sopravvivere alla vergogna di simili speculazioni per opere che non sono capolavori, come lo sono invece un dipinto di Picasso o Bacon, o un Caravaggio “autentico”. Per quanto riguarda il linguaggio pittorico e plastico di tradizione non è ancora stato detto tutto.
Non è obbligatorio che debba nascere in ogni momento un genio della pittura. Quello che ci tiriamo dietro dal secondo dopoguerra sono opere di epigoni delle avanguardie storiche del ‘900. Potremmo anche attendere ancora un secolo e avremo, sono certo, delle improvvisate. Essendo l’arte con la A maiuscola non morta è sufficiente non avere premura.

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