Il Leviatano – Botta e Risposta col direttore di Effetto Arte

a cura di Barbara Zucchi

 

Paolo Levi non fa prigionieri. Sin quando non avrà un minimo pentimento lo prenderò alla sprovvista per ottenere da domande “normali” risposte infami.

 

 

BZ: Che cosa ha rappresentato la figura di Napoleone per la nostra storia?

 

PL: Il 5 maggio è ormai trascorso, con questo non significa dover soprassedere a un doveroso omaggio al mio Imperatore preferito, a cui non ho nulla da rimproverare se non la disastrosa ritirata di Russia. Chissà, se avesse raggiunto Mosca non ci saremmo sobbarcati il mito dannoso della Rivoluzione d’Ottobre, con la becera prassi leninista immaginata a livello internazionale. Anziché la rivoluzione proletaria, si è subito come risultato la tragica presa di potere dell’accoppiata Mussolini e Hitler, che avevano come modello Napoleone Bonaparte. Malati di mente entrambi a causa della sifilide, avrebbero dovuto essere subito rinchiusi in manicomio al sorgere dei primi vistosi sintomi. Al contrario, Napoleone godeva di ottima salute. Era un genio alto 168 centimetri, ma sufficienti per essere arruolato nell’esercito repubblicano; per passare da caporale ad ufficiale sino alla meritata promozione a generale, sul campo. Si era fatto stimare al fronte contro l’esercito della nemica Austria e delle altre nazioni coalizzate contro la Francia repubblicana. Erano alleate per farsi una bella Restaurazione, alla faccia del 14 Luglio del 1789. Certo Maria Antonietta e Luigi XVI, in quel contesto rivoluzionario, avevano perso del tutto la testa. Ma in cambio, veniva la formula magica vincente Liberté, Egalité, Fraternité: usufruita prima dalla Francia, poi da gran parte dell’Europa e in seguito dagli Stati Uniti; un messaggio morale, politico e sociale grazie al quale l’Occidente poteva dare corso al suo lento passaggio dall’Oscurantismo all’Illuminismo. Per incominciare, non è stata cosa da poco la formulazione e l’utilizzo del Codice napoleonico di procedura civile, imposto dal Generale Bonaparte a quei paesi europei liberati dalle tirannie locali. Dopo che il giovane rivoluzionario giunto da Ajaccio era divenuto Primo Console per avere salvato la Repubblica dalla Santa Alleanza, aveva avuto inizio la sua costante ascesa a livello di potere sino a portare la Francia in guerre e in occupazioni di territori da colonizzare, anche in chiave Illuminista. Gratificato dai successi bellici e politici, aveva scelto di farsi incoronare Imperatore da Pio VII. Stratega in campo militare e politico, l’aveva dimostrato anche in ambito matrimoniale, unendosi per interesse con Maria Luisa d’Austria. Chi aveva sperato profondamente in lui era stato Ugo Foscolo. Ma quando il Bonaparte aveva consegnato Venezia all’Austria, con il Trattato di Campoformio, il poeta lo vedeva ormai sotto una luce diversa, al punto di dedicargli un’ode furente di protesta, divenuta subito famosa, passata di mano in mano tra i coraggiosi e romantici patrioti di quel tempo. Anche Ludwig van Beethoven aveva pensato a lui nell’adagio della Terza sinfonia, nel Fidelio e nella Quinta. Ma al compositore laico e massone non era andata giù che il suo Napoleone si fosse auto proclamato imperatore e, per di più, incoronato da un Papa; per lui rappresentava un comportamento inaudito che aveva poco da spartire con la conclamata fede laica e repubblicana del suo mitico messaggero della società dei Lumi. Quasi sicuramente a Beethoven era stato riferito e descritto in ogni suo particolare l’inaudito dipinto di Ingres Napoleone sul Trono, un’allegoria dedicata inconsciamente alla Superbia, con tanto di alloro che cinge la testa del neo imperatore, con indosso un ermellino regale, dai numerosi simulacri del potere, sparsi un po’ ovunque. Mettiamoci per un attimo nei panni del nostro compositore, deluso come Goethe. Era giunto ormai oltre ogni limite di sopportazione nei confronti dell’incoerenza dell’ex generale. Di certo, sino all’evento del tutto assurdo dell’incoronazione, non aveva compreso i complessi di inferiorità di Napoleone, dovuti principalmente alla bassa statura e alle modeste origini sociali. In effetti, il futuro imperatore sin dall’inizio carriera aveva mostrato un certa voluttà nel farsi ritrarre sia in scultura che in pittura; ragazzo non ancora trentenne, in qualità di Primo Console, aveva avuto la gratificazione di due busti, interpretati accademicamente dagli scultori, in quel momento alla moda, Corbet e Bizot. Al momento propizio del suo assurgere alla massima gloria era entrato in scena David, il più gettonato pittore del tempo, da sempre impegnato in allegorie dedicate alla lotta per la Libertà, ricavandole dalle più esemplari gesta antiche. Senza distrarsi un attimo, in ogni meritevole occasione dedicava all’imperatore, nonché generale, rappresentazioni pittoriche talmente esaltanti da immortalarlo ancora in vita. Sino a quando ha potuto, è stato un protagonista di guerre vittoriose. In questo caso va ricordato che è una bufala la vicenda della Gioconda al Louvre come bottino di guerra dell’esercito napoleonico durante la discesa in Italia. Al contrario è ben documentato che si tratta del dono di Leonardo al re Francesco I, nel 1516, durante il soggiorno a corte. E’ vero invece che Alessandro Manzoni, appresa la notizia della morte di Napoleone – avvenuta a Sant’Elena il 5 maggio del 1821 ma divulgata solo a metà luglio per la censura austriaca – sia stato colpito da forte commozione, a maggior ragione venendo a conoscenza che Napoleone Bonaparte, avvertendo prossima la fine, avesse chiesto di convertirsi al cristianesimo. Per questo motivo il Manzoni aveva composto di getto in 4-5 giorni la famosa poesia che gli studenti italiani di ogni generazione hanno dovuto studiare, in parte, a memoria. Ritmo del verso e rima baciata, portano a un recitativo quanto mai stimolante e divertente, dove sovente passano al secondo posto i contenuti drammatici e glorificatori, espressi in chiave lirica con enfasi e con passione.

About The Author