Il Leviatano – Botta e Risposta col direttore di Effetto Arte

a cura di Barbara Zucchi

 

Paolo Levi non fa prigionieri. Sin quando non avrà un minimo pentimento lo prenderò alla sprovvista per ottenere da domande “normali” risposte infami.

Prima della consueta risposta quotidiana, per la giornata del 25 Aprile il Prof. Levi vuole condividere due ricordi con i suoi lettori. Una poesia e un dipinto che raccontano la Strage di Piazzale Loreto del 10 agosto 1944.  Perché, come lo stesso Mussolini disse all’epoca dei fatti, “il sangue di Piazzale Loreto lo pagheremo molto caro”.

 

Per i martiri di Piazzale Loreto

Ed era l’alba, poi tutto fu fermo
la città, il cielo, il fiato del giorno.
Restarono i carnefici soltanto
vivi davanti ai morti.
Era silenzio l’urlo del mattino,
silenzio il cielo ferito:
un silenzio di case, di Milano.
Restarono bruttati anche di sole,
sporchi di luce e l’uno all’altro odiosi,
gli assassini venduti alla paura.
Era l’alba, e dove fu lavoro,
ove il piazzale era la gioia accesa
della città migrante alle sue luci
da sera a sera, ove lo stesso strido
dei tram era saluto al giorno, al fresco
viso dei vivi, vollero il massacro
perché Milano avesse alla sua soglia
confusi tutti in uno stesso sangue
i suoi figli promessi e il vecchio cuore
forte e ridesto stretto come un pugno.
Ebbi il mio cuore ed anche il vostro cuore
il cuore di mia madre e dei miei figli,
di tutti i vivi uccisi in un istante
per quei morti mostrati lungo il giorno
alla luce d’estate, a un temporale
di nuvole roventi. Attesi il male
come un fuoco fulmineo, come l’acqua
scrosciante di vittoria; udii il tuono
d’un popolo ridesto dalle tombe.
Io vidi il nuovo giorno che a Loreto
sovra la rossa barricata i morti
saliranno per i primi, ancora in tuta
e col petto discinto, ancora vivi
di sangue e di ragioni. Ed ogni giorno,
ogni ora eterna brucia a questo fuoco,
ogni alba ha il petto offeso da quel piombo
degli innocenti fulminati al muro.

Alfonso Gatto (1944)

 

BZ: Oggi è il 25 Aprile. Qual è stato il rapporto tra i pittori figurativi politicamente impegnati e l’antifascismo?

PL: A mio avviso la tua domanda ha due chiavi di lettura, stando ai fatti storici: l’uno legato alla vita clandestina degli operai e degli intellettuali contro il Fascismo sino all’8 settembre del ’43 e, in seguito, dopo la caduta del Regime mutato d’abito in Repubblica di Salò, quando nasce il momento glorioso della lotta di Liberazione. Attenzione, perché nel mondo dell’arte abbiamo solo pochi pittori, a mia conoscenza, che rischiando la propria libertà individuale abbiano operato tra gli anni ’30 e ’40, utilizzando la propria poetica espressiva per rappresentare in modo tragico la simbologia dell’uccisione della libertà. Sono rimasti soli sulla scena Carlo Levi, al confino in Lucania, Aligi Sassu, condannato dal Tribunale Speciale di Fossano per il suo impegno antifascista, Emilio Vedova, che ha militato nelle formazioni partigiane del Veneto, Ernesto Treccani nella Resistenza Lombarda e i fratelli Cascella. Di Aligi Sassu siamo debitori di una tragica rappresentazione eseguita nel 1944 con la scena raccapricciante di una cinquantina di corpi di partigiani fucilati a Milano in Piazzale Loreto. Dobbiamo attendere la glorificazione della Resistenza subito dopo il 25 Aprile, grazie alla comoda scelta della maggior parte dei pittori figurativi allora venti-trentenni che avevano capito dove sarebbe tirato il vento. In questo caso notiamo l’adesione in massa al Partito Comunista Italiano che stava monopolizzando sempre più questo irripetibile e civile movimento di Liberazione nazionale, a mio avviso con più partecipazione collettiva rispetto ai movimenti risorgimentali. Per questo motivo abbiamo avuto in quegli anni i Festival dell’Unità rigurgitanti di dipinti, testimonianza di come è stata ben gestita la resistenza armata da artisti che, notoriamente, in vita loro, non avevano mai avuto a tracolla il mitico Sten. E chi aveva invece in pugno questo mitra a canna corta era il giovane scultore Andrea Cascella, partigiano garibaldino che mentre sta ripulendo Via Brera dai cecchini a un certo punto si imbatte, mentre in fuga con la rivoltella in mano, in Mario Sironi, suo amico e collega degli anni dell’Accademia. Mario Sironi era notoriamente stato pittore del Regime Mussoliniano, non perché fosse funzionale al suo destino economico ma perché era un fascista di fede per puro ideale che non aveva mai fatto del male a nessuno. Andrea Cascella, preso da pietà e comprendendo che avrebbe fatto una brutta fine, lo nascose sotto un portone di Via Brera dove si sentivano solo colpi di fucile. Questo evento della Resistenza mi fu riferito da Andrea Cascella stesso negli anni ’70.

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