Ormai il fumetto è diventato una forma di cultura alta, perfino difficile da leggere. Certo i bambini leggono ancora Topolino che resta, più o meno, come una volta. Ma tutte le nuove forme… il fumetto cartonato che si vende nelle librerie, certe volte faccio fatica a leggerlo tanto è raffinato. Quindi quelli che una volta erano i mezzi di massa, contro cui si scagliavano gli apocalittici, oggi possono essere interpretati solo da gente che ha letto Joyce. Umberto Eco

A chi, come me, ama il fumetto, non saranno sfuggite le polemiche che hanno animato il web negli ultimi giorni, circa l’annosa questione se sia arte oppure no.

Prendo spunto dalla retrospettiva che il Jewish Museum di New York ha appena dedicato ad Art Spiegelman:essere uno dei più influenti fumettisti del mondo, con un Premio Pulitzer all’attivo e illustri precedenti espositivi al MoMA e al Centre Pompidou, non lo ha salvato dagli strali dell’importante critico di New Republic, Jed Perl, che pochi giorni dopo l’inaugurazione della mostra ha scritto un articolo molto duro quanto superficiale circa “l’insaziabile fame di legittimazione istituzionale e il disperato bisogno dell’approvazione museale da parte della cultura pop.”

Perl se la prende anche con Robert Storr, un tempo curatore del MoMA, che all’interno del catalogo della mostra Art Spiegelman’s Co-Mix si scontra con quei curatori che snobbano il fumetto, predicendo che “verrà presto un tempo in cui le roccaforti dell’arte verranno forzate ad aprire i loro cancelli per farvi entrare i barbari.”

Secondo Perl, il fumetto dovrebbe già essere già sazio di regnare in casa propria, anche perché “quei cancelli sono già stati abbattuti più o meno 100 anni fa, dai vari Picasso, Braque, Léger, Schwitters, Picabia, e Duchamp.”

Ma non era proprio Duchamp a sostenere che qualsiasi oggetto, estrapolato dal suo contesto, può assumere valore d’opera d’arte?

Comunque sia, Perl infila un’omissione dietro l’altra, tacendo tutto quello che succede subito dopo:non dice che il fumetto, con tanto di balloon, lettering e retino tipografico Ben-Day, nei musei c’era già entrato con un tale Roy Liechtenstein. Ma non si può pretendere che un fumetto possa entrare in un museo solo per ragioni di supporto, quasi fosse la tela pittorica a determinarne il valore artistico, come se volessimo ignorare che è la grandezza del segno e del messaggio a decretare l’opera. Fermo restando che ciò vale per qualsiasi forma d’arte visiva, il fumetto, quale arte sequenziale, non si può giudicare solo per immagini, disgiuntamente dalla forza dei dialoghi e della storia che racconta.

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E Spiegelman non è certo il primo disegnatore di fumetti, né sarà l’ultimo, ad esibire le sue tavole in un tempio dell’arte canonica:senza contare che negli anni ’90, il Jewish Museum aveva radunato tutti i grandi maestri della Golden Age come Will Eisner, Jack Kirby, Joe Simon e Joe Kubert.

Io concordo con il critico francese Claude Beylie, che nel 1964 inventò l’espressione Nona Arte per definire il fumetto:non esiste forma d’arte più potente come mezzo di comunicazione, e qui più che altrove conta il background culturale del singolo autore.

Non posso pensare a Contratto con Dio di Will Eisner e sentire una differenza rispetto al piacere che provo a leggere un grande romanzo o a guardare un dipinto meraviglioso:la tensione creativa, l’esigenza di raccontare qualcosa di urgente e la forza di spostare i punti di vista di chi legge, attingono alla stessa nobile fonte.

Allo stesso modo penso della magnifica trasposizione de La Metamorfosi di Kafka per mano di Peter Kuper o dei racconti di Edgar Allan Poe, Wilde, Stevenson, Maupassant e Daudet disegnati dal compianto Dino Battaglia.

Dalle visioni dei Miti di Cthulhu di Lovecraft nel bianco e nero di Alberto Breccia, fino al Libro della Genesi a fumetti realizzato dal re dell’underground Robert Crumb, il fumetto è cultura che si divulga da sola, e non si può negarle questo titolo.

Continuo a pensarla come Hugo Pratt, che ha definito il fumetto letteratura disegnata, anche se spesso resta per molti ancora un’arte invisibile, per dirla con Scott McCloud.

Credo che la miglior risposta a quest’ennesima inutile polemica l’abbia data tempo fa il giornalista Vincenzo Mollica, grande conoscitore di fumetti, nella prefazione del volume Coccobill, a dimostrazione che la diatriba ha radici lontane ed è tutt’altro che spenta:

I critici d’arte si vergognano di dire che Jacovitti era un genio, che ha operato una grande rivoluzione con il suo modo surreale di disegnare il vero, che questo maestro del fumetto va studiato esattamente come va studiato Picasso.

E certo, non tutta la produzione a fumetti merita l’appellativo d’arte, ma il fumetto in sé ha la stessa radice della sua parente più illustre, non solo per il mezzo. Se l’arte come la conosciamo noi non sarebbe mai esistita senza le grandi committenze della Chiesa, il fumetto, nella sua accezione più popolare, parte direttamente dalla Bibbia.

Il primo grande supereroe della storia, capace di ispirare il Golem di Rabbi Loew prima, e Superman poi, non è stato forse Mosè, con i suoi fantastici miracoli?

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Sandro Serradifalco
Editore, critico e saggista
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Muove i primi passi nel mondo dell'arte nella doppia veste di pittore e gallerista: l’esperienza vissuta all’interno dei meccanismi di entrambe le barricate gli permette di occuparsi con rara sensibilità dell’immagine degli artisti, attraverso la creazione di eventi di importante caratura nazionale ed estera.

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