Quella che LaChapelle chiama la sua “Svolta” stona e suona come un voler “arrampicarsi sugli specchi”, nello sforzo di voler affrontare tematiche più contemporanee che non convince.

Anche se devo ammettere una non accuratissima conoscenza di questo artista, dato che il suo stile post-Pop e iper surrealista non mi ha mai convinta troppo, ho voluto capire meglio cosa ci fosse dietro a questo “fenomeno” di successo planetario. Ho visitato la mostra “David LaChapelle, After the Deluge” – a Palazzo delle Esposizioni a Roma fino al 29 settembre 2015 – comprato i suoi libri e cercato di farmi un’idea più chiara dell’incensato “genio” LaChapelle.

E un’opinione personale me la sono fatta: è abbastanza palese la sua capacità di parlare di temi della contemporaneità in termini apparentemente intelligenti, dalle fotografie di persone schiacciate da giganteschi panini o messi sotto vuoto, passando per le sue composizioni volutamente iper-barocche (dove già solo il carattere barocco è un quid in più in quanto a stile), fino alle riprese di antichi quadri virati in direzione di situazioni storiche attuali. Ciò pare sufficiente per affibbiargli lo “status di artista”, dal momento che gente davvero meno capace è in grado di porsi al centro dell’attenzione fondandosi su un’opinione pubblica da mettere alla graticola.

In aggiunta c’è un particolare da non trascurare: forse è meglio aggiornare gli orologi, il kitsch è entrato nell’arte almeno da una cinquantina d’anni, quindi, al di là del fatto se LaChapelle sia un portatore o meno di tale carattere, quando si parla di questioni d’arte bisognerebbe almeno avere la consapevolezza di cosa si sta dicendo.

Sono anni che David abusa della nostra pazienza visiva e concettuale proponendoci la sua barocca metafora di una società “usa e getta” che non preserva il bello che abbiamo intorno e lo intossica di oggetti e ne decreta la decadenza civile. Una genialità che gli ha fatto conquistare l’appellativo del “Fellini della fotografia”.

Abbiamo capito, il messaggio è arrivato.

Ma se di messaggio vogliamo parlare, allora bisogna considerare che ci sarebbe anche da affrontare la nuova realtà che il mondo sta vivendo, al di là della sua personale visione onirica. Il mondo nel frattempo è cambiato, si sono spostati gli assi, gli assetti economici e molti dei punti cardine che fino a pochissimi anni fa erano indiscussi. LaChapelle forse non se n’è neanche accorto. O meglio, sembra volerli denunciare, questi cambiamenti, ma poi si contraddice.

Troppo impegnato a imbrigliare e infarcire la sua visione del mondo in cui dissacra le star ma aspira celatamente a divenire lui stesso l’oggetto delle sue visioni, troppo indaffarato a firmare autografi e presenziare a feste mondane. A deturpare egli stesso quanto già deturpato.
Al punto da non capire che “quella società” che non preserva il bello e gli dà il titolo per far scempio nelle sue opere «di qualunque limite al buongusto», non solo sta mutando ma ha nuovi messaggi da diffondere.
E quella che LaChapelle chiama la sua “Svolta” – la nuova serie di monumentali fotografie-quadri costruite come un set cinematografico, che segnano l’incontro con la classicità e il distacco dal mondo delle riviste di moda, dai ritratti delle celebrities che l’hanno reso famoso e dalla pubblicità – stona e suona come un voler “arrampicarsi sugli specchi”, nello sforzo di voler affrontare tematiche più contemporanee che sinceramente non mi convince.

Nelle sue ultime opere infatti non c’è più il corpo patinato che lo ha reso famoso, il puro scopo commerciale di comunicare un prodotto o un marchio: nelle sue ultime foto resta solo una realtà allucinata e le paure dell’individuo. Ma non poteva essere altrimenti, non serve un genio per elaborare questo percorso, basta leggere i tabloid internazionali per prenderne atto. Non c’era bisogno di scomodare la Cappella Sistina.

La serie di opere intitolata «The Deluge», con le quali ha iniziato ad allontanarsi dalle strade commerciali con l’obiettivo estetico di firmare opere «pure», degne di musei e gallerie (a suo dire) sembra un tentativo mal riuscito per tentare di sdoganarsi, oltre ad essere un’idea rappresentata in maniera non originale, già proposta da altri artisti prima di lui.

Volendo poi tralasciare il concetto stesso di artista e riportando al centro il tema della fotografia (è pur sempre un fotografo) penso che le giovanissime generazioni di fotografi abbiano qualche messaggio più innovativo da raccontarci, al confronto con l’oramai osannato «fenomeno LaChapelle» che di originale sembra avere più poco.

Ritornando al concetto del “bello” devo dire che forse è anche grazie ad artisti come lui se il bello non viene più preservato e rappresentato e le vere realtà emergenti non vengono messe in mostra e raccontate.
E lo spazio del Palazzo delle Esposizioni di Roma, per esempio, invece che mettere in mostra il Bello, anche questa volta mette in mostra le sue “fotografie taroccate dell’osceno moderno” che di moderno non hanno più quasi nulla, osannandolo oltretutto a grande Genio.

Roma // fino al 13 settembre 2015


David LaChapelle – Dopo il Diluvio / After the Deluge


 a cura di Gianni Mercurio


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