Prosegue il racconto di viaggio on the road attraverso la Giordania, tra gli accampamenti beduini del deserto e la città di Petra, una delle sette meraviglie del mondo moderno.

(…) e fermandoci ogni tanto nelle aree di ristoro che corrispondono grosso modo ai nostri autogrill, se non fosse che ancora una volta si tratta di suq coperti, quindi dei grandi magazzini, senza servizi di ristorazione e con bar ridotti all’osso. Durante queste soste è più facile sentir parlare italiano che arabo, visti i numerosi gruppi parrocchiali in gita che, tra una Via Crucis e un percorso mariano, allungano i tour religiosi infilandoci dentro anche una capatina a Petra.

Ci troviamo per l’ennesima volta dentro a un bazar di ricordini per turisti, compreso il trappolone più diffuso, che resta quello delle famigerate creme miracolose anti-rughe e anti-cellulite  ai sali del Mar Morto, trappola che vale anche per le omologhe vendute nel versante israeliano.

Di scientifico, quando si parla del Mar Morto, c’è solo che la magica pozza sta lentamente scomparendo, al ritmo di un metro d’acqua all’anno. Si tratta infatti, nella maggior parte dei casi, di creme che di naturale non hanno niente, con un inci scritto solo in arabo, colorazioni e profumazioni industriali e dalla consistenza della plastica sciolta. Vendute per lo più in barattolo formato famiglia extra-large, sono buone al massimo – parafrasando Sordi nei panni di Nando Moriconi in “Un Americano a Roma” – per ammazzarci le cimici.

I lunghi tratti di deserto sono interrotti da sparuti accrocchi di case e baracche, distribuiti ai lati delle strade. Qui i bambini, che salutano sorridenti il passaggio dei pullman turistici e li rincorrono, oltre alla diffusa cordialità dei locali, testimoniano purtroppo l’estrema povertà in cui versano le zone periferiche della Giordania, popolate dai profughi che questa terra, nel bene o nel male, accoglie come può a braccia aperte. Qui siamo lontani dal lusso di Amman che – stando ai piani dei palazzinari e delle tante multinazionali che lì hanno la sede mediorientale – si appresta, con molto disappunto da parte degli spiriti più critici del paese, a diventare entro i prossimi dieci anni una sorta di nuova Dubai, aumentando così il già grande dislivello esistente tra ricchi e poverissimi.

In questo periodo dell’anno il fuso orario rispetta il daylight saving time, perché viene buio molto presto in tutta la zona. Arriviamo quindi al Seven Wonders Bedouin Camp di Piccola Petra, un villaggio beduino a 14 km. da Petra, immersi nell’oscurità e senza sapere che fosse proprio quella la destinazione dove avremmo trascorso la notte.

La sorpresa di trovare questa radura rocciosa, illuminata solo da tante piccole luci è quindi grande, e da sola vale tutto il viaggio. L’accampamento beduino che porta appunto il titolo acquisito da Petra – nel 2007 è stata dichiarata una delle Sette Meraviglie del Mondo Moderno – è effettivamente molto affascinante. Si trova immerso nel deserto senza illuminazioni di disturbo, pertanto lo spettacolo del cielo stellato che si gode da lì è mozzafiato.

Tutto l’accampamento è illuminato solo da alcuni bracieri e dal grande fuoco che brucia nel mezzo del grande salotto circolare all’aperto, dove continuano a bollire pentole di thè alla menta col miele,  dolcissimo, per mantenersi idratati. Tutto intorno, delle piccole lanterne di carta delineano i contorni di basse montagne rocciose che sembrano disegnate da Moebius.
Tante piccole tende biege e a righe bianche e blu sono disseminate nell’accampamento e, a sorpresa, c’è il wi-fi e funziona pure. L’accoglienza beduina è molto calorosa ma il cibo mediorientale è in genere qualcosa di difficile comprensione per un italiano: tripudi di salse e salsine, lasagne con sugo di pomodoro allo zucchero e cannella,  dolci con lo stesso gusto di primo e secondo e la certezza di dover sostituire l’ammazzacaffè con una forte dose di Imodium per non rischiare la maledizione di Montezuma. Qui l’acqua non si trova in bottiglie ma in bicchieri sigillati che vengono distribuiti con parsimonia, ovviamente. L’ambientazione è però così incantevole da far passare la qualità del cibo in secondo piano. Attorno al fuoco, uomini con le tradizionali kefiah bianche e rosse ballano e cantano al suono di tamburi e cornamuse,  come da tradizione inglese rimasta molto radicata in Giordania. Poco dopo spuntano dei personaggi che sembrano usciti dal film “I Pirati dei Caraibi”, e che troveremo un po’ ovunque a Petra il giorno seguente.

Immaginavo che fosse Indiana Jones ad aver lasciato il segno da queste parti, che con il film “L’ultima Crociata” in una botta sola ha fatto di più per Petra che il Ministero del Turismo giordano in anni di attività. Di lui resta un supermarket intitolato a suo nome nella piazza commerciale che introduce al sito archeologico.

E’ invece la figura di Jack Sparrow ad aver molto impressionato l’immaginario collettivo dell’area dato che, assieme agli alti beduini in classico abito bianco o verde militare e kefiah, spuntano ovunque come funghi – l’altezza è quella – delle mini repliche del famoso pirata, occhi pesantemente bistrati alla Kate Moss, più che all’usanza beduina, treccioni rasta chiusi da bandane, stivali con punte a badile e lunghi soprabiti che spazzano la sabbia.

Con i fuochi d’artificio per salutare il nuovo anno, rimangono intorno al fuoco solo i locali: noi dobbiamo andare a letto presto perché l’indomani ci si sveglia alle sei, al fine di evitare le orde di turisti – rigorosamente italiani – che si riverseranno nella città di Petra. E che difatti, tormentati dallo stesso pensiero, troveremo attaccati ai cancelli al nostro arrivo. Sorvolando pure sulla colazione, a base di polveri di latte, cacao e caffè,  tra uno sbadiglio e una pastiglia per il mal di testa cerchiamo un posto nel salotto della sera prima, scrollando insieme ai tappeti pure i beduini che ci stanno ancora dormendo sotto.

Giunti a Petra inizia il teatrino della conta, ovvero la verifica, da parte della guida, di quanti del gruppo avrebbero gradito visitare la città a dorso d’asino, a cavallo o in carrozza. Gli animali, nonostante avessi letto molte recensioni agghiaccianti su TripAdvisor, non sono ridotti allo stremo o maltrattati, come sostenuto da tanti viaggiatori animalisti. Anche perché questi animali rappresentano per i beduini di Petra una fonte di sostentamento quotidiano. Nonostante ciò, a nessuno di noi viene la malsana idea di noleggiarne uno, perché staccarsi dal resto del gruppo restando senza guida qui è piuttosto facile, quando si ha come unico punto di riferimento un beduino, che parla solo l’arabo, ma sa benissimo come portare a perdere un turista isolato.

Inoltre, la mancia – qui più che altrove, trattandosi poi di posto “chiuso” in mezzo al nulla, dove alcuni beduini si atteggiano da predoni del deserto – è peggio che obbligatoria e il 10% del servizio può a volte non bastare, pena farsi rincorrere dietro: ma questo è il Medio Oriente, si usa così.

Petra assicura un panorama spettacolare che si apre in larghi canaloni e si chiude in gole strette e altissime, forgiate dall’acqua, mentre i colori dell’arenaria policroma spaziano dal bianco al rosso fuoco al nero. Il suo stato di conservazione è molto pregevole, e soprattutto gli anfiteatri – se si pensa che furono interamente scavati e scolpiti nella roccia – offrono un’idea precisa del popolo che l’aveva realizzata. Ciò nonostante, la parte più bella di Petra, e ancora meglio conservata, non è quella del versante giordano ma quella saudita, che però noi occidentali mai vedremo, essendo vietata ai turisti e ai non residenti in Arabia Saudita.

La storia di Petra è affascinate e narra l’impresa di un popolo, i Nabatei, che dai suoi resti si dimostrava  più evoluto di quello che lo assedia adesso. Difatti i Nabatei si sono estinti, molto probabilmente per la troppa civiltà, finendo per farsi trovare nel VII secolo, dagli ultimi invasori, gli arabi, ridotti a ruolo di agricoltori. Intanto inizialmente i Nabatei erano una società di mercanti che non applicava la schiavitù – Petra fu interamente scolpita dagli artigiani del suo popolo – e la cui religione era priva di un dio vendicativo: i resti delle loro divinità mostrano infatti icone senza bocca, in quanto presenze benevole e non giudicanti.

La Petra di oggi però puzza parecchio, perché, a differenza dei Nabatei, popolo civile e pragmatico che non faceva entrare in città le carovane di cammelli, qui i beduini sono accampati con muli, cavalli e asini, al punto che tutto l’asse che taglia in due la città è inzuppato dai bisogni degli animali. Quindi è preferibile portarsi dietro  scarpe e calze di ricambio e sigillare quelle usate durante il viaggio di ritorno, pena l’espulsione immediata dal pullman a voto unanime degli altri compagni di avventura.

Si giunge al Tesoro esattamente come nell’inquadratura di Indiana Jones a cavallo, che si apre all’improvviso come uno scorcio rosa attraverso il taglio nero di una gola strettissima. L’impatto è emozionante ma non si fa tempo a metter piede nella piazza del Tesoro che si viene investiti da una corrente opposta di venditori abusivi, che nella maggior parte dei casi sono purtroppo bambini.

A sinistra, un grande chiosco accoglie una parte dei turisti lasciando un po’ di respiro davanti al Tesoro, la cui visuale è comunque disturbata dalla folla che si ammassa nello spiazzo, usato anche come un parcheggio per asini e cammelli.

Procedendo nella visita, si cammina in mezzo a un lungo bazar di bancarelle disseminato sulla via che porta alle tombe reali e alle chiese di periodo bizantino: un punto ristoro che servono ottimi caffè al cardamomo, artigiani che scrivono il nome dei turisti su sabbia colorata, venditori di incenso, costosissimo oggi come ieri quando di qui passava la via dell’incenso e di mirra rossa e verde dal profumo inebriante.

La Giordania e le sue antiche bellezze valgono quindi sicuramente almeno un viaggio nella vita.

Nonostante alcuni usi e modi che possono irritare l’occidentale, su tutti il lavoro minorile, la Giordania va visitata per la luce straordinaria che la dipinge, per i suoi deserti, e perché rappresenta un esempio di Medio Oriente moderato, dove la razionalità civile supera le follie religiose che imperversano senza fine in questa parte di mondo.

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