Un fotoracconto di viaggio nel deserto della Giordania, tra le antiche città di Jerash e Petra, passando per l’accampamento beduino delle Sette Meraviglie di Piccola Petra.

 

Quando gli chiedo quali altri luoghi visitare, la mia guida turistica mi risponde così:

“In Medio Oriente, quello che c’è oggi, già domani potrebbe non esistere più. Sul serio, già che sei qui ti consiglio di visitare tutto quello che puoi, finché sei in tempo. ”

Siamo in una tenda beduina a Petra, ad aspettare il resto del nostro gruppo davanti a una tazza di caffè. E’ il 1° gennaio 2015: le statue dei Buddha di Bamiyan sfregiate dai talebani nel 2001 sono un ricordo lontano, e delle distruzioni dell’Is ne avremmo tutti preso coscienza tre mesi più tardi. E del resto mi trovo in Giordania, una terra accogliente, con poca delinquenza e forze di sicurezza efficienti.

Da febbraio però le cose sono cambiate.

Ho visitato Petra e Jerash poco prima che la Giordania, finita anch’essa nel mirino dell’Is, gli dichiarasse guerra. Anche se ora il livello di allerta è alto in tutta l’area mediorientale, la Farnesina non sconsiglia di recarsi in Giordania ma suggerisce di adottare misure di cautela, evitando le zone “calde” come la capitale Amman, principale scalo aeroportuale del paese. Per chi volesse visitare in sicurezza i gioielli archeologici giordani e la zona del Mar Morto, un’idea potrebbe essere quella di organizzarsi un viaggio tra Israele e la Giordania, passando il confine via terra con partenza da Gerusalemme, per godersi lo spettacolare panorama offerto dall’incontro tra cielo turchese e sabbia oro del deserto, senza fretta.

Tra i pacchetti di viaggio disponibili online, ne ho scelto uno con guida accreditata e servizio di polizia turistica al seguito per tutto il tempo della visita entro i confini giordani, indispensabile per muoversi in sicurezza nelle aree archeologiche senza essere disturbati sistematicamente da abusivi molto molesti. Con 1350 NIS, poco più di 300 euro a persona, si può fare un viaggio di due giorni on the road partendo dall’Abraham Hostel Jerusalem, un ostello dallo spirito un po’ hippie anni ’70 e punto di incontro per viaggiatori di tutto il mondo, con cui fare amicizia e condividere uno dei tour che da lì partono quotidianamente alla volta delle mete archeologiche di Giordania, Egitto e Israele.

Partiamo all’alba con un piccolo pullman, siamo un gruppo di sedici persone provenienti da Francia, Irlanda, Spagna, Svezia, Germania e Brasile. Sono l’unica italiana, per adesso. In un’ora giungiamo ad attraversare l’Allenby Bridge – per gli israeliani – chiamato King Hussein dai giordani; da lì a poco le modalità di frontiera richiederanno un po’ più di tempo mentre la guida è impegnata con il pagamento delle tasse di confine e il rilascio dei visti per tutti. Ma l’attesa si può ingannare al duty-free, soprattutto per i fumatori a cui non sembra vero di poter comprare una stecca di sigarette allo stesso prezzo di un solo pacchetto, che in Israele arriva a costare anche 12 euro. Per il resto, nemmeno in Italia si trova un assortimento così completo della Ferrero come in questo duty-free.

Per via del trattato Israele-Giordania, al secondo border l’autista e il mezzo israeliano non possono proseguire e facciamo cambio con guida e polizia turistica giordane.

Un’ora dopo arriviamo all’antichissima Jerash, la Pompei d’Oriente, abitata ininterrottamente da oltre 6.500 anni ed una delle città di epoca romana meglio conservate al mondo.

Nonostante il primo insediamento importante fosse stato quello greco ad opera di Alessandro Magno, fu solo con l’avvento dei Romani che Jerash visse il suo periodo d’oro. Rimodellata sullo schema urbanistico classico romano nel I secolo d.C. dagli Imperatori Traiano e Adriano, Jerash testimonia la grandezza dell’opera di urbanizzazione condotta dai Romani nelle provincie dell’Impero in Medio Oriente, con le sue strade lastricate, i colonnati, i templi, i teatri, le piazze pubbliche, le fontane, i bagni termali e le mura inframmezzate da torri e porte cittadine.

Specchio del connubio tra il mondo greco-romano e le antiche tradizioni dell’Oriente, Jerash fu sepolta per secoli sotto la sabbia e restaurata negli anni ’30. La perfetta conservazione della città di Jerash si deve anche alla comunità dei Circassi, approdati in Giordania dopo la fuga dalla Russia zarista a fine ‘800, che riconoscendone subito il grande valore archeologico preferirono tutelarla non riutilizzandone le pietre calcaree per la costruzione di nuovi insediamenti.

Per accedere al sito, dobbiamo passare obbligatoriamente all’interno della versione beduina in salsa turistica dei coffee & book shop dei musei: un suq dove ci si deve destreggiare tra i classici ricordi per turisti alla Fantozzi, come pupattole e cammellini in abito folcloristico, dipinti di palme e dune su poliestere, insieme alle solite kefiah e pashmine onnipresenti. Non si segnalano monografie su Jerash, e le mini guide disponibili, ferme agli anni ’80, sono tali da invogliare il turista spaesato ad assumere sul posto una delle tante guide improvvisate che ti aspettano al varco.

Usciti dal suq, il panorama che si estende a perdita d’occhio ci restituisce l’immagine di un sito archeologico che, tutto sommato, è stato rispettato. E si vede la differenza con la nostra, di Pompei: Jerash non è colpita da incuria sistematica, ma presenta alcune grossolanità, dovute sia a un male senza frontiere  – la maleducazione dei turisti – che qui come altrove viene tollerata e non punita, sia a mancanze locali legate a un malcostume che noi conosciamo bene, l’abusivismo, e per il quale non esiste mai risoluzione definitiva, essendo fortemente radicato nei luoghi dove si manifesta.

Nonostante manchino i fondi necessari per procedere all’anastilosi di circa duemila colonne – che troviamo a terra, disseminate in blocchi assieme a frontoni, fregi e capitelli lungo tutta l’estensione della città – le mille che sono in piedi sono ben conservate, così la città stessa.

Purtroppo, la carenza di personale dentro l’area e anche di un certo senso di decoro che emerge a tratti, è qualcosa che rattrista la visita qui come in altri siti archeologici in Italia e nel mondo.

Il mosaico bizantino che accoglie per primo il visitatore necessiterebbe di volontà, più che di risorse economiche, per fermare la dispersione delle tessere. Intere famiglie entrano ed escono dal sito attraverso i numerosi buchi nella recinzione: mentre queste banchettano sulle scalinate come fossero ai tavoli di un’osteria, i figli saltano tra le antiche colonne come scimmie sulle liane, salvo discenderne appena avvistano turisti senza polizia al seguito, inseguendoli con urla e improperi finché non riescono a ottenere qualche dinaro. Alcuni turisti non sono da meno, in posa plastica in bilico su capitelli ancora da sistemare, per portarsi a casa la foto ricordo sì, ma dell’imbarazzo procurato agli altri visitatori. Altrettanto imbarazzante è la presenza degli abusivi, dai servizi igienici a offerta obbligatoria, racchiusi in un baraccone di lamiera rosa a ridosso del muro di cinta del teatro meridionale,  ai venditori di paccottiglia e the alla menta, abbarbicati coi loro samovar bollenti in cima ai templi e lungo il decumano, utilizzando i resti in attesa di anastilosi come espositori dei loro “negozi” . Branchi di cani selvatici come a Pompei qui non se ne incontrano, anche se sui resti ancora da sistemare pascolano libere alcune caprette: ma il verde in giro è poco e gli animali devono pur nutrirsi. Altra usanza radicata, che ritroverò il giorno seguente anche a Petra, è quella di cancellare le didascalie dei cartelli che accompagnano i monumenti, di modo da rendere quasi indispensabile il noleggio di una delle tante guide non autorizzate che si trovano lì accanto per caso, col rischio però di finire a farsi dare lezioni di storia da chi non la conosce per niente.

Ma nel complesso, la visita di Jerash è piacevole – con un poliziotto al seguito – e rappresenta una meta culturale importante per comprendere un pezzo di storia di questo paese, che per qualche secolo ha incrociato anche la nostra. Inoltre, la conservazione di Jerash è frutto di un grande sforzo da parte della Giordania, che a differenza dei suoi confinanti Siria, Iraq e Arabia Saudita, non possiede risorse strategiche come gas e petrolio, ma trae dal turismo un’entrata fondamentale. Siamo in una vasta area archeologica di uno dei paesi con la più grande emergenza idrica del mondo, una spesa militare costante e obbligata che pesa enormemente sul bilancio, e metà della popolazione composta da milioni di profughi da aiutare nell’inserimento sociale, da un lato, e dai soliti terroristi da combattere, dall’altro.

Finita la visita a Jerash, si parte alla volta di Piccola Petra, attraversando il deserto per circa 4 ore di viaggio…(segue)…

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