Da un lato l’Isis che distrugge le opere d’arte con grande clamore, dall’altro il silenzio nel quale lentamente scompare il nostro patrimonio artistico: i nuovi barbari vogliono che il mondo sappia, i nostri tombaroli no. Ma il risultato, alla fine, è lo stesso.

Nell’Antico Egitto così come nell’Impero Bizantino, durante il Calvinismo e poi sotto il Nazismo, dai talebani fino agli ultimi episodi dell’Isis, ad ogni rivoluzione politica, conquista di guerra o dimostrazione di forza, il mondo ha sempre assistito alla distruzione della storia, della cultura e dell’arte caratterizzanti civiltà, simboli e religioni precedenti o da spazzare via. Questo male si chiama iconoclastia ed è ciclico.
E sebbene in tutti i testi sacri delle religioni abramitiche – Ebraismo, Cristianesimo e Islam – sia vietata qualsiasi rappresentazione dell’aspetto fisico di Dio, l’iconoclastia non appartiene solo alle sacre scritture e alle loro interpretazioni da parte di fazioni fanatiche. Semmai, la religione è nella maggior parte dei casi la scusa scatenante, dietro il cui alibi si alimentano le barbarie che ancora oggi siamo costretti ad assistere.
Conosciuta nell’Antica Roma come damnatio memoriae, l’iconoclastia dell’epoca prevedeva la totale cancellazione di immagini e simboli che potessero ricordare un dato politico o imperatore, come accadde a Caligola e a Eliogabalo, tra gli altri.

Nell’Antico Egitto o nella Russia imperiale, potere politico e religioso erano così accoppiati che ancora oggi è impossibile stabilire di che natura fosse l’iconoclastia messa in atto dai distruttori.

Numerosissime, nell’Antico Egitto, furono le opere d’arte distrutte raffiguranti il faraone Akhenaton, giudicato “eretico” a morte avvenuta. La distruzione delle icone nel periodo bizantino aveva motivazioni che partivano dalla religione ma sfociavano nel calcolo politico: da un lato si combatteva l’idolatria delle icone, l’iconolatria, dall’altro si assoggettavano i territori dei monasteri e si toglieva il pretesto ai predoni islamici di accusare i cristiani di idolatria. Savonarola vedeva invece il peccato nelle icone del lusso – abiti sfarzosi, cosmetici, specchi, dipinti e poemi secolari – che usava bruciare pubblicamente con i Falò delle Vanità: a farne le spese furono anche alcuni dipinti a tema mitologico di Botticelli, che il pittore stesso, affascinato da Savonarola, portò al rogo.
Con Calvino e gli altri riformatori protestanti l’iconoclastia condusse al danneggiamento e alla distruzione di importanti codici miniati, pale d’altare, edifici e persino reliquie, considerate eresie pagane secondo le indicazioni dei Dieci Comandamenti e del Pentateuco.
Hitler, che di motivi religiosi non ne aveva, distrusse enormi quantitativi di arte “degenerata”, trattenendone le opere migliori per venderle di nascosto con l’intento di finanziare il Reich. Qui, l’immagine da cancellare era quella che differiva dal concetto ariano anche nella divulgazione artistica. La Rivoluzione Francese, la Guerra d’Indipendenza Americana, la Rivoluzione di Ottobre e mille altri capovolgimenti epocali ci hanno portato nei secoli a perdere definitivamente capolavori dell’arte e dell’architettura, fino allo strazio della distruzione talebana delle due statue dei Buddha di Bamiyan nell’anno disgraziato del 2001.

Poi è arrivato l’Isis, l’orrore quotidiano che imperversa nei media mostrando le decapitazioni di civili e militari così come di statue e monumenti, finora quelli dei siti di Mosul, Ninive e Hatra. Come Hitler, da una parte distruggono e dall’altra commerciano le opere che rubano. Sono i nuovi barbari che sembrano nati apposta per spaventare noi, cosiddetta società civile, usando il web come lo usano i pubblicitari. Quei video sembrano il trailer di un film dell’orrore, preludio ad atrocità ancora peggiori, perché tutti debbano sapere che loro sono al servizio dei nostri incubi.
Ma senza andare troppo lontano, potremmo avere di che spaventarci comodamente a casa nostra, se non fosse che da noi le malefatte si tende a nasconderle. Al massimo esce una notizia – gravissima, ma scritta, non urlata – al cui contenuto siamo assuefatti per antica remissività, e che invece dovrebbe farci riflettere e reagire.

Così “scopriamo” che i tombaroli in azione a Pompei, per fare un esempio, fanno la stessa cosa dell’Isis. Depredano per lucro, silenziosamente, in connivenza con chi dovrebbe proteggere e invece fa mercimonio dell’unico sito al mondo – e patrimonio Unesco – dove è possibile rivivere la giornata tipo degli antichi Romani. La differenza tra i distruttori dell’Isis e i tombaroli nostrani è l’assenza di pubblicità in questi ultimi. Del resto, i nostri beni artistici si trovano, bene o male, sul suolo di uno stato democratico, e rendere nota l’attività di sciacallaggio nuocerebbe agli affari di chi ci campa. L’Isis invece ha due scopi.

Oltre al guadagno monetario c’è quello di immagine: devono incutere timore e devono farlo sapere. Ma il risultato finale non cambia di molto. Inesorabilmente si porta via una storia, in entrambi i casi la propria storia, per biechi fini personali. Si toglie alle generazioni future l’appagamento di sapersi parte di una grande storia e l’orgoglio che ne deriva, perché la storia e la cultura imparate sui libri, in un’immagine fissa e fredda, non è mai qualcosa a cui ci si possa affezionare davvero né sentirla propria. Entrare in un museo o in un’antica città, camminare in mezzo ai quadri, alle sculture e alle vestigia dei nostri avi, sentirne gli odori e respirarne la stessa aria ci regala il senso di appartenenza a qualcosa, che è il principale valore di una nazione.

Non fare nulla per fermare gli sciacalli aiuta il menefreghismo e il pressappochismo, quel senso di laissez faire che si può riassumere nella teoria delle finestre rotte.

Se tutto è brutto e senza valore, perché dovrei migliorarlo o preservarlo? Che senso ha studiare qualcosa che non esiste più, che non si può vedere e che ci rimanda solo a un senso di perdita e di sconfitta?

Questo è il senso della distruzione di un patrimonio artistico, ma quando a distruggerlo sono i suoi stessi figli – e non un esercito straniero – significa che quella civiltà è completamente perduta, guasta.
Il silenzio nel quale noi disperdiamo, derubiamo, mercanteggiamo, non tuteliamo, e facciamo decadere il nostro patrimonio non deve farci sentire come i civili della situazione, solo perché dall’altra parte il clangore dei colpi del Califfato in Medio Oriente fa molto rumore. Alla lunga il risultato sarà lo stesso. Loro sono i barbari, ma noi i soliti incivili.

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Sandro Serradifalco
Editore, critico e saggista
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Muove i primi passi nel mondo dell'arte nella doppia veste di pittore e gallerista: l’esperienza vissuta all’interno dei meccanismi di entrambe le barricate gli permette di occuparsi con rara sensibilità dell’immagine degli artisti, attraverso la creazione di eventi di importante caratura nazionale ed estera.