Nelle sontuose sale del Castello Sforzesco di Milano si è consumato lo scorso 7 novembre – e continua a consumarsi fino a gennaio – un dramma piccolo piccolo. Di quelli che non fanno troppa notizia e non indignano quasi più nessuno.

Il dramma o – se vogliamo chiamarlo col suo vero nome – lo scempio, a cui i fortunati invitati hanno assistito, è un’altra di quelle mostre mostruose che in nome dell’arte richiamano la crème dei collezionisti e degli appassionati d’arte di Milano e provincia. Homo Faber – Il ritorno del fare nell’arte contemporanea: questo il nome della mostra curata da Mimmo di Marzio e Nicoletta Castellaneta.
Io non ho mai curato una mostra e mai mi sognerei di farlo.
E tuttavia, dal basso della mia ignoranza in materia mi permetto di insegnare ai curatori come fare il loro mestiere.
Il che fa di me un pallone gonfiato a cui non dovrebbe esser dato alcuno spazio, oppure potrebbe anche fare riflettere i lettori sul modo in cui vengono allestite alcune mostre in Italia.
Ecco le cinque regole d’oro del perfetto ignorante che insegna a curatori professionisti come fare il loro mestiere:

1

Se si cura una mostra d’arte contemporanea in uno spazio dove già sono presenti opere antiche, è bello che le opere dialoghino tra loro.
Che, in definitiva, vengano allestite delle situazioni in cui i lavori contemporanei – quelli della mostra, per intenderci – abbiano una qualche interazione, un trait-d’union che

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li unisca alle opere del passato; e che non siano buttati nello spazio espositivo a casaccio. Altrimenti il risultato è sotto gli occhi di tutti: gli uni e le altre finiscono con l’infastidirsi a vicenda, sgomitando.

2

Allestire una mostra in uno spazio molto ampio permette di mostrare diverse opere di un artista.
Al contrario portare una trentina d’artisti con un lavoro a testa porta a una grande confusione e basta, e non si può capire la direzione di un artista mostrando al pubblico un’opera sola. Qui c’era effettivamente la possibilità di allestire una bella mostra con dei bravi artisti.
Peccato aver buttato via una buona occasione, creando un potpourri senza senso e senza forma.

3

Un’opera d’arte bisogna saperla illuminare. Se si allestisce una mostra e non si è in grado di darle la luce che merita, tutto va in fumo.

4

La scelta degli artisti è fondamentale. Esporre delle perle come Davide Nido, Federico Guida, Bertozzi & Casoni, Vanni Cuoghi, Mat Collishaw, Fulvio Di Piazza di fianco ad alcune opere di valore puramente decorativo è assolutamente senza senso.


O forse il senso era quello d’accarezzare l’ego di qualche collezionista portando in mostra opere appartenenti all’amico dell’amico?
Ma se anche fosse, fateci il santo piacere di scegliere e non di esporre tutto ciò che vi viene propinato.

5

Intitolare una mostra Homo Faber – il ritorno del fare nell’arte contemporanea impone che sia dato spazio a quegli artisti che del fare han fatto la loro cifra stilistica.
È inammissibile trovare poi esposte delle fotografie stampate su tela di Francesco Vezzoli o altri lavori che col fare non spartiscono nulla.Gentili curatori potreste prender nota dei nomi di scultori che fanno davvero?Paolo Schmidlin, Fabio Viale, Aron Demetz, Enzo Fiore. E potrei continuare a lungo. Per non parlare di quanti pittori fanno sul serio!

Ho provato però una sincera gioia e consolazione nel vedere la bella installazione delle carte di Vanni Cuoghi e la straordinaria Onda Frattale di Davide Nido: sei tele una più bella dell’altra.
Peccato poi per Bertozzi e Casoni: una loro opera lì da sola fa solo venire l’acquolina in bocca.
Lo stesso vale per le due belle tele di Federico Guida e Fulvio Di Piazza: belle ma buttate lì, abbandonate in mezzo a tanto vuoto.
Quel vuoto che continua – grazie a Dio – a indignarmi.

 

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