(…)HR Giger, tu vedi, più di noi, primati addomesticati. Provieni da una specie superintelligente?Sei un visitatore infetto, che con gli occhi a petalo di papavero guarda dentro i nostri organi riproduttori?(…)L’opera di Giger ci sconcerta per la sua enorme dimensione evoluzionistica e ci appare spettrale. Ci mostra fin troppo chiaramente da dove veniamo e dove andiamo. Si riallaccia ai nostri ricordi biologici. Paesaggi ginecologici. Cartoline intrauterine. Giger va ancora più indietro, penetra nel nucleo delle nostre cellule(…)Ecco il genio evoluzionistico di Giger. Pur immergendoci completamente nel nostro passato fangoso, vegetativo e insettoide, ci sospinge sempre più in avanti, verso l’universo. Il suo sguardo, in fondo, è ultraterreno. Ci insegna a voler bene ai nostri corpi da insetti, striscianti, viscidi ed embrionali, in modo da poterli trasformare. Qui in California amiamo Giger. Gli abbiamo conferito la maggiore onorificenza per le prestazioni scientifiche:l’Oscar (…) Okay, ho scritto il mio tributo al genio di Giger. Ora uscirò dal mio studio per andare nel cortile inondato di sole. Gli uccelli mi chiamano pieni di gioia, una farfalla svolazza davanti alla mia finestra, e Giger mi aspetta là in alto, sopra agli alberi, dove il cielo è blu.

Timothy Leary, Hollywood, Giugno 1981

 

Il 12 maggio 2014 abbiamo perso il genio straordinario di HR Giger:uno sperimentatore precocissimo e spericolato in qualsiasi campo artistico ed oltre, un artista generoso con i colleghi e mai invidioso dell’altrui talento;un premio Oscar che però figurava sull’elenco telefonico come architetto d’interni e che ringraziava il cielo per non aver mai ricevuto alcun incarico del genere e, seppur figlio di un benestante farmacista, non riuscì a scansare le classiche umiliazioni del mestiere di artista, neppure nella fase affermata della sua carriera. E anche lui, come la maggior parte degli artisti per vocazione e non per futili motivi, di giorno lavorava per guadagnarsi da vivere – come designer per programmi da uffici, niente di creativo – e di notte realizzava le sue opere per poter allestire qualche mostra e farsi conoscere.
La passione per le armi da fuoco lo portò più volte vicino alla morte, ma alla fine l’abbiamo perso per le conseguenze di una brutta caduta:

Devo avere un buon angelo custode, infatti fino ad oggi hanno sparato contro di me quattro persone ed una volta ho premuto io il grilletto contro qualcuno. In due casi le cartucce non funzionarono, e per tre volte mi spararono evitando per un pelo la mia testa, pur avendola proprio presa di mira, pensando che l’arma fosse scarica.(…)Col passare degli anni divento sempre più pauroso, perché credo che una persona come me non possa sempre avere fortuna.

ALIEN PRIMA DI ALIEN:I BIOMECCANOIDI

Noto in tutto il mondo come il papà di Alien, il micidiale xenomorfo dello spazio dell’omonimo film del 1979 diretto da Ridley Scott, l’anno seguente Giger vinse l’Oscar ai migliori effetti speciali insieme allo scultore e pittore italiano Carlo Rambaldi, quest’ultimo vincitore di tre statuette dell’Academy, anche per King Kong nel 1977 e per E.T. L’Extra-Terrestre nel 1983.
Ma Giger era Giger anche prima di Alien:nel 1969 H. H. Kunz, proprietario della prima casa editrice svizzera di poster e collezionista d’arte, stampa i suoi primi poster proprio con i quadri di H. R. Giger, distribuendoli in tutto il mondo. Furono però i suoi biomeccanoidi, pubblicati nel libro Necronomicon, ad essere notati dallo sceneggiatore di Alien Dan O’Bannon, che li sottopose al regista. In quei disegni e in quelle sculture a guscio di poliestere la storia della fantascienza era già tutta lì, più di dieci anni prima della realizzazione della serie cinematografica di culto.

E’ Alien che non sarebbe stato lo stesso, senza Giger. Nessuno ha mai saputo creare una macchina di morte così efficiente sul grande schermo:uno di quei rarissimi casi in cui, quando il mostro fa il suo ingresso in scena, la paura non cala ma aumenta.
Se H. P. Lovecraft basò tutta la sua fortuna letteraria sul “vedo e non vedo”, giocando con il sentimento più forte e più antico, la paura dell’ignoto, Giger riuscì a ribaltare i giochi del suo più grande ispiratore, perché averci reso noto Alien non ci ha mai tolto la paura in quanto spettatori.

IMMAGINARIO PRECOCE

La vivacità intellettuale di Giger non si cristallizzò mai sugli allori del successo hollywoodiano:questa fu la consacrazione al grande pubblico, ma lui andò sempre avanti nella sua personale ricerca del bizzarro e del misterioso, tra l’ammirazione per Lovecraft, Aleister Crowley, E. A. Poe e Bulgakov, ed altri curiosi punti di riferimento come Dracula, la tortura cinese, le ghigliottine, i dinamometri delle fiere da paese, le armi, i pozzi, i camion della spazzatura e le bretelle, i reperti degli antichi riti di culti pagani e ovviamente, la donna nella sua accezione più misterica. Certamente, da figlio di farmacista, ritrovarsi sin dalla più tenera età in mezzo a provette, alambicchi e sanguisughe incuriosì e influenzò il suo immaginario fantastico, insieme alla viscerale passione per le armi, fin dall’età di otto anni.

OLTRE ALIEN-COLLABORAZIONI

Artista tra i più prolifici, il suo campo d’azione fu la genialità applicata in ogni forma artistica, dalla scultura alla pittura ad olio, dal fumetto all’aerografo, fino al design e alla regia, con importanti collaborazioni nella musica e nella pubblicità. Realizzò l’asta del microfono dei Korn, le copertine dei dischi di Debbie Harry e di Emerson, Lake & Palmer, la borsa della spesa per la catena di supermercati Migros, stampata un milione di volte. Ma conobbe anche qualche rovescio nella sua carriera fortunata, come l’iniziativa dei Giger Bar:quello previsto a New York naufragò, pare impossibile ma così è andata, per mancanza di finanziatori, perciò ne venne realizzato uno in piccolo nella sua città natale di Chur in Svizzera. In Giappone, un manipolo di suoi fan ne realizzò uno ispirato a lui, ma divenne da subito il covo della Yakuza. Al primo morto, il locale fu chiuso.
Le sue collaborazioni con il cinema e la musica rimasero le imprese più riuscite, insieme alle sue mostre che erano uno spettacolo unico da visitare. Nel 2006 memorabile fu la sua più grande retrospettiva mai realizzata prima, “Giger in Wien”, messa in scena nella coloratissima cornice eco-architettonica del Kunst Haus di Vienna.

VIVI E LASCIA VIVERE

Amava parlare liberamente di sé e degli altri senza peli sulla lingua, ma si tenne sempre alla larga dal pettegolezzo e dalla maldicenza. Poteva sembrare cinico ad alcuni, in realtà era sempre rimasto coi piedi ben piantati per terra e la sua modestia era ben nota nel mondo artistico. Nelle sue dichiarazioni c’era tutto l’artista smaliziato con più di cento mostre alle spalle, un mondano la cui genuinità non era stata però corrotta dalla lunga frequentazione di vernissage e dell’establishment dello spettacolo. Non conosceva invidia e non giudicava quei colleghi con poco talento da far fruttare ma tanta bellezza fisica da scambiare, cosa rarissima nell’ambientino pettegolo dell’arte. Per esempio, sulle raccomandazioni nel mondo dell’arte la pensava così:

Ce ne sono, eccome. Altrimenti artisti dello stesso livello sarebbero trattati nello stesso modo, e questo non sarebbe giusto. Uno che per natura è bello, accorto, intelligente e sexy dovrebbe essere preferito, e così avviene. In quasi ogni professione non si possono disdegnare le amicizie che possono essere d’aiuto, e se uno ha già un bel corpo da mettere in mostra, una macchina e belle maniere, sarebbe stupido, soprattutto se si è giovani, nascondersi in casa. Le belle persone son viste volentieri e sono l’ornamento di ogni persona importante. Conferiscono gloria e splendore ad ogni vernissage. Trovo legittimo utilizzare i propri vantaggi fisici. Perché aspettare il successo se, andando a letto con qualcuno, si possono risparmiare dieci anni, duranti i quali si diventa vecchi e poco attraenti? Anche le persone dotate di humour sono viste volentieri. Ora, di tutte queste cose non mi era toccato proprio il massimo.

VITA PRIVATA

Se il successo del suo lavoro era ed è il sogno di qualunque artista, quella fama planetaria e quei fiumi di denaro che sono la ricompensa del genio compreso – ma non per questo meno genio – la sua vita privata fu in alcuni momenti ben lungi dall’essere invidiata. L’amore della sua vita nonché musa ispiratrice di tante opere, l’attrice Li Tobler, con la quale condusse una relazione difficile per anni – la depressione di lei, l’uso di droghe, la promiscuità e la povertà di entrambi i partner – morì suicida mentre Giger era ancora follemente innamorato di lei. Dopo il 1975, anno della morte di Li, furono in molti a notare come il già cupo lavoro di Giger si fosse fatto ancora più oscuro e decadente. Nonostante fosse circondato da bellissime ammiratrici ovunque andasse, quella morte segnò un punto di non ritorno nella sua percezione del mondo, e del resto, esiste qualcosa di più naturale e terapeutico che può fare un artista per esorcizzare il suo male, se non di rappresentarlo?

Da ragazzo era poi molto timido e impacciato con le donne che gli piacevano, e arrivò ad allestire una spazio in casa – la Camera Nera – per accogliere le sue amicizie femminili, ma senza successo. Del resto, l’aveva composta come fosse un piccolo museo degli orrori, convinto che il suo immaginario collimasse con quello femminile.
Lì dentro però suonava anche il jazz con i suoi amici e Giger cominciava ad essere Giger, usando la sua immaginazione per colmare il vuoto che lo separava dal gentil sesso:un’ossessione definitiva che mise in ogni sua opera, fondendola insieme a quell’altra sua ossessione prepotente, che erano le armi. I biomeccanoidi arrivano da lì, creature sensuali e micidiali allo stesso tempo, in cui i due sessi si fondevano perfettamente tra carne e metallo.

Fu uno dei pochissimi a stare vicino a un pittore importantissimo per lo sviluppo dell’arte svizzera, all’epoca bistrattato dal main stream dell’arte ma riconosciuto post mortem solo di recente:il precursore dei “Giovani Selvaggi” Friedrich Kuhn. Laddove troppi vedevano un attaccabrighe alcolizzato buono a far “scarabocchi infantili” Giger ne vedeva il talento e nelle sue opere giovanili ne scorgeva addirittura “un vecchio Picasso”. Non vedeva lo stesso valore nel concorrente di Kuhn, che all’epoca era Alex Sadkowsky, che, forse per via dell’amicizia tra i due, spesso salutava così Giger:

Hey, Giger, perché non ti spari un colpo, una buona volta?

Kuhn era di un’altra caratura e Giger lo descriveva come un gran maestro dell’arte di vivere. Racconta che una notte Kuhn, senza mai aver mai avuto la patente, con la sua decappottabile e moglie a bordo centrò in pieno l’ingresso di un ristorante, rimanendo incastrato con metà auto nel locale e metà nel giardino. Un’incrinatura divideva la casa in due. Il padrone del locale, svegliato di soprassalto credendo di esser scampato a un terremoto, quando scese si sentì ordinare due caffè da Kuhn. Per salvarsi la pelle dalla furia del ristoratore, Kuhn mollò la moglie in auto e se la diede a gambe su una bici rubata.
A un anno dalla sua morte, Giger volle celebrarlo dedicandogli un’opera, e fu grazie anche al suo interessamento se oggi conosciamo meglio il lavoro di questo artista. Come tutti i grandi, Giger aveva capito che l’unione fa la forza, e che le lotte fratricide non portano da nessuna parte:un atteggiamento un bel po’ diverso rispetto a quello che si ripropone puntualmente ai curatori di casa nostra ogni qualvolta debbano mettere insieme un pugno di artisti per una mostra, che fa presto a passare da luogo di occasione per un sano confronto tra colleghi a teatro di un asilo Mariuccia.

DUNE – L’UMILIAZIONE E IL RISCATTO

Sembra poi impossibile, per uno come lui e a carriera già avviata, ma nel 1975, due anni prima di essere contattato per Alien, Giger riceve una di quelle batoste dalle quali un artista, piccolo o grande che sia, si rialza a fatica:gli propongono un incarico di prestigio a livello mondiale, prospettandogli un’enorme visibilità da un lato e una paga molto bassa dall’altro, Giger accetta entusiasta ma il progetto per lui sfuma malamente e maleducatamente insieme ai suoi sogni di gloria. Ecco come l’artista stesso descrisse l’accaduto:

Bob Venosa, un pittore americano del realismo fantastico che vive a Cadaqués ed era di casa da Salvador Dalì, mi parlò di Dune. Si trattava del progetto di un film di fantascienza in 70 mm. della durata di tre ore, in cui Dalì avrebbe dovuto recitare uno dei ruoli principali con un compenso di 100.000 dollari l’ora (in seguito venne però scaricato per le sue dichiarazioni sfavorevoli a Franco). Bob Venosa mi telefonò dicendomi che il regista Alexandro Jodorowsky, al quale Dalì aveva mostrato le mie opere, era interessato al mio lavoro. Così mi recai in Spagna, ma Jodorowsky purtroppo era già partito. Dalì invece mostrò un cortese interesse per le mie opere e mi presentò alla moglie Gala come uno specialista di mostri e incubi, in cui il mondo interiore non corrispondeva all’aspetto esteriore. Gala era dell’opinione che io portassi una maschera e che in realtà corrispondessi perfettamente al mio mondo immaginario e cominciò a raccontarmi della sua vita. Inveì contro la cattiveria del mondo. Veramente una delle donne, tra quelle che conobbi, che più mi colpirono. Tornai in Svizzera e lasciai stupidamente la mia compagna d’allora a Cadaqués, dove posò per Dalì, che cercò di accoppiarla con un hippy. (…) Nel dicembre del 1975 mi recai a Parigi, al vernissage di una mostra sul diavolo, per la quale avevo ideato il manifesto a colori. In quest’occasione passai dallo studio di Jodorowsky e gli lasciai il mio recapito parigino. Jodorowsky mi telefonò e mi mostrò nel suo studio la preparazione di Dune. Quattro disegnatori di fantascienza stavano progettando astronavi, satelliti ed interi pianeti. Per gentilezza erano sparse sul tavolo anche le fotocopie di alcune mie opere, prese dal mio catalogo, che potevano essere adatte allo scopo. Jodorowsky mi disse che gli avrebbe fatto piacere se avessi collaborato anch’io al progetto. Avrei potuto realizzare un intero pianeta, completamente come volevo io. Dai miei disegni sarebbero stati realizzati dei modelli tridimensionali, in cui sarebbero stati riprodotti anche gli attori. Avrei avuto anche la possibilità di ideare costumi, maschere e così via. Il mio pianeta era dominato dal Male, veniva praticata la magia nera, non si reprimevano le aggressioni, intemperanza ed altre perversioni erano all’ordine del giorno. In breve, proprio il mio ramo. Solo il sesso non poteva essere mostrato, dovevo progettare il film come se fosse ideato per i bambini. Era stufo di vedere i suoi film censurati. Una squadra di trenta specialisti avrebbe realizzato le mie idee. Ero completamente entusiasta. Discutendo il mio onorario mi disse: “You might be a genius, but we can’t pay you as a genius.” Chiesi allora quanto guadagnavano gli altri e mi rispose:”Voss prende 4000 franchi al mese.” In verità un misero onorario per gli ideatori di un progetto da 20 milioni. Mi spiegò per ore che buona pubblicità avrebbe rappresentato per me, ecc. Ci salutammo, stabilendo di telefonarci ancora per l’onorario;egli mi diede il copione, in modo da potermi mettere subito al lavoro. Una volta in Svizzera mi meravigliai quando un delegato di Joorowsky mi comunicò che dovevo disegnare una veduta del castello di cui s’era discusso e portarla a Parigi, per vedere se d’adattasse al film. Il film venne realizzato da David Lynch senza di me. Così si trattano Les Petits Suisses.

Quatto anni più tardi, in occasione della prima del film Alien, Giger dovrà presenziare senza soste alle prime di Nizza, Londra, Parigi, New York e Hollywood, con una tappa a Dallas per rispondere a 23 interviste in un solo giorno per la tv. Lui e la moglie venivano intervistati anche per 5 ore al giorno, col risultato di una brutta depressione per Giger a causa dello stress, ormai divenuto allergico alle domande su Alien. Il 14 aprile 1980 tirerà su la statuetta agli Oscar. Rientrato in Svizzera, ebbe alle calcagna la stampa per molto tempo. Troppo, per un artista felice di starsene chiuso nel suo studio e pesce fuor d’acqua sotto i riflettori, passando sostanzialmente il tempo a far nulla.
O tutto o niente è del resto la regola scritta nel copione personale di ogni artista che non molla mai, sia quando il lavoro manca e sembra d’impazzire o ce n’è troppo e non si può dormire, passando da quel silenzio solitario che sa di vernice al gioioso frastuono di un vernissage, capace di cancellare la stanchezza e di ridare un senso alla propria perseveranza, perché ogni tanto bisogna pur vincere.

IL SUO LASCITO

Di questo straordinario artista capace di impugnare un destino tante volte avverso, ci resta la misteriosa casa-museo H.R. Giger, cui lui lavorò a lungo per lasciarci il ricordo della sua opera omnia, ospitata nel castello medioevale di St. Germain, a Gruyères in Svizzera.
Ma soprattutto, il suo lascito per noi è un immaginario indelebile, potente e ancestrale, creato già nel buio di quella cameretta dove un ragazzino sognava ad occhi aperti sulle parole di un altro gigante. Solo Giger ha infatti saputo tradurre in immagini l’universo di H. P. Lovecraft, dischiudendone la paura primordiale. Ed è stato l’unico che è andato a vedere cosa si nascondeva dentro al buio e tra le righe delle parole definitive di Lovecraft, per tirarne fuori tutte le sue creature come Pandora dal vaso.
Del resto, quegli spazi vuoti, le grida, il buio e la bruma che avvolgevano le Montagne della Follia dovevano pur nascondere qualcosa di più grosso. E adesso sappiamo cosa.