Sono le 8.30 di sabato mattina e cammino lungo via XX Settembre; il

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profumo della focaccia appena sfornata si intreccia con quello del caffè; per strada la gente è poca. Il cielo è grigio, rumori di fondo e aria di mare.
Entro nel cortile di Palazzo Ducale; mercanti sonnacchiosi stanno allestendo bancarelle di antiquariato, modernariato e ciarpame. Stento a trovare la biglietteria ma una volta acquistato il biglietto salgo la scalinata ed entro; i ragazzi a guardia delle sale si stanno ancora organizzando e quasi non badano a me. Sono sola.

Visitare una mostra è molto diverso dal visitare un museo, lo specifico perché c’è chi pensa sia la stessa cosa e forse in linea di massima è così: ci si accinge in entrambi i casi all’osservazione, alla fruizione sensoriale, all’analisi di opere d’arte.
Non entrerò nel merito degli allestimenti o del genere di esposizione, collettiva o monografica, e via discorrendo.
Vi sono delle differenze sostanziali tra una mostra e un museo ma non è a quel genere di distinzioni che mi riferisco.

Accedere alle sale di una mostra è come entrare nel privato di un artista; vi saranno sempre cenni biografici più o meno dettagliati appesi alle pareti, sotto gli occhi di tutti; a seconda dell’epoca a cui appartiene potremo vedere fotografie o leggere di eventi che li hanno segnati, le persone che hanno amato o conosciuto e poi ci saranno le opere a rivelare tutto il resto.In un’esibizione temporanea l’artista è esposto, nella doppia valenza del termine; persino il più noto degli autori è offerto in pasto al pubblico e alle critiche, nudo e inerme, anche perché nella maggior parte dei casi è già deceduto.

Varcata la soglia dell’esposizione provo un groviglio di sensazioni che fatico a sciogliere: aspettativa, curiosità, disagio, eccitazione, ipersensibilità.

Buongiorno, è permesso signor Munch?

La prima sala è vuota, tappezzata di fotografie di famiglia, amici e molti autoscatti. A Edvard Munch piacevano i selfie, anche se non sono esattamente gli scatti di una velina o di una pop star; era affascinato dalle possibilità del mezzo fotografico e ne faceva largo uso. Su uno schermo scorrono queste e altre immagini che incontrerò nelle sale successive e una voce fuori campo parla della sua vita.
Mi pare di curiosare nei cassetti della scrivania, di sbirciare i fogli di una corrispondenza ormai ingiallita dal tempo: la voce del filmato racconta una storia di tragedie e dolore fin dalla più tenera età.

Entro nella stanza successiva e vedo le prime opere: autoritratti litografici delicati e malinconici, un viso sottile e diafano, lo sguardo serio e risoluto, che emerge spettrale dal nero dello sfondo come un personaggio di un altro Edgard, Allan Poe. Vi sono paesaggi dipinti a olio in cui una natura soffocante

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il sopravvento sulle costruzioni dell’uomo; Munch studia la tradizione paesaggista norvegese. È quindi la volta di un grande nudo, una donna ritratta mentre si asciuga le gambe dopo essere uscita dalla vasca da bagno, il colore è tenue e l’atmosfera intima e calda; ma ecco che presto si affaccia il dolore, con le incisioni che ritraggono una bambina malata, la sorellina morente. Una delle due stampe è di colore rosso cupo, la ragazzina è raffigurata di profilo, la fronte alta e candida come la luna, gli occhi infossati e cerchiati, lo sguardo è già altrove.

Edvard fa la conoscenza della malattia e della morte troppo presto, prima con la perdita della madre e in seguito delle sorelle; quasi inevitabilmente si forma in lui la convinzione che esistenza e sofferenza viaggino parallelamente come binari sui quali scorre la vita.

Non ci sono altre persone attorno a me, ho tutto il tempo di osservare da vicino le stampe e le tele; tristezza, paura e rabbia sono ovunque e le posso sentire, è molto facile percepirle, sono confidenze che Munch mi fa e non è necessario che io parli la sua lingua. Le venature del legno delle matrici di stampa solcano il volto di una signora al chiaro di luna e una donna-madonna incorniciata di spermatozoi, gli occhi chiusi dal piacere e la testa abbandonata di lato, porta con sé un piccolo feto terrorizzato. Il frutto del piacere è condannato a vivere e quindi a soffrire, la donna è infida ed egoista, succhia come un vampiro l’energia dal collo dell’uomo che si abbandona fiducioso tra le sue braccia o lo getta nello sconforto e nella più allucinata gelosia. Non esiste l’amore in questo mondo in cui tutto è corrotto da un’inesorabile tendenza alla distruzione e la relazione tra uomo e donna non può essere altro che prevaricazione dell’uno sull’altro.

A Edvard l’amore di una donna è costato una falange della mano destra: si sparò accidentalmente durante una lite con la compagna che voleva lui la sposasse ma agli occhi dell’artista, il matrimonio avrebbe comportato inevitabilmente dei figli, altre creature infelici. La storia finì.

L’animo di Munch è tormentato ma il fatto che neghi a se stesso una vita affettiva serena non gli toglie la speranza che questa sia tuttavia possibile per gli altri; studia attentamente le coppie di amici e risiede per un lungo periodo presso la casa del dottor Max Linde, suo amico e collezionista tedesco; gli ha commissionato una serie di incisioni, che verranno in seguito raccolte sotto il nome di Portfolio Linde.

L’artista ritrae per mesi Max, Marie la moglie, i loro quattro bambini e il giardino della bella villa; una famiglia benestante e serena che vive in armonia.
Munch ne è subito affascinato e attratto, produce molto ma il risultato del suo lavoro inquieta. Riesce a trasferire anche su questo quadro di serenità domestica la sua angoscia, e i ritratti che ne risultano sono alieni ed evanescenti, gli ambienti risultano desolati e spettrali.

I temi della morte, il dolore, l’amore malato e cattivo non sono certo novità per la storia dell’arte, è innovativo piuttosto il modo in cui Munch tratta questi argomenti.
La rivoluzione spazia dalla composizione alle tecniche utilizzate: dipinge a mano le litografie, inserisce collage nelle tele a olio. Sottopone le sue opere a quella che lui chiama “la cura da cavallo”, esponendole alle intemperie, come un eroe nordico abbandonato in fasce nella foresta: ne usciranno mutate e forse fortificate.

Allestisce il suo atelier in un edificio senza tetto, all’interno del quale cresce l’erba e in cui in inverno si depositano centimetri di neve. La natura che i suoi contemporanei cercano di raffigurare e interpretare diventa parte attiva nella sua produzione, un lavoro a quattro mani, due delle quali sono artigli invisibili che graffiano il colore con il rigore dell’inverno e lo sferzano con la forza del vento.

È come se cercasse di sconfiggere il dolore che prova e ferma sulla tela infliggendogli a sua volta dolore, affidando alla natura il ruolo dell’aguzzino.

Nell’ultima sala, a conclusione della mostra trovo un intruso. Ma come! Signor Warhol, il signor Munch sa che anche lei è qui?
L’artista che ha fatto del banale e dell’ordinario le icone della propria indagine e ha rivoluzionato la concezione di arte moderna, cos’ha in comune con Munch?


Sono sei serigrafie che riprendono le opere del pittore norvegese, non poteva mancare L’urlo, e le reinterpretano in chiave pop. Le serigrafie sono parte di una commissione fatta a Andy Warhol da una galleria di New York e testimoniano l’interesse e la fascinazione che un artista intenso e fuori dagli schemi come Munch poteva esercitare a un secolo di distanza, su un artista americano apparentemente così distante da lui, evocando sensazioni e percezioni che valicano i confini temporali e culturali.

La mostra è finita e vado in pace.
Scendendo la scalinata provo gratitudine per Edvard Munch e per le opere che ha prodotto e che ha portato per qualche mese a Genova; sono le 11 e alla biglietteria c’è la coda dei gruppi organizzati, sono felice di avere avuto la fortuna di visitare la mostra in una dimensione quasi privata. Esco e mi dirigo verso il Porto Antico e i suoi caruggi, il cielo è ancora grigio ma il vento tra poco lo spazzerà e apparirà il sole.

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About The Author

Diana Orini
Giornalista

Nata nella bassa bergamasca, nell'anno '78 del secolo sbagliato, è laureata in storia dell'arte, e si occupa in varie forme di giornalismo, arte e comunicazione.