Anche se in arte non esistono verità assolute, tuttavia, per discuterne a livello critico, esistono regole semplici e confini precisi per captare la sensibilità e la capacità esecutiva di un pittore o di uno scultore. Le qualità di un lavoro d’arte si rivela solitamente attraverso le impercettibili vibrazioni emozionali che sa trasmettere. Vibrazioni che purtroppo non sono sempre riscontrabili nell’asettica progettualità concettuale delle avanguardie storiche e contemporanee, da cui è bandita ogni intuizione poetica, ogni impulso emozionale ed espressivo.

Con molto sconcerto vedo spadroneggiare un’arte che si affida a canoni puramente ludici, e che irrompe sulla scena agli inizi del secolo scorso con L’orinatoio di Marcel Duchamp; o che corrisponde a dettati autoritari, come l’Arte Povera, una fredda filosofia sperimentale, eseguita a tavolino; o che si attiene a intenti radicali, di assoluto sovvertimento delle regole e dello spazio, come la Land Art; infine, avanguardie che sono sovente al servizio dei capricci del mercato nazionale e internazionale, e condizionate dalla provvisorietà delle mode.

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Proprio su questo tema – in questa pagina che compilo ormai da tre anni – voglio rivolgermi, per la prima volta, specialmente a Sandro Serradifalco, il mio editore, perché è con lui che condivido le cose in cui credo, e perché Effetto Arte è il frutto del nostro comune lavoro e della nostra complicità. Perché entrambi siamo attenti a salvaguardare i valori della tradizione pittorica e plastica figurativa, astratta e informale, ossia di quelle ricerche che, sin dalle loro origini, riflettono un’utopica idealità contenutistica e qualitativa, volta a interpretare gli infiniti e inafferrabili risvolti del vero.

Il mio giovane e affettuoso amico Sandro più volte mi ha chiesto quando mi deciderò a mettere per iscritto i miei ricordi, le mie prese di posizioni, le mie scelte di campo. In quarant’anni e più di attività sono stati numerosi gli incontri con grandi e piccoli critici d’arte, con grandi maestri e con artisti motivati, e di molti ho voluto seguire il percorso e capire il linguaggio. Ci sono episodi che non potrò mai dimenticare, che mi hanno segnato. I ricordi sono tanti e in ordine sparso nella mia mente; molto da riportare a galla, tutto da riassestare e da ricalibrare. Quale potrebbe essere il filo conduttore dell’autobiografia di un critico d’arte fortunato, e cosciente di esserlo? Credo che nulla sia casuale e nulla ci sia regalato; perciò la mia prima confessione parte da questo presupposto: la mia professione, nelle quotidiane e differenti situazioni positive e negative, ha comportato emozioni costanti, quindi conoscenza e anche riconoscenza.

Da dove iniziare il mio viaggio a ritroso? Dall’inizio direi, dai primi incontri indimenticabili, dai padri nobili della pittura italiana, Corrado Cagli, Renato Guttuso, Carlo Levi, Zoran Music, Aligi Sassu, Emilio Vedova. Li ho tutti visitati nei loro studi, e tutti sono stati paterni e rispettosi della mia giovane età e della mia inesperienza. Dialogavamo. Interrogavo. Cercavo di portare allo scoperto la loro sensibilità. Li riconoscevo saggi e consapevoli di essere protagonisti della storia dell’arte. Quello che mi meravigliava era il loro modo civile di invitarmi a osservare un loro lavoro non ancora ultimato. Frequentando i loro atelier capivo sempre meglio il loro amore per il disegno preparatorio, la loro attenzione ai passaggi tonali, ai giochi di luce e di ombre. Ho imparato che i loro quadri non nascevano solo dalla tecnica, ma soprattutto dalla cultura coniugata all’emozione, dall’interiorità sperimentata e intessuta nel quotidiano. Un giorno Emilio Vedova mi confidò:

Ogni volta che prendo la spatola o il pennello in mano, sento una voce dentro che mi guida. Non so come chiamarla. Energia. Anima, spirito. Ha così importanza saperlo?

Comunque sia, il filo della memoria da dipanare è complesso, lungo. Sarà un libro di ricordi di grandi maestri, ma anche di piccoli, isolati da Dio e dagli uomini, senza speranza di accedere alle grandi esposizioni. Ho incontrato di tutto nel mio viaggio fra gli attori della scena dell’arte; erano visionari che credevano in quello che facevano, che provavano diletto a captare e interpretare il loro vero, il loro sogno irripetibile. Un universo di anime interroganti, che ho incontrato nelle strade più impraticabili, in paesi sperduti di montagna, nei centri delle nostre città. Ho già in mente il primo capitolo, che conterrà il senso vero della mia professione: la felicità di aver percorso un territorio dove l’opera d’arte non si trova al centro, ma solo accanto a grandi uomini e grandi donne. Ho anche già in mente il titolo: semplicemente Gratitudine. Il resto sarà commento.

About The Author

Paolo Levi
Critico d’arte, giornalista, saggista

Ha scritto per le riviste Capital, Bell’Italia, Architectural Digest, Europeo, Mondo, e con quotidiani come Il Sole 24 Ore e  La Repubblica. Dal 1969 dirige, prima per la Giulio Bolaffi Editore e, in seguito, per la Giorgio Mondadori Il Catalogo Nazionale d’Arte Moderna. Dal 2010 è direttore della rivista Effetto Arte.

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