Al ritiro del patrocinio, da parte del Comune di Torino, alla mostra “Internazionale d’Arte LGBTE – La Grande Battaglia Trova Esito – S.A.L.I.G.I.A., la Comunità LGBT News Italia tuonava in maiuscolo su Facebook:”CONFERMIAMO CON RINNOVATO ORGOGLIO NOSTRA COLLABORAZIONE CON MOSTRA D’ARTE LGBTE. SOLITE STERILI POLEMICHE-FIGURACCIA.”

No, mi spiace, la figuraccia è solo vostra.
Ed eravate in cerca di polemiche, diversamente avreste adottato un’immagine intelligente invece del solito specchietto per le allodole. Non importa che se ne parli bene o male, l’importante è che se ne parli?Parliamone, dunque, anche se nell’era di internet il concetto espresso da Wilde è diventato molto pericoloso, soprattutto quando ci si rende ridicoli con le proprie mani.

Ripeto:la figuraccia prima, e il successivo codazzo di polemiche ve li siete costruiti da soli, ben consapevoli e contenti del risultato che cercavate. E non si tratta di essere omofobi, repressi o bigotti. Il cattivo gusto è tale al di là dei gusti sessuali e del credo religioso. Questo editoriale l’avrei scritto anche se si fosse trattato di una mostra promossa da un’associazione di inveterati eterosessuali.

La figuraccia l’avete fatta voi per il cattivo gusto, per la provocazione puerile del visto e ancora rivisto –quindi ampiamente digerito e ogni volta restituito al mittente scuotendo la testa con compassione – che non sta tanto nell’immagine in sé, ma nell’intento banale che vi sta dietro – la pochezza intellettuale di chi crede di poter épater le bourgeois – nella convinzione di sferrare un pugno allo stomaco della società, finendo solo per disgustarla. Complimenti, ci siete riusciti ancora una volta.

La vostra comunicazione è il vostro peggior nemico, non il cittadino comune. Perché ogni volta che si vuole attirare l’attenzione sulle tematiche LGBT si deve per forza disgustare il pubblico, attirandosi addosso ancora più odio di quello che spesso ne aleggia intorno? Mi pare che ogni volta si perda di vista l’obiettivo:si desidera ottenere maggior rispetto e attenzione per chi ha generi sessuali diversi dall’eterosessualità, ma il modo in cui lo si esprime sembra sempre strizzare l’occhio all’auto ghettizzazione.

Di questa polemica ne giova solo l’anonimo fotografo autore della foto usata come manifesto, emblema del vuoto intellettuale di chi ha la pretesa di spacciare per alta simbologia un insieme di elementi messi a casaccio. Ne giova lui – per qualche giorno – non la vostra battaglia.

Il fotografo in questione ci ha messo il carico, su quella povera donna sfatta – usata come fenomeno da baraccone – aggiungendo banalità alla banalità, come se il suo corpo devastato potesse uscire vincente contro i vacui stereotipi di perfezione delle modelle, alla quali però, appena vista la venere freak del manifesto, corre subito il pensiero come a cercarvi un rifugio di grazia istantanea:ciò che salta subito all’occhio è invece il banale del brutto ad ogni costo, dell’ignoranza supponente dell’artista di provincia, del contenuto subordinato al sedicente shock visivo e dell’irriverenza da discount sotto casa.

Quelli a cui non è piaciuto non sono solo baciapile, bigotti, piccolo borghesi o repressi sessuofobi, come sono stati etichettati coloro che si sono detti contrari a questo manifesto. Sono persone a cui non piace essere presi per i fondelli, attraverso un manifesto che con l’arte e con il messaggio di integrazione non ha niente da spartire. A dire il vero, ha urtato la sensibilità di chiunque, quel manifesto. Per la sua bruttezza, con buona pace del mondo cattolico o LGBT.

Ha a che fare col cattivo gusto, e di questo ne abbiamo abbastanza. Ma ha a che fare col cattivo gusto spacciato per arte, che è ancora peggio.

Una mostra sui sette vizi capitali non è poi certo avanguardia, ogni mese ne spunta una in qualche anfratto di provincia. E’ un tema usurato dalla notte dei tempi, ma intitolare un’opera come quella del manifesto “Superbia” richiede uno sforzo di fantasia notevole, e questo al fotografo va riconosciuto.

Tutto si potrebbe pensare ma non alla Superbia, soprattutto sotto i piedi di quella donna:strumentalizzazione di patologie mentali e fisiche, degrado sociale e ambientale, richiamo alla prostituzione di strada, ai ricordi di Cinico Tv, ecco cosa viene in mente guardando quella foto.

E’ quindi pure fuori dal tema proposto ma dentro il percorso espositivo ci può stare; certamente non può diventare il manifesto di una mostra apertamente a favore di una causa – anche se di quelle che si perdono per errori strategici – perché controproducente alla causa stessa.

Questa mostra aveva ottenuto il patrocinio dall’Assessorato alla Cultura del Comune di Torino, in un momento in cui i Comuni hanno a che fare col patto di stabilità in mezzo alla crisi e cercano di aprire a proposte esterne per risparmiare sui bilanci, concedendo spazi con manica fin troppo larga.

Forse sarebbe stato un bene non concedere il patrocinio, oppure decidere insieme all’associazione il tipo di manifesto da esporre. Fatto sta che ancora una volta, questo tipo di battaglia, nonostante l’arrogante titolo della mostra, non ha trovato esito, se non ancora polemico e fastidioso, in primis per chi in questi diritti ci crede e vorrebbe vederli rispettati e difesi in modo meno cafone.

I diritti civili, in un paese civile, si conquistano con battaglie di civiltà, non con le solite piazzate. Nessuno le prende sul serio. Soprattutto, non c’è nessuna grande battaglia da combattere in un paese come l’Italia, dove chi ha una diversa natura sessuale non viene considerato un criminale, un malato mentale o viene bruciato e impiccato per strada. L’articolo 3 della Costituzione Italiana sancisce che tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. Il vero problema che si pone in Italia per avere il rispetto su questo tema delicato, non solo sulla carta, è lo scontro all’atto pratico con il provincialismo più becero. Ma non si può pretendere di uscirne fuori continuando a fargli da spalla comica.

About The Author

Sandro Serradifalco
Editore, critico e saggista
Google+

Muove i primi passi nel mondo dell'arte nella doppia veste di pittore e gallerista: l’esperienza vissuta all’interno dei meccanismi di entrambe le barricate gli permette di occuparsi con rara sensibilità dell’immagine degli artisti, attraverso la creazione di eventi di importante caratura nazionale ed estera.