Dalle prime tag di fine anni Sessanta una nuova, prorompente espressione artistica metropolitana

 

Le storie sul dove e il quando sia nato il graffitismo e a chi appartenesse la prima scritta sono varie. Qualcuno dice che le prime firme apparvero nei tardi anni Sessanta sui treni di Philadelphia per poi spostarsi nella Grande Mela. Altri dicono (e forse questa è la storia più gettonata) che sia nato direttamente a New York dove, nei primi anni Settanta, cominciò ad apparire sui muri la firma Taki 183, fatta da un giovane immigrato greco, Demetrius, che abitava nel nord di Manhattan e sul quale il New York Times nel 1971 fece uscire un articolo. Diventò così una pratica popolare tra i giovani americani, soprattutto nelle periferie.

In ogni caso, come per tanti altri movimenti artistici, credo sia pressoché impossibile stabilirne luogo e data di nascita piú precisi. Quello che è sicuro è che affonda le sue radici nella cultura Hip-Hop. Difatti è considerata una delle quattro discipline pilastro di tale cultura, insieme al Dj-ing o Turntablism (la musica dei dj), Mc-ing (i versi dei rapper) e Breaking (i balli dei b-boys con la break dance). Ma torniamo ai graffiti. Per continuare, credo sia necessario conoscere un minimo di terminologia che appartiene a questo mondo; ecco quindi una serie di parole tra le piú importanti: Writer: graffitista. Crew: ciurma, si usa per indicare un gruppo di writers che si conoscono tra loro e che dipingono insieme. Tag: è la firma, si usa per “marcare” il territorio e per firmare un graffito. Pezzo: graffito. Throw-up: un pezzo molto semplice con uno o due colori e fatto velocemente. Bombing: si usa per definire il “bombardamento” massiccio con tag e throw-up di un obiettivo particolare quali possono essere edifici o treni. Outline: la linea di contorno delle lettere.

Hall of Fame: un muro sul quale i componenti di una crew danno il meglio della loro creatività, considerano il muro di loro “proprietà”, sono molto territoriali a riguardo. Lettering: le lettere, lo stile con cui si dipingono. Puppet: pezzo rappresentante personaggi di fumetti, cartoni animati o di fantasia dell’autore.
Dalle prime tag, col tempo, questa pratica diventa una forma d’espressione artistica: il lettering comincia ad essere modificato, le tag prendono colore e spessore, si creano outline e si riempiono le lettere, si formano varie correnti e stili come il wild style, caratterizzato dalla deformazione delle lettere grazie ad intrecci di linee, all’aggiunta di elementi come frecce, spirali, tagli, ombre, che rendono incomprensibile la scritta a chiunque non sia del mondo del writing, o come il block style opposto al “wild style”, con lettere diritte semplici e squadrate, o il bubble style nel quale si nota un ingrandimento e una deformazione esagerata delle lettere. Ogni writer cerca di migliorare cercando di essere più creativo e originale e di farsi notare dagli altri, creando il proprio lettering e il proprio stile.

Negli anni Ottanta il writing sbarca in Europa, all’inizio a Parigi e Amsterdam, per diffondersi poi un po’ ovunque, diventando un genere artistico molto popolare in tutto il continente. L’eccezione è Londra, l’unica capitale dove il writing è soggetto a una fortissima repressione.

Con gli anni si comincia a uscire dagli schemi tradizionali nei quali i pezzi son composti solo da lettere e nomi: si cominciano ad inserire puppets, a usare stencil (una maschera normografica che permette di riprodurre forme, simboli o lettere in serie). Un’altra cosa che cambia negli anni è il livello di istruzione, che è molto più alto rispetto a una volta per l’ampliamento dell’accessibilità allo studio: i writers quindi non sono più quattro teppisti di periferia, spesso hanno alle spalle una carriera universitaria, quindi nei loro lavori si trovano molto più spesso riferimenti all’arte classica e moderna. E mentre all’inizio il fatto stesso di scrivere su un muro era un gesto dissacrante e di critica alla società, adesso è dal messaggio e dal contenuto, spesso molto pungente, che nasce la provocazione.

È difficile fare una distinzione di stili o tendenze tra i vari paesi a causa della facilità di spostamento e dell’inevitabile processo di globalizzazione: le idee e le novità stilistiche espatriano molto velocemente. Si possono tuttavia individuare dei gruppi che si distinguono dalle normali regole e abitudini dei writers. In Spagna si può citare come esempio la Boa Mistura, una crew formata da cinque madrileni che sono cresciuti in Alameda de Osuna, un quartiere a est della capitale spagnola. Ognuno di loro ha cominciato a dipingere durante l’adolescenza, non tutti nella stessa crew e, come quasi tutti, illegalmente. Poco a poco molti loro compagni hanno lasciato da parte il graffitismo e si sono dedicati ad altre cose; loro sono rimasti gli unici del quartiere a continuare a dipingere.

Hanno quindi formato la loro crew, e iniziato la loro carriera dipingendo in Calle Fuencarral, una delle vie centrali di Madrid, su richiesta di un avveduto commerciante che gli propose di decorare la saracinesca del suo negozio. Raccontano oggi molto divertiti che, dopo un paio d’ore di lavoro furono avvicinati da una pattuglia di polizia; appena la videro, un po’ scocciati, cominciarono a tirare fuori documenti e permessi, ma con loro grande sorpresa uno dei poliziotti tirò fuori un biglietto da visita, chiedendo se poteva chiamarli se mai avesse voluto decorare le pareti di casa sua.

Oggi hanno uno studio grafico e collaborano con architetti, studi di interior design, illustrano libri, dipingono per gallerie d’arte contemporanea e per chiunque li contatti. A volte collaborano con celebrità: ad esempio ultimamente hanno lavorato con Chambao, cantante di flamenco popolarissima in Spagna, con la quale hanno creato un libro illustrato della sua ultima tourné. Insomma Boa Mistura ha molte braccia e se il graffitismo ne è stato la forza motrice, adesso è diventato solo una di quelle braccia. Come gruppo non hanno uno stile ben definito: ogni componente ha un suo registro e un suo modo di lavorare; del resto ogni progetto esige un linguaggio specifico che si deve esprimere in una precisa tipologia di disegno; ma Boa Mistura si distingue sempre per un suo certo particolare sapore.

Anche se ormai i cinque artisti lavorano su richiesta e con regolari autorizzazioni, qualche atto considerato illegale ogni tanto se lo permettono ancora, perché è pur sempre una soddisfazione vedere un proprio pezzo per la strada. In realtà, piuttosto che Madrid, la città nodale per i writers è Barcellona: artisticamente, da molti anni ormai, è molto più movimentata della capitale, i suoi writers sono in genere più avanzati e hanno più contatti con gli artisti stranieri.

E c’è un’altra cosa che segna la differenza: a Barcellona le forze dell’ordine sono meno restrittive rispetto a Madrid, con ovvie conseguenze. Nel centro della capitale, lo si nota benissimo, si vedono tag molto più fugaci e molto più bombing, insomma tutto quello che gli abitanti e i turisti considerano sporco e di cattivo gusto. Nella città catalana invece gli interventi dei graffitari sono molto più pensati ed elaborati, dato che non hanno tutta quella paura di essere colti sul fatto. Va detto che ora molte città spagnole si stanno poco a poco organizzando per trovare degli spazi da concedere ai writers, per convogliare questa forte creatività in zone vicine al centro, evitando il bombing massiccio su edifici di interesse e valore storico e artistico. Tutto questo è certo un segno di apertura, che indica come il writing cominci finalmente ad essere accettato dall’opinione pubblica e dalle amministrazioni municipali. Con meno repressione e un’attenzione maggiore a questo tipo di arte di strada, si potrà forse evitare che per protesta vengano presi di mira i monumenti e i palazzi più belli.

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