Tra le sue innumerevoli conseguenze la Rivoluzione francese ne ha avute anche sulle arti e tra queste in modo particolare sulla pittura. Chi non ricorda La morte di Marat di Jacques-Louis David?

Così la pittura diventò nel nuovo secolo la tribuna dalla quale si discutevano i grandi avvenimenti politici del tempo, interni o internazionali che fossero.
La Francia eccelse nel settore, giungendo fino all’esaltazione della storia nazionale attraverso la lussuosissima ed ‘esagerata’ Galérie des Batailles di Versailles (da poco riaperta: vale la visita!).
Lungo tutto il XIX secolo possiamo trovare perfetta corrispondenza tra politica e pittura: se nel periodo delle imprese napoleoniche la popolazione spagnola inventò la guerrilla (la piccola guerra contro i grandi eserciti) e trovò in Francisco Goya il suo più emozionato e partecipe cantore, analogamente quando la Francia del terzo Napoleone cercò di allungare le mani sul Messico sacrificando la figura romantica e infelice di Massimiliano d’Asburgo, il malinconico abitante del castello di Miramare a Trieste. Edouard Manet costrinse il mondo a riflettere su un episodio drammatico prodotto dal velleitarismo francese, con L’esecuzione dell’imperatore Massimiliano, quattro volte dipinta alla ricerca della perfezione.
L’ultima, la prova finale del 1869, è ora a Mannheim. In tutte e quattro Manet muove dalla citazione del dipinto Il 3 maggio 1808 di Goya.
Siamo così di fronte a un dialogo artistico davvero straordinario, non soltanto per l’importanza dei due autori, ma perché le due opere dimostrano che la pittura è vita, innanzi tutto, e poi giudizio morale e assunzione di responsabilità ideale e politica.
Non a caso Hartung riprenderà più volte (le prove sono custodite nella fondazione Hartung di Antibes) la figura centrale dell’opera di Goya, e Picasso nel 1951 vi si ispirerà per condannare la guerra di Corea (l’opera è al Musée Picasso, di Parigi).

Le fucilazioni di Goya e di Manet sono forse le due prove più importanti di tutta la pittura del XIX secolo, e il rispetto ci obbliga a muoverci in punta di piedi, incominciando dall’inquadramento storiografico necessario.

Siamo nella Spagna che resiste all’invasione napoleonica nel 1808, contro la quale i patrioti spagnoli insorgono il 2 maggio (e un altro straordinario quadro di Goya lo ricorda) ma, sconfitti, il giorno dopo vengono giustiziati.
Questa conclusione è raccontata da Goya: ma l’importante, per noi oggi almeno, è che quei due quadri (Il 2 maggio 1808 e Il 3 maggio 1808, entrambi a Madrid, al Prado, anche se qui ci occupiamo solo del secondo) siano stati eseguiti nel 1814, ovvero dopo la nuova sconfitta dei patrioti liberali che si sono visti cancellare la Costituzione di Cadice da Ferdinando di Borbone al suo ritorno in Spagna.
Tutto ciò può essere considerato come la prima grande celebrazione del principio nazionalistico che sta per aggredire e sconvolgere l’Europa.
Manet ha un carattere molto diverso da Goya, che è sanguigno, passionale, tormentato da mille angosce, timoroso per il suo successo, preoccupato per il denaro e la famiglia.
Manet invece è figlio della media borghesia della Francia di metà secolo; un po’ discolo, viene mandato a fare il mozzo sulle rotte dell’Atlantico.
Manet appare subito come un critico della società: l’Olympia o il Déjeuner sur l’herbe sono delle vere e proprie sfide al perbenismo borghese del tempo; Le balcon è un attacco frontale ai pregiudizi

di una società ricca e gretta.

In questo contesto L’esecuzione dell’imperatore Massimiliano risalta come un momento prettamente politico, e non più solo sociale.
Ne aveva ben ragione del resto: nel tentativo di recuperare le posizioni perdute dalla Francia nell’America del Nord, Napoleone III riesce a farsi ‘imprestare’ dagli Asburgo d’Austria un possibile conquistatore del Messico (che aveva già perso buona parte della sua integrità territoriale a causa della sconfitta nella guerra con gli Usa nel 1846-47), il quale, dopo solo due anni dal suo insediamento come imperatore, è sconfitto dall’opposizione repubblicana, imprigionato e giustiziato.

Nessun dubbio che Manet guardi a Goya nelle sue tele, sempre più intense, sempre più perfette ancorché meno passionali rispetto all’esaltazione con cui Goya aveva vissuto il suo 3 maggio 1808. Quanto il patriota in pantaloni gialli e camicia bianca sembra abbracciare il mondo guardando provocatoriamente negli occhi i suoi giustizieri, tanto Manet espelle dalla sua ricostruzione ogni emozione, se si prescinde dal particolare, quasi non avvertibile, della mano di Massimiliano che stringe quella del generale che lo aveva sostenuto.
Anche Massimiliano affronta onorevolmente la morte, ma la scena è freddamente analitica, così come i colori del quadro, a ricordarci che la lotta politica ha le sue regole e non deve abbandonarsi alla passione.
Ma anche in questo caso è l’idea di nazione che trionfa: i messicani. anche se sostenuti dagli Stati Uniti, sono pur sempre dei patrioti che cacciano lo straniero.
Due straordinarie opere d’arte e, infine, una paradossale fortuna per noi, che tanto tragici eventi le abbiano ispirate.

About The Author

Leave a Reply

Your email address will not be published.