Con Giorgio Faletti l’Italia perde troppo presto quel talento puro capace di portare l’arte dentro ogni cosa, in tutto il mondo.

Sono un giocatore. Non sono mai immobile. Non mi ripeto. Investigo, corro, rischio, sperimento. Vorrei che la gente sapesse che in tutti questi anni non mi sono mai fermato. Continuo a cercare strade nuove.
Giorgio Faletti, 2013

Ha fatto tutto quello che un artista può desiderare nella vita, ma l’ha fatto proprio bene:con amore, con passione e, su tutto, con un enorme, generoso talento.

Giorgio Faletti aveva tanti talenti, e per i soliti invidiosi era anche troppo per risultare credibile:autore e interprete di cabaret dalla fucina del Derby di Milano al Drive In, attore, paroliere, cantante e “musicale” più che musicista – così come lo definiva l’amico Branduardi – scrittore di immenso successo internazionale, pittore per caso ma con un ottimo senso della composizione e del colore.

E proprio perché grande istrione, Giorgio Faletti lo ricorderemo sempre sia nei panni del grottesco vigilante Vito Catozzo di Drive In, sia in quelli dello scrittore italiano più venduto nel mondo.

Era bravo a scrivere fin da bambino, e anche i suoi pezzi per il Drive In erano in fondo delle piccole sceneggiature. Anni dopo sentì un’insoddisfazione crescente, c’erano cose che non voleva più fare e cominciò a scrivere dei racconti brevi, perché convinto di non esser dotato della necessaria autodisciplina dello scrittore, quella che garantisce di riuscire a scrivere un romanzo completo:sottopose i suoi racconti all’attenzione di un amico scrittore, che lo spronò a proseguire.

Ma quando presentò i suoi racconti perché venissero pubblicati, molti editori gli risero in faccia, per quel pregiudizio duro a morire che vuole un comico incapace di fare altrettanto bene in altri campi, come se far ridere non fosse già una delle cose più difficili in cui riuscire. Ma Giorgio Faletti non si arrese, e l’editore che lo apprezzò gli suggerì però di non uscire con dei racconti come opera prima, ma di cimentarsi invece con un romanzo vero e proprio.
Faletti lo scrisse, e si ripresentò all’editore con quel romanzo che era “Io uccido”, pubblicato nel 2002, che vendette più di quattro milioni di copie.

A causa dei pregiudizi nei confronti di un comico che aveva precedentemente dato alle stampe solo un libro– Porco il mondo che ciò sotto i piedi – un diario del suo personaggio televisivo più noto,  Faletti aveva anche contemplato l’idea di uscire con uno pseudonimo,  perché temeva di non essere preso in considerazione come scrittore di un thriller.

Molte male lingue nostrane sostennero, e ancora lo fanno, che i suoi libri non fossero propriamente farina del suo sacco. Faletti fece notare che una persona che ha sempre lavorato con la creatività poteva anche scrivere libri da sé, giustamente. E del resto, quella cosa chiamata “tempo comico” che non s’impara e non si studia poiché qualità innata, gli è stata congeniale anche per instillare nei suoi lettori quella suspense efficacissima sulla quale, scrittori ben più navigati di lui, da Stephen King a Michael Crichton, hanno costruito la loro fortuna. Anche i libri di Faletti, molto più anglosassoni che italiani nello stile narrativo, sono di quelli che si leggono d’un fiato, perché catturano la curiosità del lettore fin dalle prime righe.

Se da un lato i nostri intellettuali snob e superficiali non vollero scommettere su di lui, forse perché abilissimi nel disconoscere gli altrui talenti e nel farsene scappare molti, la consacrazione definitiva del Giorgio Faletti scrittore gli venne da un collega e suo coscritto, il grande romanziere americano Jeffery Deaver, autore del successo internazionale de “Il collezionista di ossa” e maestro del genere thriller: lo definì “larger than life”, uno che sarebbe divenuto leggenda.

Come creativo, Faletti diceva di dover sempre cercare nuovi modi per gasarsi, delle nuove motivazioni, anche solo dei tramiti infantili per darsi nuova carica, come comprarsi ogni tanto un computer nuovo, anche se lui lo usava come fosse una sofisticata macchina da scrivere.
Sullo stato della nostra cultura in Italia, Giorgio Faletti la pensava così:

Credo che un maggiore investimento nella cultura, ma la cultura quella vera, non determinate spocchie pseudo intellettuali che non portano da nessuna parte – parlo della ricerca, lo sviluppo, l’avvicinamento dei giovani a determinate situazioni che possano diventare anche successivamente un fatto commerciale, possa essere veramente…deve essere un grosso investimento. Io credo che il futuro sta anche e soprattutto proprio in questo, per evitare che i ragazzi che noi abbiamo in Italia, che sono delle menti, che sono dei cervelli con potenziali enormi, siano costretti ad andare all’estero perché qua non trovano sbocchi.

Sapeva che il talento finisce per prosciugarsi, soprattutto nel difficilissimo compito di suscitare la risata nel pubblico, ma non smise mai di cercare, da artista puro, la sperimentazione in altri campi, anche perché non riusciva a star seduto sugli allori di ciò che era stato.

Quando dovette stare immobile per un incidente, decise d’imparare a suonare la chitarra e quello che è venuto dopo, dal successo sanremese in poi, sono state le collaborazioni con Angelo Branduardi, Milva e Mina.

Inizia a dipingere per caso, in occasione di una mostra di beneficenza, dove erano esposti i lavori artistici di quei personaggi dello spettacolo che amano dilettarsi anche nella pittura, come Jovanotti, Tiziano Ferro o Carmen Consoli.
Il suo amico assessore Massimo Cotto gli chiese un quadro e Faletti si trovò spiazzato perché non aveva mai dipinto prima di allora. Incuriosito come sempre, andò a comprare tele e colori e cominciò a dipingere. Finì per appassionarsi e proseguì anche in questa avventura, dimostrando di avere un certo talento anche in pittura. Arriveranno le mostre e i consensi della critica ma lui ci scherzava su, in qualche modo. Diceva di essere al corrente della pericolosa tendenza dell’artista ad esser celebrato post mortem. Al consenso di critica non seguì mai un vero e proprio successo di pubblico in termini di vendite, nonostante le mostre. Sosteneva di aver venduto pochi quadri e di aver a volte difficoltà persino a volerli regalare. Anche se si chiamava Giorgio Faletti. A chi manifesta troppi talenti, i suoi contemporanei non la perdonano mai.

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Sandro Serradifalco
Editore, critico e saggista
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Muove i primi passi nel mondo dell'arte nella doppia veste di pittore e gallerista: l’esperienza vissuta all’interno dei meccanismi di entrambe le barricate gli permette di occuparsi con rara sensibilità dell’immagine degli artisti, attraverso la creazione di eventi di importante caratura nazionale ed estera.