Vi sono artisti che una parte della critica predominante nel secolo scorso ha trascurato, quando non aspramente criticato, perché al di fuori dei canali ufficiali dell’arte e di quei più noti movimenti che la storia dell’arte ha consegnato alla nostra memoria. Gianni Maimeri appartiene a questa schiera di personalità rimaste nell’ombra e, fortunatamente, negli ultimi anni riscoperte e rivalutate.

«La disinvoltura davanti alla realtà è accademia, davanti al sogno è espressione»

Gianni Maimeri nacque nel 1884 a Varano, in provincia di Varese, in una famiglia della buona borghesia milanese. La sua attività artistica, eccezionalmente prolifica e interrotta soltanto dalla morte, nel 1951, prese le mosse dalla necessità, avvertita sin dalla giovane età, di dedicarsi all’arte, «la sola finalità della vita». Dagli esordi Gianni Maimeri si mosse in una sorta di consapevole isolamento, rifiutando di essere incasellato in un’etichetta artistica. Se infatti, dopo la licenza liceale, fu per breve tempo allievo di Vincenzo Rinaldo e Giuseppe Vizzotto Alberti a Venezia, in seguito preferì allontanarsi dall’Accademia – dove a suo parere si imparava a disegnare ma non a dipingere – e seguire un percorso di singolare autonomia, scegliendo come maestri e mentori Leonardo Bazzaro e, soprattutto, Emilio Gola. Maimeri si inseriva così nella tradizione del Naturalismo lombardo di fine Ottocento, pur senza rimanerne rigidamente arginato; del resto, come amava ribadire, «di tendenze ne ho seguita solo una: la mia».

Critica all’Accademia, dunque, rinuncia all’idea della supremazia della forma, all’arte come riproduzione del reale, ma anche all’“apparente” rivoluzione dell’Impressionismo: questi aspetti raccontano un pittore profondamente conscio del proprio tempo e della generale ricerca di rinnovamento delle arti figurative.
Ma, nel contempo, Gianni Maimeri prendeva le distanze anche dalle contemporanee Avanguardie, da quegli “ismi” che sentiva lontani dalla sua, del tutto personale, poetica della realtà.
Così ad esempio il Futurismo è definito “una malattia diffusa” della modernità e l’artista futurista «un pigro, un ignorante e un commediante», in un mondo artistico «pieno di pittori filosofi, di simbolisti, di artisti psicologi, di artisti che vogliono dipingere o scolpire le idee, che vogliono stilizzare, spiritualizzare».

Proprio questo radicamento di Gianni Maimeri alla tradizione figurativa e all’idea di un’arte come rappresentazione della realtà filtrata però attraverso il sentimento non permisero il pieno riconoscimento da parte della critica dell’originalità e qualità della sua produzione artistica, letta limitatamente come nostalgico prolungamento della pittura di tardo Ottocento.

Eppure le opere di Gianni Maimeri furono esposte – e apprezzate – in numerose mostre collettive e personali, a cominciare dalla prima esposizione alla Galleria Geri di Milano, nel 1918.

«Un’opera d’arte senza soggetto non ci può essere»

Maimeri dipinse moltissimo, muovendosi in un’ampia varietà di soggetti e in un arco di tempo che abbraccia tutta la prima metà del Novecento.

Fu innanzitutto un abile ritrattista, come ci ricordano i teneri ma intensi ritratti della madre e dei fratelli, della moglie Anna Dossena e dei figli Leone e Zoe, e soprattutto la serie dedicata ai musicisti, realizzata tra il 1911 e il 1946. Questi disegni a carboncino e matita, testimonianza della duratura passione di Maimeri per la musica, ritraggono dal vero Toscanini, Busoni, Mascagni, Stravinsky, Prokofiev e altri illustri concertisti e direttori d’orchestra, colti in espressioni e gesti emblematici di grande forza, seppure solamente accennati.

Sin dagli esordi Maimeri dedicò una particolare attenzione anche al paesaggio, privilegiando gli ariosi scenari della Lombardia e i dintorni milanesi: i notturni della Milano dei caffè e dei concerti, come nella grande tela del Tabarin del 1914, le grotte di Cunardo, la villa e i giardini di Porto Valtravaglia, gli scorci della Barona e della roggia Carlesca.

Tema prediletto di Gianni Maimeri furono proprio i Navigli, talvolta abitati da operose lavandaie, più spesso ritratti nella luce tremolante dell’alba e del tramonto.

A loro è dedicata, nel 1929, una serie di trenta dipinti, prova della strenua battaglia che Maimeri condusse contro la copertura della cerchia interna dei Navigli e prezioso ricordo di luoghi ormai scomparsi per sempre.

Quasi nell’affanno di non perderne nemmeno uno scorcio, giunse addirittura a ideare un curioso sistema per dipingere, seduto su una tavola di legno sospesa sulle acque dei canali.

Per Gianni Maimeri anche le cose più minute e apparentemente insignificanti potevano racchiudere una particolare poesia. Come si legge nelle sue carte, «la tendenza mia deve essere verso le cose comuni. Capire una cosa comune è più difficile che capire una cosa non comune. Vista coi miei occhi diventa bellissima».
Così tra le sue opere troviamo numerose nature morte, che vedono come protagonisti soprattutto i fiori: mazzi di ortensie e mimose disposti in grandi vasi di vetro, una rosa recisa, composizioni di fiori di campo, tutti resi con pastose pennellate dense di colore.
I dipinti e i disegni di Gianni Maimeri raccontano, come un libro che non ha bisogno di parole, l’esistenza di un uomo che ha vissuto in primo luogo come pittore, affidando al pennello il ricordo e il sentimento delle persone che ha amato, dei luoghi cui era legato, dei piccoli oggetti anche quotidiani che lo hanno incantato.

«Il colore mi ossessionava»

Il fascino della figura di Gianni Maimeri risiede tuttavia in qualcosa di più, in una personalità sfaccettata e dai molteplici interessi. Riflessivo ma nel contempo pragmatico, assiduo lettore dei classici italiani e anche di testi di carattere tecnico, sociale e di scienze naturali, aveva ricevuto una formazione scientifica e umanistica insieme. All’attività di pittore affiancava anche notevoli capacità imprenditoriali, che nel 1923 lo portarono a fondare alle porte di Milano, insieme al fratello Carlo, chimico industriale, l’omonima azienda di colori per le Belle Arti, ancora oggi attiva e nota a livello internazionale.

Più volte per Maimeri si è parlato di “sentimento del colore”: così, ad esempio, in occasione della mostra antologica organizzata al Museo dell’Accademia Russa di Belle Arti di San Pietroburgo e al Museo “Tsaritsyno” di Mosca nell’autunno-inverno 2011-2012. Il colore, infatti, che insieme al sentimento rappresentò sempre un elemento centrale per Gianni Maimeri, non soltanto fu protagonista della sua attività artistica e imprenditoriale, ma divenne anche oggetto privilegiato di profonde riflessioni, questa volta affidate alla penna.
Oltre a un diario, scritto tra il 1903 e il 1917, che raccoglie i “consigli a se stesso” e i suoi pensieri più spontanei e vivaci sull’arte, a Gianni Maimeri si deve un’interessante “Trattazione di uno studio sul colore”, scritta nei primi anni Trenta del secolo scorso e ancora inedita, incentrata sul ruolo giocato dal colore nell’elaborazione pittorica e nella teoria della pittura. Di carattere pratico è invece il “Trattato della pittura”, composto tra gli anni Trenta e Quaranta e anch’esso mai dato alle stampe dal suo autore.
Ponendosi sulla scia di alcuni dei protagonisti della letteratura tecnico-artistica precedente, quali Cennini, Lomazzo, Mérimée, di cui era assiduo lettore, e allineandosi alla produzione di manuali di taglio divulgativo tipica di quegli anni, indirizzati a pittori professionisti e dilettanti, Maimeri si sofferma sulle principali tecniche pittoriche – con particolare attenzione alla pittura a olio e a tempera grassa – e sui pigmenti, attingendo alla propria esperienza di pittore e di imprenditore nell’ambito delle Belle Arti.
Negli ultimi anni la pubblicazione di parte di questi scritti, insieme all’organizzazione di esposizioni e altre attività perseguite con determinazione dalla Fondazione a lui dedicata, paiono aver restituito a Gianni Maimeri quel giusto riconoscimento tanto auspicato da Raffaele De Grada, che per primo ne curò la monografia nel 1991.

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