Malgrado l’Italia in questo momento sembri a tutti gli effetti un paese in balia di un terribile buio istituzionale e produttivo, un nutrito gruppo di fotografi italiani riesce a trovare consensi e luce a livello internazionale. Il fertile terreno fotografico pare infatti l’arma di riscatto di giovani (e meno giovani) leve che con una certa regolarità si impongono ormai nel World Press Photo (fotogiornalismo) nel BBC Wildlife Photographer (naturalistica) o negli International Photography Awards, dove vengono consacrati – oltre agli altri – gli autori di fine art.

In questa sezione, e nel gruppo di coloro che meritano ora una particolare attenzione è bene segnalare il nome di Gabriele Croppi, un quarantenne nativo di Domodossola, docente presso l’Istituto Italiano di Fotografia a Milano, ed esponente di punta della nuova generazione di fotografi italiani. Gabriele Croppi inizia il suo percorso come fotografo di reportage. In realtà, amante dell’espressione artistica in senso lato – è appassionato lettore di romanzi e poesie, pittore dilettante, amante del cinema d’autore – rimane sin dagli esordi coinvolto da una forte ricerca estetica che diventa il fil rouge della sua produzione tutta.

Sarebbe sbagliato affermare che la ricerca del vero venga gradualmente accantonata a favore della ricerca del bello ma è corretto sostenere che l’essenza delle cose viene percepita dall’occhio scrutatore di Gabriele Croppi attraverso una prospettiva estetizzante, visionaria e perciò indicativa di un percorso straordinariamente individuale.

A tratti, si potrebbe anche dire isolato. In altre parole, sembra che col tempo Gabriele Croppi porti a maturazione la sua identità di artista più che quella di documentarista, anche se quest’ultima rimane palpabile nelle sue opere. E l’influenza – la contaminazione, come la definisce Gabriele stesso – dalle altre arti diventa uno tra i privilegiati strumenti di indagine che il giovane artista usa al fine di donare dinamica e spessore al proprio lavoro.

Fughe, omaggio al poeta Pessoa nei confronti del quale Gabriele Croppi mostra un’autentica venerazione, è una tra le sue prime opere che testimonia chiaramente come la verità debba essere ricercata attraverso un’intensa capacità visionaria e nella quale emergono in modo lampante alcuni dei tratti salienti dell’arte del fotografo di qui a venire: un uso sapiente del bianco e nero giocato su intrecci di luci e ombre, la centralità dell’elemento metropolitano, la fusione – o commistione, amalgama, sovrapposizione – tra il fattore urbano e l’uomo.

Metafisica del Paesaggio Urbano

Tutto ciò viene filtrato attraverso un linguaggio di profonda consistenza poetica che ci rimanda all’autore portoghese, le cui poesie paiono illustrate dagli scatti del fotografo italiano. Tuttavia il lavoro che proietta l’opera di Croppi nel panorama artistico contemporaneo è quello che segue Fughe: Metafisica del Paesaggio Urbano porta, a partire dal 2009, a definitiva maturazione la sua visione artistica e gli vale contemporaneamente una serie di importanti riconoscimenti sulla piazza internazionale. Per ben due volte – nel 2012 e nel 2013 – Gabriele Croppi viene premiato come miglior autore nella sezione architettura e lifestyle agli I.P.A., gli International Photography Awards di Los Angeles. Inoltre nel 2013, il suo annus mirabilis, bissa il successo californiano con il Golden Camera Awards. Metafisica è un lavoro articolato, polisemico e complesso nella sua pur apparente linearità formale. L’interazione tra uomo e architettura metropolitana occupa una posizione centrale in un bianco e nero costruito sui contrasti tra una calda luce intensa, radente, tagliente, che dona vita a ciò che illumina e la profonda oscurità – tenebra? – di lunghi spazi ricchi di vuoto e silenzio.

Se immancabilmente la figura umana viene ritratta investita dal fascio di luce, l’opera architettonica presenta invece giochi di luce e ombra che ne celebrano i volumi. A livello di proporzioni l’elemento urbano – che molto spesso mostra strutture architettoniche iconiche e facilmente riconoscibili – sovrasta quello umano ma la relazione tra i due non va letta in un rapporto matematico di proporzioni poiché essa appare molto armonica nelle immagini. La metafisica trascende la mera apparenza. Invero, si potrebbe sostenere che di sovente i personaggi di Metafisica dimostrano una totale indifferenza nei confronti della struttura architettonica che li include, non perché insensibili al cospetto della bellezza ma perché troppo concentrati ad occuparsi di inezie, se non proprio del nulla: in molte immagini infatti li troviamo occupati a meditare e ad oziare, un’attività che loro mostrano nella loro serena staticità. Non sono tuttavia percepiti come esseri passivi, ma come personaggi dotati di un equilibrio proprio e di una pulizia mentale che è specchio della purezza dell’ambiente loro circostante. In questa prospettiva, seppur spesso ritratti di piccole dimensioni, emerge la loro grandezza: la loro azione mentale/inazione fisica arresta il tempo intorno a loro e congela un attimo lungo un’eternità. E a questo modo Gabriele Croppi sembra talora seguire un percorso parallelo all’opera di Giorgio de Chirico, specie Piazza d’Italia, dove l’interazione tra uomo e architettura è significante e significato e il contrasto tra luce e ombra accentuato. La ricorrenza del cavallo e la struttura architettonica ad archi nelle immagini di Gabriele Croppi sembrano ulteriori elementi che ci riconducono al pittore italiano, fondatore dell’arte metafisica.

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