Quando un’occasione particolare diventa quasi pretesto per visitare una città, mi piace che quella città sia Roma. L’occasione speciale è la nascita del figlio di una delle più care tra le amiche, trasferitasi da Milano per completare il nucleo famigliare con il padre del suo bambino. Madre con distratta determinazione, figlio per caso voluto fermamente, Giovanni è il prodotto perfetto del peggior incubo genetico di certe teorie nord-separatiste: bergamasca la mamma e nisseno il padre, come se si potessero mettere insieme polenta e pasta con le sarde. Sì, si può, è l’incontro possibile tra casualità e fortissima volontà.

Due mostre importanti hanno attratto la mia attenzione durante il soggiorno in città: Frida Kahlo alle Scuderie del Quirinale e Michelangelo Buonarroti ai Musei Capitolini, due artisti molto distanti ma accomunati da un viscerale legame col proprio lavoro e da un’urgenza espressiva che travalica e travolge ogni ostacolo. L’unico dubbio è quale delle due mostre visitare per prima. L’esposizione delle opere di Frida Kahlo è aperta al pubblico anche al lunedì sino alle otto di sera mentre la mostra sul maestro del Rinascimento rispetta la tradizionale giornata di riposo della maggior parte delle istituzioni museali e riapre il martedì; essendo io arrivata la domenica sera e dovendo ripartire il martedì, mi trovo di fronte a una scelta obbligata. Michelangelo per questa volta può attendere.

Roma è bella e rovente, già invasa dai turisti, se esiste un periodo dell’anno in cui ne sia priva, sfolgorante e insopportabile; il ventre molle e confortevole del centro della città attrae un passo dopo l’altro, luoghi ben noti si alternano a vicoli freschi d’ombra e sconosciuti. Nel tardo pomeriggio varco con inaspettata facilità la soglia delle Scuderie, nessuna coda, nemmeno in biglietteria. Salgo con cautela le basse e scivolose scale di marmo, concepite per zoccoli equini, che introducono alla prima sezione della mostra.

All’ingresso un autoritratto dell’artista fa gli onori di casa, una tela dei primi anni Quaranta che è sintesi perfetta del mondo di Frida Kahlo: la tradizione dei pueblos messicani nel velo intorno al viso decorato da un serto di fiori, la natura precolombiana e rigogliosa, da cui si allungano sottili radici nere che intessono una ragnatela con i fili bianchi irradiati dal copricapo. Un ritratto di Diego Rivera come un tatuaggio sulla fronte, solidamente poggiato sulle celebri sopracciglia contigue, è il chiodo fisso nella mente, è l’amore di una breve e difficile esistenza, una vita da romanzo che in tempi recenti ha alimentato letteratura e cinema, ha ispirato artisti e persone comuni.

Frida Khalo è una piccola donna scura, non si direbbe che per parte di padre sia di origine tedesca, è più messicana del Messico; con la sua continua ricerca etnografica, ridà vita ai colori, ai tessuti e alle usanze che nei secoli hanno portato a un sincretismo culturale e religioso tra le tradizioni dei colonizzatori spagnoli e delle preesistenti antiche civiltà; riferimenti cattolici e divinità azteche, trovano spazio in molti dei suoi dipinti, come elementi decorativi dei ritratti o allegorie di eventi personali.

Il corpo, il suo punto debole, è dominato da uno spirito potente; quando in giovane età rimane vittima di un terribile incidente che le strazia il corpo e minerà per sempre il suo stato di salute, già in parte compromesso da una poliomielite infantile che l’aveva resa claudicante, è immobile, costretta a letto per un lungo periodo. Attendere che tutti i suoi sentimenti e la sua tensione all’azione marciscano, compressi come sono sotto i rigidi strati di gesso che le avvolgono il corpo dal petto alle caviglie o lasciarli liberi di uscire dando loro una forma e un contenitore? Inizia a dipingere.

Dal corpo, bozzolo fragile, esce la farfalla artista Frida Kahlo, ed è una nascita che ha le caratteristiche sovrannaturali del mito. Frida Kahlo dipinge Frida Kahlo, perché la sua immagine riflessa dallo specchio è inizialmente, l’unica modella che posi per lei senza sosta e senza mai abbandonarla ma intessendo anzi un fitto dialogo fatto di sincerità e complicità. Lo sguardo in tutti gli autoritratti, dai primi lavori giovanili agli ultimi dolorosi dipinti, è sempre identico: fermo, obliquo ma non ambiguo, forse enigmatico: è lo sguardo consapevole di chi sa di muoversi con sofferenza e disagio eppure non vuole cedere all’immobilità.

I curatori della mostra hanno scelto di affiancare alle opere di Frida Kahlo le tele di artisti suoi contemporanei che ne influenzarono lo stile e la composizione; il primo personaggio non poteva che essere Rivera, suo maestro prima che amante e marito, costante punto di riferimento e termine di paragone, interlocutore privilegiato nelle discussioni di carattere socio-politico, entrambi erano attivisti comunisti, o nelle disquisizioni di ambito culturale.

Pittura monumentale e celebrativa quella di Diego, intimista e autoreferenziale quella di Frida Kahlo, lui predilige come superficie pittorica metri quadri di edifici pubblici, lei tele di piccola dimensione, due modi di dipingere che sembrano rispecchiare la fisicità e l’indole degli autori. Osservando i rispettivi ritratti di Natasha Gelman, viene da pensare che il debito nei confronti del marito sia più di carattere privato che artistico: nell’opera di Rivera la signora è ritratta a figura intera, languidamente adagiata sul divano occupa tutta la diagonale del quadro, una Rita Hayworth immersa tra le calle. Frida Kahlo opta invece per un primo piano stretto, la modella non sorride, le labbra carnose sono solo leggermente increspate su un lato, fissa l’osservatore con occhi liquidi e vagamente ammiccanti. Rivera ha avuto sicuramente il merito di aver incoraggiato Frida Kahlo all’inizio della sua carriera a dipingere a modo suo, consigliandola senza condizionarla, comprendendo meglio l’artista che la donna.

Alla fine degli anni Trenta Andrè Breton arrivò a Città del Messico e fu talmente colpito dalle opere di Frida Kahlo da organizzarle una personale a Parigi, ritrovando nei suoi quadri la chiave latino americana della corrente surrealista di cui era fautore e anima; certo Frida Kahlo conosceva e aveva tratto giovamento dai lavori degli artisti espressionisti e dai surrealisti. Impossibile non cogliere analogie tra le farfalle, gli uccelli e la collana di spine di Winged domino di Roland Penrose e l’Autoritratto con collana di spine e colibrì, eppure è tanto più vera la pittura di Frida Kahlo, anche quando riproduce scenari apocalittici ed esseri inesistenti, che pare li si possa incontrare svoltato l’angolo e che non siano prodotti della mente, vi è una tale impronta personale e culturale da renderla sfuggente alla catalogazione.

Diceva di dipingere ciò che vedeva e non ciò che sognava, dipinse fino agli ultimi giorni di vita, l’ultima opera ovviamente è un autoritratto, dentro a un girasole; un piccolo rettangolo di colore, toccante e ostinato, sembrano i primi tentativi di un bimbo col pennello in mano; il corpo nemico sta vincendo, stringe il patto con la morte ma la volontà non si rassegna e costringe un’ultima volta il pennello a tracciare le linee nette e scure delle sopracciglia. È inequivocabilmente Frida, piccola e tenace come un colibrì.

L’Autoritratto dentro a un girasole è anche l’ultima opera in mostra, scendo le scale esterne delle Scuderie, sono le otto di sera. La luce è dorata e il sole si prepara a tramontare, la vista di Roma da lassù non è facile da descrivere, è come se una brillante sfera di bellezza si fosse sciolta e fosse colata in ogni direzione ribollendo nelle cupole delle chiese barocche. Me ne vado con la sensazione di aver ritrovato qualcosa che avevo dimenticato di possedere e ne sono piacevolmente sorpresa.

About The Author

Diana Orini
Giornalista

Nata nella bassa bergamasca, nell'anno '78 del secolo sbagliato, è laureata in storia dell'arte, e si occupa in varie forme di giornalismo, arte e comunicazione.