di Daniela Lubrano

Quasi istintivamente, data la lunga conoscenza che ci accomuna, descriverei Franco Nocera come un “gattopardo”, fatalista e fieramente legato alla Sicilia, terra immutabile, silente e severa come una madre. Ocra, blu, giallo limone, sono i colori che ricorrono nella sua opera, splendenti come i mosaici del Duomo della sua Monreale. Nocera è un grande interprete dell’arte sacra contemporanea, e costituisce un caso quasi unico in un ambito che oggi, solitamente, è più esplorato dagli architetti che dai pittori. Oltre ventennale è la sua docenza di Arte Sacra Contemporanea Sperimentale che ha svolto presso l’Accademia di Belle arti di Palermo.

A sera, 1987, olio su tela, cm 80x100

A sera, 1987, olio su tela, cm 80×100

Tra le opere che ha eseguito su committenza di esimi rappresentanti della Chiesa, come accadeva agli artisti del Rinascimento, e quindi in un caso più unico che raro di apertura dell’arte sacra a un artista contemporaneo non di tradizione, vanno citate le vetrate di San Tommaso e del Santuario di Tindari, e l’occhio absidale del Duomo di Patti.

Lo studio di Franco Nocera si trova tra i vicoli medievali di Monreale, scrigno prezioso che contiene il gioiello architettonico del Duomo: passeggiando con lui, una volta mi ha spiegato come il Duomo faccia parte dei suoi ricordi – vi rimase incredibilmente chiuso dentro quando era bambino – diventando, negli anni della formazione, la sua più importante scuola. Similmente è affascinato dagli umori e dai colori di Buenos Aires e di Cordoba.

E se Tomasi di Lampedusa sostava da Mazara, il famoso bar di Palermo, negli anni trascorsi in Argentina Nocera frequentava Caffè Tortoni a Buenos Aires, luogo caro a Borges, il poeta che gli è forse più affine; li accomuna la ricerca del significato più profondo dell’esistenza, là dove ogni cosa sembra stia per dirci il suo segreto.

Tutto questo fa ormai parte del suo bagaglio culturale ed esistenziale, e compare ancora oggi nelle sue opere. Ma nella sua cifra stilistica non c’è solo questo, c’è anche la Nuova Figurazione e l’Informale, tramite gli esempi magistrali di Ziveri, Guidi e Vedova, che grande parte hanno avuto nella sua formazione. Infine, nei motivi della sua ispirazione, appare inevitabilmente la poesia, quella scritta da Lucrezio, da Pablo Neruda, da Ezra Pound, da Fernando Pessoa.

Innumerevoli sono i loro volumi sparsi nel suo studio, aperti e annotati a margine di una citazione, spesso adagiati accanto al cavalletto. Nella sua pittura è forte e presente la dimensione della memoria e dell’archetipo, che in parte lo avvicina a Osvaldo Licini.

Ma Nocera afferma che un siciliano non può dipingere come un lombardo o un fiorentino: nella sua espressività c’è la luce e il colore della violenza emotiva, cifra che lo accomuna ai siciliani Fiume e Guttuso; ed ecco la sostanziale rottura dell’istmo “sacro contro profano”, all’insegna di un umano che è parte, secondo le parole dello stesso artista, dell’ineffabile bellezza del creato.

Pur profondamente religioso, Nocera non è quindi un dogmatico: e ce lo dicono le sue stesse parole: «Non c’è differenza tra sacro e profano: dipingere un atto d’amore o dipingere un movimento musicale non è altro che dipingere un moto dell’anima; dipingere due corpi che si amano è dipingere Adamo ed Eva e qualsiasi forma mi conduce sempre verso l’ineffabile.

Guai se esistesse questa frontiera, perché i corpi di una donna e di un uomo testimoniano comunque la presenza del divino. La mia concezione di vita mi ha portato a credere che tutto rimanda a Dio, il sacro è ovunque, e non c’è differenza tra il Suo creato e quello che creiamo noi con le nostre intelligenze profane.

Ho dipinto le più belle donne, i più bei corpi, ho dipinto i momenti dell’amore perché sono momenti di sublimazione». Nella forma che il caso e il vento danno alle nuvole, l’uomo è già intento a riconoscere figure, come insegna Calvino, ed ecco allora il crogiuolo di figure sensuali morbide, evanescenti, cangianti emergere dalla sua pittura, ci chiediamo: chi sono? Dove vanno? … e allo stesso tempo ne siamo rapiti, come accade contemplando le nuvole.

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