di Pier Paolo Piciucco

«Ho passato la vita a guardare negli occhi della gente: è l’unico luogo del corpo dove forse esiste ancora un’anima» diceva José Saramago, premio Nobel per la letteratura nel 1998. Chi vede le fotografie di Francesco Francaviglia, emergente fotografo siciliano, probabilmente troverà la dimostrazione pratica di questa affascinante teoria nelle sue opere che – nel corso di una seppur breve carriera artistica – gli sono valsi premi e consensi sempre maggiori.

Nato a Palermo nel 1982, trascorre l’adolescenza nella provincia del capoluogo, dove studia violoncello. Ovviamente, è anche a contatto con la realtà sociale del luogo e il fenomeno mafioso negli anni in cui il giovane Francesco apre gli occhi sul mondo in maniera responsabile ha un impatto fragoroso sul suo senso civico e sulla sua coscienza sociale.

è l’estate del 1992 quando la mafia esegue gli omicidi dei giudici Falcone e Borsellino, eventi che lasciano sgomenta l’opinione pubblica: all’epoca Francesco ha dieci anni, ma la traccia di quegli efferati episodi lascia un solco indelebile nell’animo del ragazzo che, una volta cresciuto e dedicatosi alla fotografia, decide a oltre vent’anni di distanza di raccontare una storia legata a quella Storia. Si tratta de Le donne del digiuno, un gruppo di signore siciliane (e non), che nei giorni dei funerali degli agenti della scorta del magistrato Borsellino scendono in piazza davanti al teatro Politeama a Palermo e iniziano uno sciopero della fame: hanno fame di giustizia, sostengono.

Ventidue anni dopo Francesco si mette sulle loro orme e le ritrae in un lavoro straordinariamente evocativo, in cui le espressioni dei volti – o sarebbe meglio dire, gli sguardi soltanto? – raccontano di una muta reazione alla brutalità mafiosa, per certi versi tuttavia rumorosa quanto lo scoppio di una bomba.

L’opera fa fulcro sulla memoria storica ma anche sul presente, si realizza come un accorato grido di giustizia ma anche come una ferma difesa dei valori del contegno, decoro, moralità, compostezza, dignità: si configura come un gesto di ribellione e, di fatto, anche di passione civile. La serie di ritratti di Francaviglia sono una rappresentazione dell’antimafia ma al tempo stesso una coraggiosa e suggestiva risposta politica coniugata al femminile. La selezione di tutti questi scatti – da cui è stato ricavato uno splendido volume edito da Postcart – vince il Portfolio Italia 2014 e il nome del fotografo inizia a circolare, le sue immagini fanno il giro d’Italia in diverse mostre.

A Le donne del digiuno fanno seguito altri lavori di denuncia sociale, strutturati come il precedente, su una serie di ritratti: di nuovo, non si raccontano tragedie o eventi ma si cercano le espressioni di chi è stato testimone di quelle tragedie.

Si tratta per lo più di primi piani, o al massimo di mezzi busti in cui l’occhio del fotografo torna sullo sguardo del soggetto. Caratterizzati, come spiega l’autore stesso, da «un linguaggio più semplice possibile», questi scatti scavano dentro i soggetti ritratti, ma anche dentro problematiche di enorme impatto sociale come l’immigrazione, la dignità, il senso di appartenenza, la giustizia sociale, il diritto all’asilo e alla cittadinanza, il dovere della solidarietà, le conseguenze della globalizzazione.

I volti nei ritratti appartenenti alla serie Volti invisibili, rivelano una duplice valenza nel raccontare storie personali di esuli in fuga dal proprio luogo di nascita ma anche storie collettive di percorsi di immigrazione del XXI secolo. In altre parole, culture e identità in cerca di asilo, oltre che persone in viaggio.

Meno drammatiche – ma non meno intense – sono le fotografie che Francaviglia colloca al centro di un lavoro dedicato a I poeti nel buio, in cui il fotografo adotta lo stesso linguaggio espressivo al fine di portare fuori dall’oscurità questi artisti. La tecnica fotografica di Francesco è apparentemente molto semplice: come racconta Letizia Battaglia, il fotografo arriva sulla scena con ombrelli, treppiede, un fondale nero e un «gentile sguardo scrutatore»». I suoi soggetti sono più volte seduti e talora in piedi: vengono ritratti con obiettivi luminosi (spesso) a tutta apertura, con una limitatissima profondità di campo. Come dire, una volta messo a fuoco gli occhi – oppure lo sguardo? – Francesco ha finito il suo lavoro. Tutto il resto, intorno a quei due occhi penetranti, espressivi ed eloquenti, rimane avvolto in un morbido sfocato.

E alla fine, bisogna ricordare il fondale nero dietro al soggetto che, seppur in secondo piano, costruisce l’ambiente idoneo al cui interno l’immagine assume di volta in volta significati propri: il lutto, la condanna, il silenzio, la tragedia, la rabbia, la ribellione e altri contenuti fanno da corollario all’immagine in primo piano.

A proposito de Le donne del digiuno, Francesco spiega: «I miei ritratti emergono dal nero, sono avvolti da quello stesso nero che avvolge, ancora oggi, la verità sulle stragi di cui gli italiani sono affamati». Pur se (apparentemente) semplici, le immagini di Francesco Francaviglia colpiscono. Per la loro semplicità, innanzitutto.

Colpiscono le espressioni delle donne del digiuno, tutte per la loro intensa capacità comunicativa ma nel gruppo si nota subito il ritratto di Giovanna Gioia, per via degli occhi chiusi, un segnale di dirompente potenza per un fotografo che offre una chiave di lettura proprio attraverso gli occhi del soggetto.

L’allusione – molto più che un grido di ribellione – diventa il fil rouge delle immagini di Francaviglia e un altro scatto che merita attenzione è quella di un migrante di (probabile) provenienza africana con una t-shirt di Superman. Lo scatto ritrae nella metà superiore il volto orgoglioso, quasi sprezzante, del giovane ragazzo di colore, mentre la metà inferiore azzarda un connubio paradossale con il mondo dei super eroi della DC Comics: il sud del mondo si colloca a nord dell’immagine, il nord del mondo a sud dell’immagine, giocando su una serie di palesi e stridenti contrasti così tanto tipici nel villaggio globale.

Francesco Francaviglia

Poche foto hanno saputo mischiare Africa e Occidente in maniera altrettanto contraddittoria. Di sicuro impatto anche le fotografie dei poeti, nelle quali Francaviglia inquadra i suoi soggetti in situazioni di luce sempre più fioca e che, probabilmente, gli offrono il pretesto per spingersi alla ricerca del limite estremo tra luce (fievole) e buio.

Lo scatto a Millo De Angelis forse segna l’ultima spiaggia, oltre la quale un fotografo non ha modo di spingersi. Chi vede le fotografie di Francesco Francaviglia potrebbe arrivare a credere – nel caso, scettico, respingesse questa credenza – che gli occhi sono davvero lo specchio dell’anima.

About The Author