Desidero fornire una precisazione a chi periodicamente ha la pazienza di leggere questo mio editoriale. Le cose in cui crediamo affronta in modo meditato problematiche che riguardano l’arte contemporanea, ovvero chi vive e lavora in funzione della salvaguardia dei valori culturali della pittura e della scultura. Ci sono prima di tutto  gli artisti, poi alcuni critici d’arte e una sparuta pattuglia di operatori di mercato, che sopravvivono a stento di fronte ai loro colleghi nazionali e internazionali. Questi ultimi sono abili venditori di prodotti d’alto costo e che durano poco sul mercato, rappresentando una sorta di status symbol per una borghesia che privilegia quotazioni da capogiro ai valori culturali della pittura e della scultura di tradizione, con i suoi imprescindibili punti di riferimento rappresentati dai musei d’arte antica e moderna. Ma come si sa, ogni periodo storico ha l’arte che si merita.

In Italia noi subiamo ancora le trovate di Piero Manzoni, di Gino De Dominicis, di Maurizio Cattelan e, per trovarci del tutto a nostro agio, ci specchiamo nei lavori di Michelangelo Pistoletto: sono gli eredi non dichiarati della cultura Dada e dell’Orinatoio di Duchamp; sono gli epigoni di un’avanguardia storica che è stata, negli anni fra le due guerre, inascoltata Cassandra della decadenza morale e culturale europea, di cui il nazismo è stato il più tragico segnale. In questo contesto, era ovvio che la morte del pittore Francesco Casorati, avvenuta a Torino poche settimane fa, all’età di 78 anni, passasse quasi sotto silenzio, ad eccezione dei quotidiani della sua città e delle televisioni locali.  Francesco Casorati ha un curriculum biografico, espositivo e bibliografico iniziato nel lontano 1954, e portato avanti sino a quando non gli si è spento il cuore. Per Francesco Casorati, fra le cose in cui credeva, c’era l’arte di raccontare il visibile attraverso una poetica immaginifica, ma di taglio geometrico, otticamente equilibrato e teso verso un’impossibile perfezione. La stessa tensione che apparteneva a suo padre Felice che, con la sua cultura espressiva classica, è stato uno tra i più grandi maestri italiani del Novecento. Francesco Casorati è cresciuto in una città dove ancora oggi si respirano i valori della libertà culturale, e non solo in arte. Al suo funerale si respirava un’atmosfera dolente.

Con lui è finita un’epoca: è stato insegnante all’Accademia Albertina e ha avuto allievi capaci, che a loro volta sono diventati insegnanti. L’insegnamento era una delle cose in cui credeva. Aveva subito la rivoluzione contenutistica, estetica e di mercato dell’Arte Povera, sorta a Torino negli anni Sessanta, e diffusasi a macchia d’olio dall’Europa agli Stati Uniti, senza avere a disposizione le necessarie armi e occasioni per la giusta difesa della sua poetica. Accadde a lui, come ad altri suoi colleghi legati all’arte della tavolozza, abbandonati da critici e da mercanti trasformati in chierici al servizio dei nuovi potenti che dominavano dal Castello di Rivoli, adibito alla definitiva ospitalità degli Igloo di Mario Merz, dei massi di pietra di Giovanni Anselmo, degli stracci con scultura di Michelangelo Pistoletto e delle stelle concettuali di Gilberto Zorio. Per anni Francesco Casorati si trovò fuori dal gioco espositivo di tutti gli spazi pubblici. Nel 1975 gli fu offerto, dall’allora Assessorato alla Cultura del Comune di Torino che voleva portare l’arte al popolo, di esporre nei tram fermi sui binari morti della periferia.

Con i suoi colleghi e amici Francesco Tabusso, Giacomo Soffiantino e Mauro Chessa, anche loro con una prestigiosa storia alle spalle, si sentì profondamente offeso. L’emarginazione è durata sino al novembre del 2000, quando gli fu finalmente dedicata un’antologica storica nella prestigiosa Sala Bolaffi. I visitatori furono più di cinquantamila, attirati dalla sua ricerca, dalla sua pittura fiabesca, poetica, così simile, a mio avviso, alle prosa sognante ma razionale di Italo Calvino. E per concludere, ne voglio ora parlare al presente perché la pittura di Francesco Casorati è già storia: prezioso a livello materico egli è pittore elegante, dedito a un intimistico immaginario aristocratico. Per salvare ogni giorno l’essenza dell’arte, deve essere vissuto come modello e punto di riferimento.

About The Author

Paolo Levi
Critico d’arte, giornalista, saggista

Ha scritto per le riviste Capital, Bell’Italia, Architectural Digest, Europeo, Mondo, e con quotidiani come Il Sole 24 Ore e  La Repubblica. Dal 1969 dirige, prima per la Giulio Bolaffi Editore e, in seguito, per la Giorgio Mondadori Il Catalogo Nazionale d’Arte Moderna. Dal 2010 è direttore della rivista Effetto Arte.

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