Non vorrei sbagliare la chiave di lettura, ma temo che il mio pessimismo non sia così fuori luogo. Lo scorso 19 giugno il Consiglio dei Ministri ha approvato un disegno di legge dove è prevista la possibilità di dare in affitto a musei stranieri opere d’arte antiche, a condizione però che non siano già esposte al pubblico qui in Italia. Tutto quello che per ora si sa è che se ne parla e se ne scrive solo per sentito dire. In verità, non c’è ancora il placet della Presidenza della Repubblica, necessario per poter fare cassa senza passare dal Ministero del Tesoro. Il Ministero per i Beni Culturali ed Ambientali, infatti, dovrebbe poter ricevere direttamente liquidità a favore di specifici interventi legati a restauri di opere, all’edilizia e alle iniziative di tutela dei siti d’arte.

Sono migliaia i grandi e i piccoli musei italiani da gestire e le spese sono enormi. Anche se nessuno conosce il disegno di legge, il dibattito è diventato appassionante. I contrari sono personaggi di levatura d’alta cattedra sacerdotale, agguerriti difensori dei nostri Beni Culturali, anche se non sanno leggere un bilancio. La loro posizione quanto mai rispettabile è questa: muoia Sansone con tutti i Filistei.  Per protagonisti di primo piano come gli storici Salvatore Settis e Tommaso Montanari,  il Museo con i suoi depositi, in quanto tale non si tocca: per esempio, mancano i soldi per la carta igienica nelle toilettes degli Uffizi di Firenze? Che i turisti giapponesi imparino a portarsela da casa! C’è un piccolo museo di storia naturale che non ha più possibilità di ottenere fondi statali? Chiudiamolo. Ma i pezzi d’arte non si toccano. La legge incriminata, che forse non vedrà mai la luce è, a livello di italica fantasia, struggente e nel contempo demente. Totò che tenta di vendere la Fontana di Trevi a un turista americano non è oggi così distante dalla realtà.

A livello squisitamente teorico, andremo a offrire a nazioni per ora non identificate la possibilità di prendere in affitto le composizioni dei maestri antichi minori che giacciono dimenticate in quelle specie di campi di concentramento per opere d’arte chiamati magazzini, che non vedono la luce da decenni. Si parla di 12.000 pezzi disponibili, in buona parte con attribuzioni provvisorie e in attesa di una legittima paternità. Peccato però che manchino i fondi per pagare gli studiosi in grado di fare le indagini necessarie. La vera pensata degli estensori del progetto ministeriale è che i singoli prestiti dovranno essere il più possibile onerosi per i musei stranieri che si metteranno in lista d’attesa per afferrare l’irrinunciabile occasione. Se no, dove finisce l’affare? Naturalmente i paesi aderenti alla questua dovranno dare adeguate garanzie per la  salvaguardia dei nostri tesori; il prestito verrà concesso solo  per un periodo non superiore ai dieci anni e non rinnovabile. Ma non sarà facile far comprendere ai potenziali affittuari che le opere non sono di maestri italiani primari, ma di maestri ignoti che non trovano compratori, se non a prezzi stracciati, nelle aste internazionali.  È una bella vergogna pensare di offrire dei sottoprodotti che, da noi, non oseremmo mai esporre, a musei del tutto dignitosi e desiderosi di esibire opere italiane storiche.

I nostri minori sono veramente minori, ed è anche per questo che se ne stanno immagazzinati nei dimenticatoi museali da decenni. E nemmeno mi pare credibile che ci siano musei sparsi per il mondo disposti a pagare cifre esose per farsi imprestare opere di epigoni di Raffaello, di Caravaggio, di Tiziano o del Tiepolo. Si potrebbe forse pensare a una legge più casereccia, che consenta di dare in affitto quelle opere a chi, in Italia, è alla ricerca spasmodica di eccitanti status symbol da esibire dopo cena agli amici. I quali amici sarebbero ignari di trovarsi di fronte a una segreta elemosina al nostro povero Stato, giunto anche lui alla frutta.

About The Author

Paolo Levi
Critico d’arte, giornalista, saggista

Ha scritto per le riviste Capital, Bell’Italia, Architectural Digest, Europeo, Mondo, e con quotidiani come Il Sole 24 Ore e  La Repubblica. Dal 1969 dirige, prima per la Giulio Bolaffi Editore e, in seguito, per la Giorgio Mondadori Il Catalogo Nazionale d’Arte Moderna. Dal 2010 è direttore della rivista Effetto Arte.

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