Quello che succede prima e dopo il film: l’arte dei titoli di testa, e coda, al cinema.

C’è stato un tempo in cui un pubblico medio entrava tranquillamente in una sala cinematografica a spettacolo iniziato. Ma c’è stato anche un tempo in cui un proiezionista medio apriva il sipario solo a spettacolo iniziato. Le parole che precedevano l’azione, venivano considerate così irrilevanti che i proiezionisti ne attendevano il passaggio completo prima di mostrare lo schermo.
Questo fino al 1955 pare, quando allegata ai rulli de “L’uomo dal braccio d’oro”, per la regia di Otto Preminger, arrivò nei cinema una nota: “Proiezionisti – aprite il sipario prima dei titoli”.

L’autore di quei titoli che Preminger ci teneva che vedessimo era Saul Bass, un designer pubblicitario.
Qualcosa era cambiato.

Quella cosa che succedeva prima del film, non era più solo un insieme di credits per tributare il giusto riconoscimento a chi aveva contribuito alla realizzazione, diventava un Ouverture, come e di più di quella di un’opera lirica. Più tardi nel 1958 un intreccio di figure di Lissajous e dettagli del viso di Kim Novak sono sì il preludio astratto e simbolico alla narrazione e al sotteso psicologico dell’opera di Hitchcock ma anche il presagio della nascita di una nuova arte, un’arte che paradossalmente precede e segue il cinema, che vive in simbiosi con il film ma che diventa meritevole di vita propria.

Dietro ai disegni spirografici di Bass c’è un pioniere dell’animazione computerizzata, John Whitney, che per realizzarli si servì della precisione di un vecchio computer militare in servizio durante la seconda guerra mondiale, l’M5, usato per mirare bersagli mobili con dei cannoni antiaereo. Il carico innovativo di questi semplici titoli di testa avrebbe potuto abbattere il film che li seguiva se questo non fosse stato del calibro di “Vertigo”. Da li in poi l’arte dei titoli di testa decolla.

La serie cinematografica sul James Bond di Fleming è un ottimo punto di osservazione per raccontarne l’ascesa.

Il primo protagonista è Maurice Binder, che nel 1962 realizza l’iconico punto di vista dall’interno della canna di pistola, la “Bond Barrel” il cui concept rimarrà inossidabile per i successivi 23 film.

I titoli di “Dr. No”, la prima apparizione sul grande schermo di 007, (il compito gli viene affidato dopo che si fa notare con il suo lavoro per “The grass is greener” di Stanley Donen), e quei colori accesi e quelle silhouette convincono da subito i produttori, è lo stile che Saltzman e Broccoli cercavano e sarà lo standard estetico con cui tutto il genere spy dovrà confrontarsi da quel momento.

Lo sostituisce per due volte Robert Brownjohn: la sua idea è proiettare le tipografie su di una danzatrice in “From russia with love” e vere e proprie parti del film sulla pelle dorata di Margaret Nolan, una delle coprotagoniste, in “Goldfinger”. Una soluzione che lo impegnerà non poco a livello tecnico.

Poi di nuovo Binder per altri 13 episodi, fra cui “Thunderball” (1965) dove troviamo ancora i colori saturi e dai forti contrasti, ma ancora gli effetti psichedelici, le silhouette ora nude, “Live and let die” (1973) dove usa il fuoco e il già sperimentato effetto acqua per le tipografie, “Octopussy” (1983) dove riprende in parte la tecnica di Brownjohn. La sequenza che apre “Licence to kill” è l’ultima e forse più tecnologicamente avanzata di Binder: nel 1989 l’avvento del digitale e le nuove possibilità dimostrano quanto le visioni di Binder fossero già avanti rispetto alla tempi.
In questi anni un altro genere comincia ad affermarsi, quello dei video musicali, dei quali non è difficile scorgere le radici nell’arte dei titoli di testa: sarà lo stesso Binder nel ’91 ad affermare che i suoi lavori sono evidentemente i precursori dei videoclip che accompagnano tuttora la musica pop.
Non è un caso che quando gli subentra, Daniel Kleinman è il più premiato regista di spot pubblicitari e ha già diretto più di cento video compreso quello della colonna sonora dello stesso “Licence to kill”.
Kleinman, forte della padronanza delle nuove tecniche di computer grafica, introduce tante piccole rivoluzioni seppur conservando lo stile originario: in “Goldeneye” aggiorna la “Bond barrel”, ne sottolinea l’inconfondibile identità, inoltre aggiunge la tridimensionalità alle silhouette usando intelligentemente le luci, e tutto ciò senza deludere i fan dei suoi predecessori.
Seguono “Tomorrow never dies”, “The world is not enough” e “Die another day” dove l’uso del digitale è massiccio: Kleinman però non si limita più ad una evocazione astratta dei temi e delle atmosfere del film, ma introduce degli elementi narrativi, e grazie ad una efficiente sintesi simbolica la trama viene quasi anticipata ermeticamente dalle immagini tridimensionali.

Con “Casino Royale” arriva un’altra rivoluzione, è il primo romanzo scritto da Fleming, e nel 1995 viene scelto per il reboot della serie. Kleiman sceglie di tradurre questa rinascita scuotendo e non rimescolando lo stile. Cambia infatti completamente registro senza smarrire l’eredità di chi lo ha preceduto e disegna una esplosione caleidoscopica, usando la grafica vettoriale, che ha come tema il casinò inteso come azzardo, rischio e destino: in fondo qui Bond non è ancora la fredda spia con il passato costellato di amanti perdute e tradimenti, non è ancora il letale agente con licenza di uccidere che convive con la costante presenza della morte attorno a se.
Non lo è ancora, ma lo diventerà.


Per l’episodio successivo, “Quantum of solace” il regista Marc Foster decide invece di affidare il lavoro allo studio MK12, assieme a cui aveva già lavorato con ottimi risultati per i suoi film precedenti “Stranger than fiction” e “The kite runner”. La sequenza che lo studio realizza è minimale, giocata principalmente sull’ambientazione desertica nel quale si muoverà 007 e ovviamente densa di riferimenti a Binder e Brownjohn.
Ad oggi la serie ha celebrato il suo cinquantenario, e ha visto il susseguirsi due generazioni di produttori, sei diversi attori protagonisti, undici registi e tre autori di titoli riuscendo a rimanere sempre fedele a se stessa e allo spirito, se non proprio alla filologia, del lavoro di Fleming.

A coronare questo percorso c’è “Skyfall”, diretto da Sam Mendes, la cui sequenza di apertura viene firmata ancora una volta da Kleinman: un concentrato di eleganza e di composizione digitale foto-realistica, meritatamente epica (complice anche la voce di Adele), che celebra superbamente non solo l’anniversario di James Bond, ma lo stato dell’arte in fatto di titoli di testa.
Quando si dice 50 anni e non sentirli.

About The Author