La stagione del 2012 del Teatro Massimo di Palermo si è aperta nella settimana tra il 22 e il 29 gennaio 2012 con un allestimento “coraggioso e visionario” de La Damnation de Faust – opera dal profondo spirito romantico di Hector Berlioz, su libretto redatto dallo stesso compositore con Almire Gandonniére e Gerard de Nerval, tratto dal Faust di Goethe – per una coproduzione del Teatro Massimo con l’English National Opera-ENO e la Vlaamse Opera.

Protagonisti del primo cast: Gianluca Terranova (Faust), Lucio Gallo (Méphistophélès), Anke Vondung (Marguerite), Enrico Iori (Brander); Orchestra, Coro e Coro di voci bianche del Teatro Massimo, direttore Roberto Abbado, maestri dei due cori Andrea Faidutti e Salvatore Punturo, regia di Terry Gilliam, scene di Hildegard Bechtler, movimenti coreografici di Leah Hausman, costumi di Katrina Lindsay, luci di Peter Mumford, video di Finn Ross e Jane Michemore.

Coraggioso e visionario  innanzitutto per la trasposizione operata dal regista Terry Gilliam, geniale autore cinematografico, le cui pellicole Le avventure del barone di Münchausen, La leggenda del re pescatore, L’esercito delle 12 scimmie, Paura e delirio a Las Vegas, sono pietre miliari di un impeto creativo fantasioso e provocatorio. Una trasposizione de La Damnation coraggiosa e visionaria altresì per l’impianto scenografico di Hildegard Bechtler, la cui esperienza trentennale nei maggiori teatri di Londra e d’Europa, principalmente sul grande repertorio dell’Ottocento e del Novecento, ha siglato la propensione verso concezioni geometriche pervasive e visioni feconde. Impianto coraggioso e visionario infine perché si è trattato di un radicale “trapianto”, che alla complessa partitura di Berlioz e al poema goethiano di riferimento ha iniettato una nuova e diversa sostanza drammaturgica.

La vicenda di Faust – sogno romantico o dramma dell’anima moderna? –  si dipana ora tra gli incubi della prima metà del Novecento (dalla Repubblica di Weimar al Nazismo alla Shoah): è l’ineluttabile discesa agli inferi del protagonista e dell’umanità intera, il trionfo del male, il fulcro tematico intorno al quale ruota la macchina teatrale messa in moto dal primo istante dalla “mefistofelica” coppia Terry Gilliam-Bechtler.

Se la scrittura musicale di Berlioz pone al fianco delle suddivisioni formali proprie dell’opera romantica scoperte anticipazioni dei linguaggi moderni, collocandosi in un certo senso in una dimensione atemporale, allo stesso modo si comporta la proiezione immaginifica di questa Damnation de Faust che dell’epoca romantica coglie le atmosfere Sturm und Drang per poi affiancarle alle tensioni tra fine e inizio secolo, allo scoppio della Prima guerra mondiale e all’avvento del nazismo.

Gli ambienti entro i quali si aprono le prime scene di questa “Légende dramatique in quattro parti e dieci quadri” riproducono il profondo senso di solitudine e smarrimento del protagonista, Faust, come una struggente Sehnsucht romantica nelle vesti di un novello poeta-scienziato: Faust solo, all’interno di una casa-cubo obliqua, dalla prospettiva sghemba e con le pareti ricoperte di calcoli matematici; Faust solo, nella foresta, in una dimensione crepuscolare che riecheggia i foschi dipinti di Caspar Friedrich o di Arnold Bocklin; Faust ancora solo, alla ronda dei contadini per la nomina della regina di maggio, in una sorta di Notte di Valpurga.

Le allusioni pittoriche si moltiplicano, con le incandescenze della Grande Guerra che evocano le scorribande demoniache di David Ryckaert, e con vivide rappresentazioni espressioniste che paiono uscire dai pennelli di Ludwig Kirchner, George Grosz e Otto Dix, nelle scene come nei costumi (uno, ad esempio, riprende fedelmente l’Anita Berber ritratta da Dix), fino alle dirette citazioni dei documentari di propaganda nazista degli anni Trenta. Le categorie estetiche a cui rimandano tali immagini, dal romanticismo all’espressionismo, diventano allegorie della caduta umana: la spiritualità romantica è destinata a tracimare nella creatività espressionista e a degenerare nell’ideologia nazista, una capitolazione vorticosa in cui è coinvolta l’Europa tutta, e dove lo stesso Faust si perderà indossando la divisa nazista, in realtà camicia di forza.

A un ricco simbolismo fanno da contesto immagini di forte impatto, come la scena dei grandi della terra che riuniti in consulto per decidere delle sorti del mondo e della guerra si spartiscono una grande torta, mentre Mefistofele, giullare o burattinaio nefasto in giacca rossa – e con una fisionomia espressionista confezionatagli ad hoc – li guarda deridendoli e sbeffeggiandoli. Sempre nella trasposizione temporale Margherita diventa una ragazza ebrea che si finge ariana, e che sarà giustiziata davanti alla folla sbigottita e forse tragicamente ubriaca. Fra anime dannate in perenne contorsione, Mefistofele elegge a proprio regno il “Pandemonium”, il circo grottesco di figure-giocattolo con cui si sollazza; strepitoso colpo di teatro la scena in cui arriva in sidecar, assieme a Faust, tra alberi scarni e sotto un cielo abitato da neri uccelli, che in una funesta metamorfosi diventano aerei della Luftwaffe. E mentre il dramma storico e metafisico culmina con la scena della deportazione, quello individuale si esprime in un’ultima scena agghiacciante: per Faust, appeso a testa in giù, inchiodato a una svastica, è l’apocalisse.

About The Author