Cornelius Gurlitt è morto all’età di 81 anni il 5 maggio 2014, dopo aver passato tutta la vita al servizio del suo tesoro d’arte, del valore di circa due bilioni di euro,

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tenuto nascosto per decenni in un modesto appartamento di Monaco e in parte in un’altra casa di Salisburgo. L’annuncio eclatante, da parte delle autorità tedesche, venne dato solo nel novembre 2013 ma “il più grande ritrovamento d’arte dell’era post-bellica”, come fu definito, avvenne nel 2012:fu così che il nome di Gurlitt, uomo schivo e misterioso, vissuto fino a quel momento come un fantasma, divenne noto in tutto il mondo. Il gossip su di lui occupò le prime pagine dei giornali per settimane, e del resto le quasi 1.500 opere ritrovate costituivano il famigerato “tesoro di Hitler” di cui la Storia ne ignorava per lo più l’esistenza.

Dal canto suo Gurlitt non ebbe mai un lavoro, nessun conto in banca e non era sull’elenco del telefono della città di Monaco. A parte qualche rara visita alla sorella, che viveva a Würzburg e che morì due anni fa, Cornelius ebbe sporadici contatti con il mondo esterno per circa cinquant’anni. Der Spiegel riportò che l’uomo non guardava la tv dal 1963 e che non fu mai innamorato, eccetto che della sua collezione.
Nella seconda casa di Salisburgo giacevano arrotolati soprattutto dipinti di arte europea risalenti al XIX secolo e ai primi del XX:un bel po’ di quella che i nazisti chiamavano Entartete Kunst, o arte degenerata, sottratta tra gli anni ’30 e i ‘40 ai musei e agli ebrei. Solo 200 delle opere ritrovate a Monaco pare fossero presenti sulla lista dell’Art Loss Register dei capolavori scomparsi. Ciò non significa che le altre 1.300 opere non siano capolavori, ma piuttosto che nessuno le abbia mai reclamate, magari qualche erede, perché semplicemente all’oscuro della loro esistenza.
Il noto avvocato Christopher Marinello, specializzato nel recupero di opere d’arte, ha commentato così la notizia del ritrovamento del tesoro di Hitler:

I legittimi proprietari di queste opere hanno il diritto di rientrarne in possesso per farne ciò che vogliono, fosse anche di venderle. Le loro famiglie sono state sterminate insieme alla loro cultura e la restituzione delle opere è comunque ben piccola ricompensa:non si tratta del valore economico anche se, persino oggi, certa stampa britannica sta strumentalizzando la vicenda secondo il vecchio adagio dell’ebreo ricco e avido che vuole guadagnare sempre di più. E le autorità tedesche sono restie a rilasciare dettagli delle opere finché non avranno verificato tutte le quotazioni. Ma non importa se un Picasso vale 20 milioni e un’opera di un artista sconosciuto vale solo 20 euro, il principio è lo stesso. Pare che la maggior parte delle tele ritrovate a Monaco non fossero quelle confiscate in Germania per venderle all’estero, reinvestire nei capolavori ariani del Vermeer, Rembrandt e simili ai fini di allestire il Führer Museum di Hitler, ma si tratta di opere sottratte agli ebrei francesi durante l’Occupazione e il collaborazionismo di Vichy. E, al di là dei corredi museali, regna una questione ben più complessa circa i dipinti delle collezioni private, passati di mano diverse volte nel mercato dell’arte sin dalla II Guerra Mondiale. L’Europa, non ultima la Germania, ha fatto passi da gigante nel venire a patti con gli strascichi del regime nazista, ma la restituzione delle opere d’arte confiscate o rubate è un aspetto recente del processo (la dichiarazione di Washington, n.d.r.) che cominciò solo a partire dalla fine degli anni ’90. Alla luce di tutto ciò, eventi come la mostra dell’arte degenerata del 1937 risultano dolorosamente vicini. Dal punto di vista dell’arte, dovrà passarne ancora di tempo prima che i fantasmi di metà Novecento riposino in pace. Le persone muoiono, la memoria svanisce, i documenti si perdono, e le autorità tedesche continuano a richiedere questo tipo di informazioni agli eredi:quando questi reclamano le loro opere, i musei chiedono le ricevute di pagamento. Ma quando stai scappando per mettere in salvo la vita tua e dei tuoi cari, l’ultima cosa alla quale penseresti sono proprio le ricevute dei quadri che hai comprato.

Ad onor di cronaca va però specificato che dopo il sequestro la procura aveva comunque deciso di lasciare il tesoro nelle mani di Gurlitt che, tutto sommato, aveva tentato nel corso della sua vita di rintracciare le provenienze dei “suoi” quadri.

ALCUNE DELLE OPERE RITROVATE

Fin qui i colpi di scena sembravano finiti quando è arrivata la sorpresa finale all’apertura del testamento di Gurlitt:l’uomo ha lasciato tutto il suo patrimonio al Kunstmuseum di Berna. Non sappiamo le ragioni di questo suo gesto, forse un’ultima ritorsione nei confronti dello Stato Tedesco, reo di aver odiato l’arte che lui amava. Resta certo che con il Kunstmuseum di Berna Gurlitt non ebbe mai rapporti, ed è capibile lo scetticismo del direttore del museo nei confronti di questa pesante e scomoda eredità. Perché si sospetta che almeno 450 opere siano quelle razziate dai nazisti e la questione morale resta in primo piano, ora più che mai. Ora la Fondazione del Kunstmuseum di Berna avrà sei mesi di tempo per decidere se accettare o meno il regalo inatteso, mentre la Germania fa sapere che non opporrà resistenza, anche se obtorto collo, alla cessione di un patrimonio così grande e per molti versi inedito.

Fu i il padre di Cornelius, Hildebrand, ad accumulare pezzo dopo pezzo l’abnorme collezione.
Sotto il nazismo, Hildebrand venne licenziato in tronco da due musei:a Zwickau, per aver intrapreso una politica ritenuta offensiva nei confronti dei sani principi del popolo tedesco attraverso l’esposizione di opere d’arte moderna, e ad Amburgo, in parte, per via della nonna di origine ebraica. Ma, successivamente, fu lo stesso Goebbels a selezionarlo di persona, tra pochi altri, col compito di vendere all’estero le opere d’arte moderna confiscate.

ENTARTETE KUNST:LAMOSTRA DELL’INFAMIA

Fu così che Hildebrand passò gli anni della guerra, tenendosi buoni i suoi capi nazisti mentre arricchiva se stesso, salvo poi mentire successivamente agli investigatori alleati, sostenendo che la sua collezione fosse andata distrutta sotto i bombardamenti di Dresda. Morì in un incidente d’auto nel 1956, mentre la moglie lo seguì 12 anni più tardi:il figlio Cornelius subentrò alla collezione, vendendo di tanto in tanto un dipinto giusto per stare a galla ma mantenendo la collezione come una sorta di sacramento. Suo padre, prima della morte, gli aveva lasciato una memoria scritta descrivendo la collezione “non come di mia proprietà, ma piuttosto come una sorta di feudo che mi è stato assegnato per amministrarlo”.

Cornelius seguì alla lettera l’indicazione paterna, fino a quando il suo atteggiamento nervoso sul treno che lo portava a Zurigo fece insospettire i doganieri bavaresi, che lo trovarono con 9000 euro in contanti durante un’ispezione mirata a bloccare l’esportazione di capitali verso conti correnti nascosti in Svizzera.

All’inizio del 2012, polizia, doganieri e funzionari delle tasse fecero irruzione nel suo appartamento di Monaco e passarono tre giorni a portar via opere di Picasso, Matisse, Otto Dix, Emil Nolde e Oskar Kokoschka, insieme ad artisti più lontani nel passato come Renoir, Courbet, Dürer e Canaletto, tutti custoditi in mezzo a pile di teglie sporche di avanzi di cibo e pacchetti di fettuccine.

A Gurlitt fu ordinato di sedersi e guardare. Dichiarò a Der Spiegel che assistere alla scena fu più doloroso della perdita dei suoi genitori e della sorella. Circa un anno dopo, quando i giornali e le tv scoprirono la sua storia, Cornelius era malato e come in lutto. Nel frattempo, nel periodo della sua custodia cautelare per evasione fiscale e prima della confisca della collezione, Gurlitt riuscì comunque a vendere uno dei pezzi più importanti attraverso un rispettabile mercante:si trattava del “Domatore di leoni” di Max Beckmann, venduto alla cifra di 840.000 euro.
Gurlitt dichiarò:

Tutto quello che desideravo era di vivere con i miei quadri.

Senza dubbio questo era desiderio anche dei legittimi proprietari dell’epoca, se solo non gli avessero portato via tutto. Però, nel marasma della follia di una guerra contro una razza, se Hildebrand Gurlitt non avesse conservato con cura questa collezione, senza disperderla, l’insieme di quadri si sarebbe tramutato in un bottino destinato alla distruzione e all’ingordigia, in una peregrinazione difficile da rintracciare e da restituire alla Storia.

QUADRI RUBATI DAI NAZISTI OLTRE LA DEGENERAZIONE

Nella vita autoreclusa di Gurlitt e nella sua cattura sul treno è impossibile non pensare alle fine fatta dalle tante famiglie scovate a nascondersi nelle soffitte o ai rifugiati che cercavano di scappare una volta smascherati sui treni, insieme ai loro documenti falsi.

Gurlitt era un uomo fuori dal suo tempo, immerso nella contemplazione di quell’arte che amava e custodiva gelosamente con perizia, mentre fuori, come oggi, le speculazioni di un mercato artistico sempre più drogato mercificavano o svendevano, a seconda dell’opportunità. I dipinti gli sono sopravvissuti, a ricordo della longevità dell’arte, anche quella che Hitler non poté sterminare– la grande cospirazione giudaico-bolscevica, così me lui la vedeva –il cui mordente ha guadagnato nuova linfa grazie alla storia di Gurlitt e della caccia alle streghe nazista.

Nazista sì, ma da un certo punto in poi, visto che fu uno dei fondatori del Romanticismo, Friedrich Schlegel ad utilizzare per primo il termine “degenerazione” per accusare l’involuzione poetica che trovò luogo nella tarda antichità. O il compositore Wagner che più tardi, nel 1850, attaccò gli ebrei e la loro influenza negativa sulla musica. Fu però il critico, sociologo e leader sionista ungherese, l’ebreo Max Nordau, a pubblicare nel 1892 l’opera Entartung – Degenerazione – in cui associò la degenerazione dell’arte a quella dell’artista, basandosi sulle tesi fisiognomiche del criminologo e antropologo Cesare Lombroso, anch’egli ebreo, di cui era un grande seguace ed amico.

La degenerazione somatica, atavica, e quindi risultato di un’involuzione genetica, Nordau la individuò anche in molti poeti, scrittori ed artisti del suo tempo, specialmente in quelli appartenenti ai movimenti del Simbolismo e dell’Impressionismo. I nazisti abbracciarono in seguito queste teorie e provvidero ad epurare i Musei dall’arte bollata come degenerata, il più delle volte per motivi di razza, credo politico e religioso, anche se l’Espressionismo fu la corrente più colpita di tutte.

Delle opere sequestrate, 650 finirono nella mostra itinerante Entartete Kunst – Arte Degenerata – del 1937:parte di queste vennero vendute in asta pubblica a Lucerna ma ben 5.000 furono bruciate in piazza a Berlino due anni dopo. Diceva Genet che il fascismo è teatro…
Solo che adesso è l’arte degenerata a salire sul palco, dove si è infine riappropriata del ruolo di eroina tragica dello spettacolo. E sta prendendo molti applausi…(segue)

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