L’Arte Degenerata:l’attacco all’Arte Moderna nella Germania Nazista, 1937
In mostra alla Neue Galerie di New York 13 Marzo -1 Settembre 2014

Ci direbbero che con tutta la gente che muore, chi se ne frega dell’arte. Ma sbagliano. Perché è per questo che noi combattiamo, per la nostra cultura e per il nostro stile di vita.

Puoi sterminare una generazione di persone, radere al suolo le loro case e troveranno una via di ritorno. Ma se distruggi i loro conseguimenti e la loro storia, è come se non fossero mai esistite:solo ceneri che galleggiano. E’ quello che vuole Hitler, ed è la sola cosa che non possiamo permettergli.
George Stout (George Clooney) in Monuments men

E’ a questa storia kafkiana di Gurlitt, insieme all’uscita del film di George Clooney Monuments Men sul manipolo di esperti che salvano le opere d’arte dalle grinfie naziste, che si deve il successo che sta avendo la mostra Degenerate Art:The Attack on Modern Art in Nazi Regime, 1937 alla Neue Galery di NY? La risposta è sì.

E allo spettatore che entra alla Neue piomba addosso tutto il radicale spaventoso vissuto delle opere espressioniste di Max Beckmann, George Grosz, Ernst Ludwig Kirchner, e bastano pochi passi lì in mezzo perché l’Avanguardia, quel termine svalutato, torni alla ribalta come un morso alla stomaco.

Qui, in una manciata di stanze, si trova la forza di un allestimento ingegnoso, con un percorso toccante e tagliente, che traccia il concetto di arte degenerata partendo dal pensiero di Max Nordau fino alla famigerata Entartete Kunst del 1937, passando per la più piccola “Mostra della Vergogna” allestita dagli estremisti qualche anno prima nella raffinata città di Dresda.
I pezzi clou dell’esposizione includono un certo numero di lavori esposti nell’estate del 1937 alla Entartete Kunst, come “Il bestiame nella stalla” di Max Beckmann (1933); “Il ritratto di Max Hermann-Neisse” di George Grosz (1925); “Il negozio del barbiere” di Erich Heckel (1913); “Paesaggio invernale al chiaro di luna” di Ernst Ludwig Kirchner (1919) e “Gruppo di Artisti” (1926/27); “Il pescatore” di Paul Klee (1921) la “Macchina Cinguettante” (1922), “Camera fantasma con grandi porte” (1925); “La Duchessa di Montesquiou-Fezensac” di Oskar Kokoschka (1910); “Il gatto appostato” di Ewald Mataré (1928); “La ragazza affamata” di Karel Niestrath (1925); “Natura Morta con Maschere” di Emil Nolde (1911), “Ragazza dai capelli rossi”(1919), e “Mucche da latte” (1913); “Le torri di Soest” di Christian Rohlf (ca. 1916) e “Gli Acrobati” (ca. 1916); “I Farisei” di Karl Schmidt-Rottluff (1912); e “Gli eterni vagabondi” di Lasar Segall (1919), tra gli altri.

La mostra mette insieme propaganda nazista e fotografie, individuando nella campagna dell’arte degenerata il preludio allo sterminio che seguirà.

Già nel 1935, queste erano le idee che Adolf Hitler esprimeva, pubblicamente, al congresso sulla cultura:

“Sono certo che pochi anni di governo politico e sociale nazionalsocialista porteranno ricche innovazioni nel campo della produzione artistica e grandi miglioramenti nel settore rispetto ai risultati degli ultimi anni del regime

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giudaico.
(…) Per raggiungere tale fine, l’arte deve proclamare imponenza e bellezza e quindi rappresentare purezza e benessere. Se questa è tale, allora nessun’offerta è per essa troppo grande. E se essa tale non è, allora è peccato sprecarvi un solo marco. Perché allora essa non è un elemento di benessere, e quindi del progetto del futuro, ma un segno di degenerazione e decadenza. Ciò che si rivela il “culto del primitivo” non è espressione di un’anima naif, ma di un futuro del tutto corrotto e malato.
(…) Chiunque ad esempio volesse giustificare i disegni o le sculture dei nostri dadaisti, cubisti, futuristi o di quei malati espressionisti, sostenendo lo stile primitivista, non capisce che il compito dell’arte non è quello di richiamare segni di degenerazione, ma quello di trasmettere benessere e bellezza. Se tale sorta di rovina artistica pretende di portare all’espressione del “primitivo” nel sentimento del popolo, allora il nostro popolo è cresciuto oltre la primitività di tali “barbari”.

Ma grazie agli altri barbari, di qualche artista qui in mostra troviamo appese alle pareti giusto le cornici dei dipinti scomparsi o andati distrutti, commoventi e vuote. Ci sono i Paul Klee che sembrano dei giocattoli, con i suoi scarabocchi ingegnosi e bizzarri da provocatore autentico. E l’autoritratto di Kirchner del 1931, quello con mezzo volto cancellato, sul quale il pittore aggiunse nel 1937 delle sbarre gialle, una a legargli il polso, come una svastica destrutturata. Nello stesso anno i nazisti confiscarono centinaia di dipinti di Kirchner e ne misero a dozzine in esposizione alla Entartete Kunst:l’artista, uomo fragile e malato, si suicidò e fu una delle prime vittime dell’azione di pulizia culturale adottata da Hitler.

Nella prima sala la mostra si apre con una contrapposizione tra arte degenerata e quella approvata dal regime, con due grandi trittici. L’Entartete Kunst è rappresentata dall’opera “Partenza” (1932-1935) di Max Beckmann un oscuro enigma sulla tortura e la perdita, mentre la GDK, la Grosse Deutsche Kunstaustellung – la Grande Arte Tedesca – è lì con l’accademico quartetto di teutonici nudi femminili “I Quattro Elementi” di Adolf Ziegler che, come la maggior parte dei nudi nazisti, per dirla con Susan Sontag, esprimevano una bigotta asessualità.

Fu proprio Ziegler ad essere incaricato da Hitler di organizzate la Entartete Kunst, e a tenere il discorso inaugurale, durante il quale definì le opere “mostruosità della follia, dell’impudenza, dell’inettitudine e della degenerazione” fino a chiamare gli artisti “maiali”. “I Quattro Elementi” faceva la sua figura appeso sul caminetto del Führerbau a Monaco, ma solo fino a che Ziegler non perse i favori di Hitler, per aver abbracciato la trattativa di pace segreta con gli Alleati nel 1943. La sua punizione fu Dachau.

In mostra poi si contrappongono anche i canoni scultorei:”Il Decatleta” nudo perfetto nazista del 1936 di Richard Sheibe è esposto accanto all’emaciata ed orgogliosa “Ragazza affamata” del 1925, realizzata da Karel Niestrath:la miseria della fame contro la cultura del corpo del mito nazi.

Questa gara tra arte perbene e arte degenerata fu fomentata al massimo dal Reich, con un successo che fu però solo parzialmente a favore della propaganda nazista. E’ vero che le opere giudicate idonee venivano acquistate in massa dal popolo tedesco, ma si trattava per lo più di acquirenti che cercavano il favore del regime, che a sua volta utilizzava questi dati per confermare quanto il popolo amasse l’arte nazista. Se contiamo i visitatori, l’ago della bilancia pende però dalla parte dell’arte degenerata. Nonostante i ricchi allestimenti preparati alla Casa dell’Arte Tedesca, un tempio neoclassico di marmo voluto da Hitler per esporre l’arte che lui amava, la prima grande esibizione del 1937 vide solo 554.759 visitatori contro i 2 milioni che si precipitarono a vedere l’arte degenerata.

A ritorcersi contro fu la stessa propaganda, che mise in scena una serie di inaugurazioni e di rituali di derisione pubblica con lo scopo di demonizzare, quando non fece altro che stuzzicare la prurigine del popolo curioso di conoscere il male dell’arte moderna.

L’arte nazista non era altro che ciò che incontrava il gusto personale di Hitler, piuttosto ondivago peraltro. Per un certo periodo pareva che il suo gusto pendesse per una sorta di Espressionismo Nordico, fino a che poi non decise diversamente.

Beckmann, Kirchner e Schlemmer crederono di poter lavorare con lo Stato fino a giugno del 1937, quando Hitler ordinò che migliaia dei loro lavori e di altri colleghi venissero sequestrati dalle collezioni tedesche. Il Bauhaus ebbe speranze, finché le perse tutte.

Mentre da un lato, artisti come Nolde, Barlach e Belling venivano invitati alla prima esposizione dell’Arte Germanica, la GDK, allo stesso tempo finirono dentro alla Entartete Kunst. Nolde si risentì moltissimo, del resto aveva partecipato alla mostra dei giovani Nazionalsocialisti a Monaco, e lui, insieme a Barlach e Mies van der Rohe era uno di quelli che avevano fatto giuramento di fedeltà a Hitler. Più di mille suoi dipinti vennero confiscati dai musei tedeschi e ventisette opere finirono esposte alla Entartete Kunst.

Stessa sorte capitò a Belling:mentre la sua celebre scultura del boxeur Max Schmeling era presente alla prima GDK, altri due suoi lavori figuravano simultaneamente alla Entartete Kunst. Mesi prima della grande esibizione della GDK, la propaganda si attivò con una chiamata pubblica agli artisti tedeschi, per invitarli a partecipare con la vuota promessa di “non voler favorire alcuna corrente artistica né di volerne escludere altre nella selezione dei lavori”.

Arrivarono 15.000 richieste, eliminate da una giuria controllata da Hitler, il cui stato d’animo alla fine delle verifiche fu definito da Goebbels come “fuori di sé per l’indignazione”. Per il capo della propaganda nazista, alcune sculture erano pure da ritenersi passabili, mentre i dipinti erano in alcuni casi del tutto catastrofici.

Hitler licenziò la giuria e ingaggiò un suo amico, Heinrich Hoffmann, che condivideva il suo gusto per quell’Ottocento Bavareve kitsch:pittura di genere, nudo classico, ritratti a mezzo busto e di animali. Finirono nella GDK quasi novecento lavori eseguiti

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da più di cinquecento artisti ed era un gran casino di esibizione. Pare che l’idea di procedere con l’operazione Entartete Kunst fu dello stesso Goebbels, in parte per nascondere la caduta dell’arte approvata dal nazismo. Voleva mostrare l’arte dell’era della decadenza affinché il popolo potesse vedere e comprendere:l’era della Repubblica di Weimar, con il suo prologo culturale fin de siècle. Ma voleva anche rientrare nei favori di Hitler, poiché due dei giurati licenziati alla GDK erano suoi fedelissimi. La mostra degenerata fu piazzata dentro all’Istituto Archeologico di Monaco, non lontano dalla Casa dell’Arte Tedesca:sui muri scritte derisorie per un pubblico silente e scettico.

All’ingresso era posta la lugubre “Crocefissione” di Ludwig Gies, una provocazione diretta ai devoti cristiani, incapaci di riconoscere gli influssi gotici della scultura, piuttosto messa lì con un senso di risentimento anti-semitico contro il modernismo, se vogliamo poi tralasciare che i nazisti avevano preso il potere sulle basi dell’anticlericalismo.

Le contorsioni del corpo umano e l’arte antiguerra di Grosz, per esempio, erano messe lì per instillare odio contro il diverso e il debole. Fu il lucido critico d’arte Carl Linfert il primo a ravvedere nell’intero progetto un diversivo:

Goebbels e Hitler cercano riparo nella vendetta e nella radicalizzazione. Non potendo loro stessi fondare nulla di significativo, possono solo al limite tentare di distruggere l’odiata controparte.

Passeranno pochi anni prima di utilizzare l’arte moderna per giustificare l’eccidio di massa, attraverso i film e la letteratura di propaganda, con Himmler che spingerà oltre ogni limite il concetto di una cultura capace di infettare le masse, come una piaga in un corpo sano, alla stessa stregua del “mescolamento del sangue”. Lavori come quelli di Otto Freundlich, capostipite di una generazione di pittori astratti e assassinato a Majdanek, venivano contrapposti ai perfetti nudi ariani di Josef Thorak nelle brochure delle SS.

Dal 1937 fino ai primi degli anni ’40, la nozione di arte degenerata subì una trasformazione mortale ed inevitabile:l’arte rimase un bersaglio mobile per i nazisti, una minaccia esistenziale per il destino della Germania, che ogni tanto torna ancora a bussare alla porta. Come pochi anni fa, quando durante i lavori di scavo della nuova metropolitana a Berlino sono saltate fuori undici sculture degli artisti moderni dimenticati. Li custodiva in casa un uomo che abitava in un edificio distrutto dai raid aerei degli Alleati nel 1944. Ma quest’uomo non era come Gurlitt: ricordato allo Yad Vashem, Erhard Oewerdieck aiutò diverse famiglie ebree a fuggire dalla Germania, salvando in parte i loro averi, tra cui le sculture degenerate.
Questa esposizione ci dimostra due cose:che l’arte non s’imbavaglia e che se ci si prova tornerà comunque ad urlare forte il suo messaggio al mondo, fosse anche solo ai posteri sotto forma di monito.
E soprattutto testimonia come, a volte, chi scava la fossa al nemico è destinato a caderci dentro lui stesso. Uno dei sogni di Hitler era quello di cancellare l’arte moderna dalla storia del mondo ma alla fine è stata la sua Germania a cancellare il suo, di nome.

Arte Degenerata:l’attacco all’Arte Moderna nella Germania Nazista, 1937
Una mostra alla Neue Galerie, New York City, 13 Marzo–1 Settembre 2014

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