Vedeva nel cinema la madre di tutte le arti. Nelle sue immagini, la pienezza, il fascino e il mistero dei fotogrammi di un film.

Saranno i corpi scolpiti nella luce, sarà la bellezza e la luce delle sue istantanee, ma quei manierismi di pose e ombre richiamano alla mente un certo Michelangelo, quello dei volumi, della compiutezza della forma, dell’autorevolezza classica.
Luxardo si formò in Brasile – dove nacque nel 1908 – presso lo studio del padre fotografo e poi a Roma, dove frequentò il centro sperimentale di cinematografia. Durante la formazione, prevalgono i moduli ottocenteschi. Sono gli anni Venti e ciò che si ricerca è la perfezione tecnica e formale

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attraverso l’esatta modulazione di luci e pose, a svantaggio della creatività.

Realizzò alcuni documentari per il governo brasiliano e dopo un timido tentativo nel mondo del cinema, approdò alla fotografia, cominciando a ritrarre la media borghesia: coppie nelle sale da ballo, cerimonie familiari, ma presto il suo studio di Roma – e in seguito, quello di Milano – diverranno meta obbligata di dive del cinema, gerarchi fascisti, attori teatrali e cantanti lirici. Tentò infinite strade, si cimentò in diversi generi mischiandoli, esaltandoli, perfezionandoli.

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Più di tutto, di queste sperimentazioni, sfruttò sapientemente la luce. La luce, talvolta barocca, a tratti espressionista o futurista, nelle sue opere fu elemento coerente e portante.
Negli anni in cui cominciò a lavorare, Luxardo fu ispirato dalle immagini dei set hollywoodiani che giungevano, in quegli anni, agli occhi e all’interesse della critica e del pubblico. Fino ad allora nessuno si era curato delle foto di scena e nessuno aveva mai ricercato uno stile o un nome in quelle immagini.

Ad ogni modo apparivano raffinate, sontuose e Luxardo, da sempre amante del cinema, dei bei volti di dive e divi, vide in quell’arte nuova, la possibilità di farsi strada ed accedere, per la porta secondaria, a quel mondo di celluloide da cui era stato respinto; poteva tentare una seconda volta di accedere all’Olimpo che per lui era il cinema, attraverso un ruolo, quello del fotografo di scena, per anni occultato e che ora cominciava a imporsi, facendo capolino timidamente.

Aveva visto nel cinema la madre di tutte le arti e per questo voleva riproporre nelle sue immagini la stessa pienezza, il fascino, il mistero dei fotogrammi di un film. Rifuggiva il reportage, non era l’intento che perseguiva
quello del narrare, con tono freddo e distante, ciò che succedeva; nelle sue opere ricercava l’impatto emotivo, la magia seducente di quella visione ingannevole della realtà che solo il cinema poteva dare.

Sostenitore dell’ideologia fascista, abbracciò per qualche tempo il

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movimento ufficiale del futurismo, da cui comunque passò senza fermarsi troppo. Studiava molto e sintetizzava tutto, per dirla con Giuseppe Turroni e così, l’uso della luce e il taglio noir delle foto espressioniste, lo invitarono a sperimentare, a giocare con le ombre, ma come il futurismo rimase solo esercizio didattico di tecnica e stile.
Sperimentò diverse soluzioni sulle possibilità tecniche della luce, che voleva morbida e mai tagliente e sulla posa plastica, sensuale e classica, con rivisitazioni in chiave moderna.
Sensuali le modelle nude, ma sensuale è anche l’atmosfera calda che si deve alla luce, che, sovrana, come una carezza lambisce i corpi e ne modula il volume. Le sue opere sono un accostamento di luci forti e dirette, di ombre morbide e di un linguaggio del tutto personale.
A Roma, negli anni di Luxardo, operava anche Ghitta Carell, fotografa ufficiale del fascismo. A differenza di Carell che modifica le foto grattando sulle lastre, Luxardo migliora il soggetto modulando la luce, creando ombre opportune e complici. Luxardo non compie elogi all’ideologia fascista, le sue opere vanno quindi valutate al di fuori di un contesto storico oggi discutibile, e al di là di un comprensibile rifiuto dell’esaltazione e della folle consacrazione del fascismo.

L’unica esaltazione fu quella del bello italico spontaneo e carnale, privo di coinvolgimenti politici, genuinamente sensuale, in un’epoca che preludeva alla generazione di pin up, di dive italiane e stelle americane.
Luxardo intuì la potenzialità della bellezza e della nudità e sviluppò, con verve avanguardista, questo tema. I soggetti dei primi anni sono atleti e uomini virili, con le muscolature interpretate secondo i canoni plastici del Novecento e del Futurismo.
Due movimenti a cui Elio Luxardo guardò con stupore e spirito d’interpretazione. Solo i nudi virili, corpus primo della sua produzione, assecondavano le idee misogine del Futurismo. Ma i suoi atleti mai assurgono a pura imitazione di eroi classici.
La sua è sempre, prima di tutto, contemplazione estatica della bellezza esteriore, non espressione di un valore altro, né messaggio propagandistico come per Carell.
Lo stile Luxardo come definito da Attilio Colombo, si fonda quindi su un insieme di caratteristiche tecniche apprese e poi elaborate e ha come scopo la mera esaltazione del bello. Fabbricatore di miti e portavoce di una politica auto-rappresentativa italica non necessariamente fascista, Luxardo, ma non modifica le foto intervenendo sulle lastre, come invece faceva la Carell, ma migliora il soggetto modulando la luce, al fine di creare ombre opportune complici del risultato finale.
Luci da set, cerone, vento artificiale, tutto concorre a creare l’impianto recitativo, per rivivere, nella fotografia, la stessa magia del cinema.
Per i ritratti guarda ai fotografi di scena americani e crea il tipo, l’icona, anche da volti anonimi di starlette altrettanto anonime:un velo di pizzo, uno sguardo, concorre a creare il mito. Crea la maschera e ognuna è diversa dall’altra.
Nell’intento celebrativo della bellezza, c’è più idealizzazione che rappresentazione, e accorgimenti e tratti distintivi creano un mito riconoscibile, individualizzabile, un unicum da laboratorio che non si omologa a canoni precostituiti.
Non riuscendo ad adeguarsi al nuovo gusto del tempo negli ultimi anni abbandonò la scena.
Morì a Milano nel 1969.

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